I lussi di Cosa Nostra

Parchi e piscine nelle ville dei boss. Tutt’intorno, migliaia di famiglie senza casa

 Sul portone della villa c’è una Z. Un marchio a spray per ribadire qui chi comanda. Zorro? Macché. E’ “Zeta come Zuccaro. e siamo a Gravina di Catania, via Filippo Corridoni, dove la famiglia di Maurizio Zuccaro, uomo del clan Santapaola oggi al carcere duro, controllava mezzo quartiere. Ville, appartamenti, giardini, piscine. Attorno un altro muro in pietra lavica, cancelli per sbarrare le strade (pubbliche) di accesso e telecamere per controllare chipassa.

Gran parte di questo patrimonio è stato confiscato in via definitiva, ma gli Zuccaro  abitano ancora nei paraggi. Non Filippo Zuccaro, in arte Andrea Zeta, figlio di Maurizio e famoso cantante neomelodico, rimasto invischiato nell’inchiesta Zeta con l’accusa di associazione mafiosa, oggi costretto da un divieto di dimora a vivere lontano da Gravina. E nemmeno suo fratello Rosario, il primogenito, pure lui arrestato.

Di loro, però, addentrandosi tra le ville confiscate, si leggono chiaramente le tracce. È la prima volta che il quartier generale degli Zuccaro apre le porte ai giornalisti e alla società civile. Anche se chi stamattina le abbia veramente aperte nessuno lo sa. L’amministratore giudiziario Andrea Aiello, che ha le chiavi, non era presente.

Sono stati i Siciliani Giovani e l’Arci Catania ad accendere i riflettori su questo immenso patrimonio, dopo che l’Agenzia nazionale dei beni confiscati lo ha inserito nell’elenco dei beni da assegnare ad associazioni ed enti di terzo settore attraverso bando pubblico. Il primo del genere, pubblicato ma subito ritirato a causa delle tante falle rilevate dalle stesse associazioni.

Quando l’Arci e i Siciliani hanno cominciato ad approfondire la realtà è apparsa molto diversa dalla teoria. «Pensavamo che la difficoltà maggiore del bando fosse presentare il progetto – dicono ai Siciliani – e invece no. Quando abbiamo chiamato l’amministratore giudiziario per effettuare il sopralluogo, ci ha risposto che non si poteva fare perché non sapeva quali di questi beni fossero ancora occupati. E che la presenza delle forze dell’ordine sarebbe stata necessaria. Di più: si chiedeva come fosse possibile che l’Agenzia nazionale avesse inserito questi beni nel bando».

Quindici giorni fa un gruppetto di attivisti ha effettuato un sopralluogo informale all’esterno delle ville. E, insieme alla commissione regionale Antimafia di Claudio Fava, ha dato appuntamento alla stampa per denunciare la situazione. Ma hanno trovato una sorpresa.

«A differenza del primo sopralluogo – spiegano – il cancello è aperto e il citofono platealmente divelto. Qualcuno ha voluto lasciarci questo biglietto da visita». Quello che doveva essere solo una conferenza stampa all’esterno del compound, è quindi diventato un viaggio dentro l’ex regno degli Zuccaro: tra enormi piscine, grandi saloni rifiniti con sfarzo, armadi ancora pieni di vestiti, dvd del Padrino e di Scarface, targhe e trofei, persino atti giudiziari e un vero e proprio stabilimento per allevare polli.

«Abbiamo la preoccupazione che questo sia lo stato di molti beni messi a bando: fatiscenti, occupati, abusivi – spiega Fava – Questo degli Zuccaro è il simbolo dell’impunità della mafia, un territorio privatizzato, telecamere abusive all’ingresso, cancelli in strada come a Medellin per Pablo Escobar. Gli Zuccaro pensano di non farcelo usare questo bene, ma non sarà così».

Accogliendo le istanze delle associazioni, la commissione regionale ha chiesto all’Agenzia nazionale di sospendere il bando. «La scadenza del 31 ottobre era priva di fattibilità – continua Fava – significava che non sarebbero stati assegnati per mancanza di progetti. L’Agenzia e il ministero dell’Interno hanno accolto questa richiesta. Ora però – attacca il presidente dell’Antimafia regionale – ognuno deve fare la sua parte, questi beni devono essere sgomberati, serve una reale consapevolezza del loro stato». Anche perché quello di Gravina non è l’unico caso di bene inutilizzabile.

«A Palagonia -.dicono i Siciliani – un amministratore giudiziario non sa neanche dove sono gli agrumeti che deve gestire, mentre le associazioni locali ci dicono che continuano a essere coltivati dalle stesse famiglie a cui appartenevano. A Pedara c’è un’altra situazione simile». La paura degli enti di terzo settore è che, fallendo il progetto di affidamento alle associazioni, si riapra la strada verso la vendita dei beni confiscati ai privati. «Ricordiamo – precisano all’Arci – che nel cda dell’Agenzia fino a poco tempo fa sedeva Antonello Montante che annunciava di voler affidare questi beni a chi secondo lui sapeva fare impresa, cioè a Confindustria».

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Si informano i lettori che i commenti troppo lunghi potrebbero essere considerati SPAM e cestinati in automatico.
Vi preghiamo pertanto di essere concisi nei vostri commenti.