L’assalto alla scuola

Catania. Ancora saccheggi al “Campanella Sturzo” di Librino: condizionatori, porte, finestre, giocattoli e merendine

I primi due assalti sono del 9 novembre e 10 dicembre, entrambi nel plesso dell’Infanzia, in Viale Castagnola, dove i bambini dai tre ai cinque anni imparano a giocare, leggere, far di conto e a rispettare le regole. Qui vengono rubati giochi, libri, lavagne, denaro raccolto dai docenti come fondo cassa e i soldi dei distributori di merendine, assestando calci e martellate. Sono le loro, di regole, quelle dei banditi.

Poi parte l’attacco alla succursale di viale Bummacaro 13, a pochi metri dall’Ospedale San Marco, incassato tra le residenze popolari che la soverchiano come i gradoni di un anfiteatro romano. A farne le spese sono stavolta gli studenti delle Medie, e di nuovo i bambini:  il 12 gennaio, sfondando una finestra del plesso della Secondaria. vengono sgraffignati uno per uno i condizionatori nuovi della scuola. L’assalto si rinnova la notte del 21 gennaio, nella struttura dell’Infanzia, trafugando pure dieci cucine giocattolo, e di nuovo alle Medie dove portano via finestre e porte: pure quelle dei bagni: sono sopravvissuti solo i gabinetti. Infine, per concludere, scassano a martellate la macchinetta delle merende e fanno colazione con quel che c’è dentro..

Certo, ad essere sotto tiro non è il Campidoglio di Washington, non c’è alcun Jack lo Sciamano con le corna, mancano le cineprese della Cnn. Non è morto nessuno, non c’erano pistole e mitra – solo qualche tronchetto per forzare i cancelli di un’insignificante scuola di quartiere catanese.

Librino fino a novembre scorso era circondato da una giungla di palme a nasconderla dai palazzoni circostanti, proiettando i suoi alunni in un immaginario Chapas messicano. “Campanella Sturzo”, si chiama il piccolo plesso della scuola, ma là la campanella degli orari mancava pure; è apparsa dopo parecchi mesi, e sembrava un lusso oppure un richiamo esotico fra i palmizi (alla fine tagliati via dal Comune). Ed è lì, proprio in quella scuola, coi suoi magnifici pannelli solari mai utilizzati, che sono cominciati i furti.

Le mamme dei ragazzi sono arrabbiate: “E’ sempre stata così questa scuola, anche quando la frequentavamo noi: uno schifo”. “Stiamo facendo una colletta tra noi mamme”, dice una, madre di otto figli e senza impiego, tutti studenti della Campanella Sturzo. “I bambini, come fanno senza scuola?”.

 “Il sistema di video sorveglianza era pronto, – dice la responsabile del plesso – così aveva detto il Comune. Ma prima, guarda caso, sono arrivatiecco i ladri. Questa scuola ha accolto in tanti anni i figli di tante famiglie del quartiere e siamo riusciti spesso a farli uscire dal brutto giro”. “Dovevano mettere pure il Wifi – mormora un’altra insegnante – Era pronto, dicevano, ma invece… E ora con le lezioni online come si fa?.

Non c’è Jack lo sciamano e non c’è Trump, è soltanto una storia di ladri e vandali di quartiere.

Perciò niente Cnn, men che mai mamma Rai.

“Assalto alla Democrazia, la scuola sotto tiro!” fa la scritta che scorre sotto la faccia compunta del giormalista che indica la struttura saccheggiata alle sue spalle, e poi – zummata in alto – le tapparelle chiuse dei palazzi attorno. “Nessuno ha visto nulla. Nessuno ha chiamato la polizia”.

Ma questo è un servizio immaginario, che in Rai nessuno ha mandato in onda: una scuola assaltata non buca lo schermo e non ha share. Qualche sito locale batte la notizia, qualche assessore s’indigna, qualche promessa arriva, “Metteremo la videosorveglianza”. Però delle videocamere c’è solo il disegno, in un solenne cartello che minaccia un controllo che non c’è.

Davanti all’edificio martoriato resta, inerme, il presidio simbolico di un bidello. E’ seduto davanti al corridoio, senza porte e bucato come un pianoforte senza tasti. Allarga le braccia e: “Sono entrati da una finestra, – fa –ma neanche rompendo il vetro, perché hanno portato via anche quello. Un padre è entrato poco fa urlando, si chiedeva come fosse possibile, ha detto che si sarebbe attivato per recuperare almeno le finestre… Intanto domani magari ruberanno i muri, oppure s’abbasserà un elicottero, fisseranno la scuola a delle catene, e la porteranno via così, nel cielo, lasciando un enorme buco nel terreno”. E gli alunni di Librino vagheranno su un prato incolto, cercando la loro scuola con le torce dei telefoni e le suole delle scarpe.

(Foto di Maurizio Parisi, grafico di Giuseppe Scatà)

Per approfondire:

https://comune-info.net/scuole-aperte/una-citta-surreale/

SCHEDA/

“LIBRINO? NON ESISTE!”

 Il più alto tasso di criminalità minorile, ma anche di disoccupazione. E non a livello locale, ma d’Europa. È Librino, che definire “quartiere” è un po’ fuorviante, in termini di dimensioni – copre un’area grande quanto il resto della città -, ma anche di servizi. In certe aree di Catania, non certo più fortunate quanto a cattiva fama (San Cristoforo, Picanello, Antico Corso, tanto per fare degli esempi), c’è un tessuto sociale radicato, una sana microeconomia locale, e l’orgoglio campanilistico di avere una identità. Di Librino in fondo invece non gliene importa a nessuno. Nessuno, quindi nemmeno a chi ci abita

Disamorarsi della propria casa, dei propri vicini, fregarsene se c’è un incendio o un incidente a poche decine di metri, sembrano problemi da associare alle ricche metropoli, non certo a un quartiere di una calorosa città del Sud. Eppure, l’essenza senza anima di una serie di palazzoni ha portato anche questo. Uno dei tanti esempi tangibili di questo distacco sono i furti nei luoghi comuni. Negli anni inferriate, ma anche piastrelle e mattoni sono stati saccheggiati dalle (brutte) piazze, mentre gli edifici pubblici sono stati spogliati anche all’interno di porte, finestre, persino cavi e tubi. E fra questi anche le scuole. In tutte queste occasioni, centinaia, non c’è mai stato un sussulto di orgoglio da parte degli abitanti.

E in effetti si dovrebbe anche smettere di pretenderla una reazione: stare a Librino significa che sei solo, quindi perché preoccuparsi? Librino, come quartiere, non esiste, esistono decine di migliaia di solitudini. Certo anche qui attorno a qualche parrocchia o in qualche cooperativa ci sono delle piccole comunità, ma che subiscono quasi sempre la fascinazione della consapevolezza di essere in qualche modo uniche, chiudendosi. Nemmeno il familismo, primo motore di quasi tutti quello che si muove (nel bene o nel male) in Sicilia qui funziona: non ci sono beni da tramandare, non ci sono raccomandazioni da dare. Che fare quindi, rassegnarsi? No, ma smettiamo di considerare Librino come qualcosa con una identità, e guardiamo il problema reale: non bastano i soldi da investire, non basta fare case migliori, serve insegnare a chi è solo a costruire relazioni.

Leandro Perrotta

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