Inchiesta sui beni confiscati in Sicilia. Conclusioni

CONCLUSIONI

La gestione dei beni e delle aziende confiscate alla criminalità organizzata e ormai un tema di rilevanza europea, vista la recente entrata in vigore del Regolamento europeo n. 1805 del 2018 in tema di riconoscimento reciproco dei provvedimenti di congelamento e di confisca.

In ambito nazionale, la ricerca dei migliori strumenti per valorizzare l’enorme patrimonio sottratto alle mafie presuppone uno sforzo istituzionale collettivo convergente verso il medesimo obiettivo.

In questo senso la Regione Siciliana dovrebbe svolgere il ruolo di regione capofila a livello nazionale nel dare impulso a iniziative che consentano un miglior riutilizzo dei beni, dal momento che il numero di gran lunga più alto di immobili e aziende confiscate alle mafie riguarda il suo territorio (un terzo del totale a livello nazionale e il doppio della Campania, seconda regione come numero di beni).

La questione dei beni confiscati dovrebbe essere dunque una assoluta priorità del Governo regionale, soprattutto per quanto riguarda il sostegno agli enti locali assegnatari e la previsione di specifiche misure a tutela delle aziende confiscate.

Come emerge dalla relazione, tuttavia, la Regione ha dimostrato di non aver elaborato una strategia all’altezza del suo compito in questa materia, con gravi effetti economici, sociali ed etici sulla collettività siciliana.

Le testimonianze raccolte, i dati analizzati, gli approfondimenti svolti da questa Commissione non lasciano dubbi: la disciplina sul sequestro e la confisca dei beni alle mafie pretende, subito, un investimento di volontà politica e di determinazione istituzionale che fino ad ora non c’è stato.

La sensazione è che la norma, nella sua limpida astrattezza, abbia rappresentato l’alibi per troppi: siccome questo dice (o tace) la legge, dunque solo questo è ciò che ci compete fare! Ed anche quando il buon senso suggerirebbe altro, la norma è lì, implacabile, come una magnifica foglia di fico dietro la quale nascondere rassegnazioni, inerzie, formalismi e sciatterie.

Il destino dell’Agenzia va ripensato. In punta di fatto, non solo di diritto. Attendere concorsi che non si svolgono per completare la pianta organica (e nel frattempo, come ci è stato detto, riempirla con funzionari “comandati”, spesso solo per poter ottenere un trasferimento verso città più gradite) richiama precise responsabilità di governo (di tutti i governi!). Assumere la lotta alle mafie come priorità ma poi continuare a destinare all’Agenzia, che è il motore propulsivo di questa legge ed uno strumento fondamentale nella strategia di valorizzazione degli assets confiscati, pochi uomini, pochi mezzi, poche professionalità e poca attenzione è una scelta politica miope e incomprensibile. Ritenere che la guida dell’Agenzia debba essere sempre e solo demandata a un prefetto, rinunziando alla possibilità di trovare profili professionali più ritagliati sulle urgenze e gli obiettivi che la legge affida all’ANBSC, è una prassi politica inadeguata alle sfide in campo e peraltro contrasta con lo spirito della riforma del 2017 che ha innovato sul punto prevedendo la possibilità di nominare il Direttore anche tra magistrati o dirigenti dell’Agenzia del demanio.

È miope e incomprensibile non aver lavorato, in questi anni, per costruire un autentico circuito della legalità, che è cosa assai diversi dai “protocolli” dell’era Montante. Quel circuito oggi vorrebbe dire sinergia di mezzi, progetti e finanziamenti fra esperienze aziendali e beni che sono figli dello stesso destino (liberati dai padroni mafiosi). Ed invece l’esperienza ci racconta di storie isolate, somma di solitudini, lacci e lacciuoli burocratici che strangolano beni immobili ed aziende.

È grave che non si siano trovate prassi e regole per far sì che attorno al destino di questi beni ci sia uno scatto di responsabilità da parte dei molti stakeholders chiamati a far la propria parte. Un esempio per tutti, ai limiti dell’indecenza: se ad un’azienda confiscata – che vuole tornare e restare sul mercato con le proprie gambe, accollandosi il costo della ritrovata legalità – il sistema bancario dà un rating di affidabilità bassissimo (mentre era generoso e compiacente quando quell’azienda apparteneva a un mafioso), il problema non sono le norme di legge ma lo spirito del sistema Paese che fatica a considerare il recupero dei beni tolti alle mafie come una sfida di civiltà di tutti.

È umiliante che i lavoratori di aziende confiscate, quando decidono di rischiare in proprio per unirsi in cooperativa e chiedere in comodato quel bene, siano costretti ad attendere anni – spesso incomprensibilmente – affinché quel percorso trovi sbocco.

È inconcepibile che ville e casali confiscati definitivamente da lustri siano ancora nella disponibilità dei mafiosi ai quali erano stati tolti, in un imbarazzante rimpallo di responsabilità fra Agenzia, amministratori giudiziari, forze dell’ordine, enti locali e prefetture per attivare le procedure di legge al fine di sgomberare quei beni. Abbiamo raccolto, nella denunzia di alcune volenterose associazioni, la storia di palazzine ed appartamenti confiscati e mai liberati da dieci o quindici anni!

È desolante vedere aziende chiudere, terreni agricoli marcire, edifici ridursi in macerie per un difetto di progetti, risorse, buon senso. Ogni bene confiscato e perduto è una vittoria per la mafia. Ma dircelo, o raccontarlo nei convegni, non è più sufficiente.

Ci auguriamo che il lavoro prodotto da questa Commissione e l’ascolto che è stato dedicato – per centinaia di ore di audizione – a tutti coloro che avevano un’esperienza da portare, un suggerimento da offrire, una buona pratica da condividere, possa essere uno stimolo per darsi da fare. Con norme più efficaci, se occorre; ma soprattutto con scelte e prassi più responsabili.

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