Ritorno a scuola

Inefficienze e problemi, niente autocritica, sordità. Eppure, c’è ancora un filo di speranza…

L’istruzione in Italia ha presentato sin dal lockdown diversi problemi, che ne hanno messo in luce la fragilità.

Un primo dato è stato l’evidenziarsi e l’aggravarsi di grosse disuguaglianze fra uno studente e l’altro. Circa un milione di studenti è rimasto escluso dalla Didattica a Distanza per mancanza di computer, tablet o connessione stabile. Chi era più ricco è stato avvantaggiato rispetto a chi era più in difficoltà. Adesso è prevista la Didattica Digitale Integrata, ore di lezione digitale che integrino quelle in presenza: ma in realtà spesso di tratta semplicemente di Didattica a Distanza, con tutti i problemi del caso. Per il ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina “la didattica a distanza è stata un grande successo”. Qua i punti di vista di studenti e docenti sono un po’ diversi.

Un altro problema di cui si parla da qualche mese (ma noi studenti, i docenti e i sindacati lo denunciamo da molto più tempo) è quello dell’edilizia scolastica. In Sicilia, per esempio, a inizio settembre mancavano ben 800 aule. Così che molte scuole hanno dovuto ancora ricorrere alle lezioni a distanza e spesso ai turni. Molte scuole hanno provato, con i fondi governativi, a risolvere le carenze più gravi; ma sempre i risultati sono stati all’altezza. In una primaria di Messina – per esempio – è risultato impossibile mantenere il metro di distanza, costringendo i bambini a dover tenere le mascherine per ore intere.

Non sono problemi nati col virus. Il virus ci ha semplicemente costretto ad affrontarli una volta per tutte dopo anni di negazioni e rinvii sia delle Regiuoni che dello Stato. Quando cadevano i pezzi di intonaco in testa a ragazzi e professori, la risposta spesso era “mancano i soldi”.

Così, mentre “ai piani alti” si fa vedere una scuola funzionante e efficiente, chi ci vive tutti i giorni vede invece il contrario, e denuncia un sistema totalmente da rinnovare.

In confronto all’Europa (dati Ocse 2019) abbiamo un tasso di abbandono scolastico elevatissimo; un quindicenne su quattro ha carenze nella lettura e in comprensione del testo. Abbiamo un sistema d’insegnamento di vecchio schema, rigido, nozionistico, lontano da comprensione e analisi di ciò che si studia. Ci portiamo ancora appresso l’orribile pratica della valutazione numerica, che pretende di classificare le conoscenze di un ragazzo a prescindere dagli strumenti e difficoltà con cui ha a che fare: un semplice numero basta; l’elementare per il complesso.

La situazione, ora come ora, è questa. Si poteva fare di più? Si poteva inventare di meglio nell’emergenza? Certo. Ma, trattandosi di problemi di molto prima, è ovvio che non sono legati alla pandemia.

Non deve farci paura, la riforma della scuola. Bisogna iniziare da subito a elaborare un modello diverso, innovativo di scuola, oltre gli schemi e le rigidità attuali, un modello inclusivo.

Soprattutto, non bisogna ricadere nel vecchio fondamentale errore, quello di non ascoltare gli studenti. E’ difficile per i ragazzi partecipare attivamente alle decisioni e alle varie evoluzioni dell’istruzione. E’ difficilissimo portare negli spazi di discussione che contano le proprie idee, le proprie proposte ma anche le proprie difficoltà, i propri disagi e le proprie esperienze. Quando si riesci a farsi sentire, non si viene quasi mai ascoltati. E fra sentire e ascoltare c’è un’enorme differenza.

E’ molto difficile, per il sistema dell’istruzione italiana, fare autocritica e soprattutto ascoltare. La scuola senza ragazzi sicuramente non è scuola, e se non sono i ragazzi ad essere ascoltati, abbiamo davanti una scuola che non è in grado di ascoltare sé stessa.

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