Gli assembramenti di cui abbiamo bisogno 

La lotta dei rider non si fermerà: una testimonianza che racconta la storia dei rider dai primordi fino all’altro ieri. 

“Hanno provato a farci credere che lavorare fosse essenziale e lottare pericoloso. La verità è che essenziali, per le aziende, sono solo i profitti, da garantirsi ad ogni costo a scapito dei salari dei lavoratori” affermano gli attivisti di Cassa di Resistenza Territoriale.

I rider, quando tutti eravamo in casa per il lockdown, non hanno mai smesso di pedalare: “La lotta dei riders ha saputo affermarsi mettendo in campo auto-organizzazione entusiasmo e conflitto. Nonostante i limiti dati dal contesto lavorativo specifico (rapporto di lavoro individuale, assenza di un luogo fisico dove poter costituire la propria comunità, forza contrattuale nulla)  questa lotta ha prodotto un’organizzazione le cui implicazioni possono essere di stimolo per altri soggetti lavorativi” dice il rider.

 “Glovo, Uber, Just Eat sono multinazionali presenti in decine di paesi. Questi colossi grazie alla deregolamentazione del mercato della forza lavoro si sono serviti delle piattaforme digitali per introdurre un nuovo modello di sfruttamento.”

“Nel tempo hanno eliminato ogni luogo fisico che potesse favorire il confronto collettivo”- infatti il rider in genere ha più rapporti con l’app, che controlla costantemente ogni suo spostamento, rispetto ai colleghi o datore di lavoro- “Per questo i rider hanno poi sentito l’esigenza di incontrarsi faccia a faccia, una delle città più attive è stata Torino già dal 2016 per la lotta contro Foodora”- dicono i giovani attivisti-“ Dopo una prima raccolta firme, partecipata ma infruttuosa, organizzata per portare i compensi allo stesso livello di quelli riconosciuti a Milano, e per ottenere i rimborsi dei danni alle bici -nostre- usate per lavorare, la protesta è esplosa pubblicamente nell’ottobre 2016, contro il passaggio da un sistema di pagamento a ore a quello a cottimo. L’azienda subì un forte danno di immagine e alzò la paga a cottimo, ma i fattorini più impegnati nella mobilitazione persero il posto.”

“Un passaggio importante è stato quella della sentenza di cassazione della causa contro Foodora del 24 febbraio 2020”- continuano gli attivisti-“ Questa ha stabilito che i ricorrenti contro Foodora non potevano essere inquadrati come lavoratori autonomi, ma,in virtù dell’articolo due del Jobs Act, erano da considerarsi dei lavoratori “eterorganizzati” : perché era ed è il datore di lavoro a stabilire tempi e modi della prestazione lavorativa. È stato confermato il risarcimento ottenuto in appello. Ma, la sentenza è arrivata fuori tempo massimo (Foodora ha chiuso i battenti in Itala nel 2018) e così l’azienda non ha riconosciuto la piena subordinazione. Inoltre i ricorrenti hanno ottenuto solo un pugno di euro, dal ricalcolo delle ore effettive lavorate per Foodora.”

“Questa dei riders non è la prima lotta che vivo, che sperimento, però il livello di entusiasmo e la voglia di partecipare che c’è qui non ha eguali!”- afferma  il rider -“Forse il successo è dovuto al tipo di lotta, quella sul lavoro, queste hanno, storicamente, sempre assunto una carica differente, forse perchè il lavoro è alla base della sopravvivenza. Penso che sia per questo che, chi si batte, chi si ribella allo sfruttamento lo fa portandosi dentro una spessa dose di pesantezza. E poi perché in quest’ambito di lotta interviene sempre, ad un certo punto, l’azione dei sindacati che trasforma e snatura l’essenza stessa della lotta.”

Fonte:Cassa di Resistenza, intervista a rider di Torino.

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