Inchiesta sui beni confiscati in Sicilia. Capitolo 3. Le amministrazioni giudiziarie

CAP. III

LE AMMINISTRAZIONI GIUDIZIARIE

  1. IL CASO SAGUTO: UN UNICUM O PATOLOGIA DI UN SISTEMA?

Omnia tempus habent. Novembre 2013: la dottoressa Silvana Saguto lancia un preoccupato grido d’allarme sulla condizione di pericolo in cui versano sia la sezione da lei presieduta, quella delle misure di prevenzione del Tribunale di Palermo, che alcuni amministratori giudiziari impegnati in delicate procedure di sequestro. Uno scenario che il giornalista Salvo Palazzolo descrive così in un suo pezzo1:

Teste di capretto, telefonate anonime, pedinamenti, strani furti e rapine: da qualche mese, gli amministratori giudiziari e i magistrati del tribunale misure di prevenzione di Palermo sono al centro di un’escalation di minacce. Il presidente della sezione, il giudice Silvana Saguto, ha preparato un dossier, finito all’ attenzione del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza, della Procura generale e della Corte d’appello. Perché Cosa nostra sembra aver alzato il tiro contro chi amministra i beni e le aziende sequestrate e confiscate ai boss. Ma perché proprio adesso? Nel dossier presentato al Comitato per l’ordine e la sicurezza si spiega che negli ultimi mesi il Tribunale ha messo alla porta un centinaio di prestanome e di impiegati che lavoravano nelle aziende sequestrate. Da allora, le minacce hanno avuto un brusco incremento, tanto da far scattare il rafforzamento della scorta per il presidente Saguto e la tutela al giudice Fabio Licata.

È utile precisare che ci riferiamo a un tempo in cui l’ufficio retto dalla Saguto – da sempre uno dei più attivi per numero di misure ablatorie trattate – godeva di una straordinaria popolarità (e non solo in ambito istituzionale), indicato come un modello vincente da seguire e da replicare anche negli altri distretti giudiziari italiani. Prova di ciò è il contenuto del parere rilasciato dal Consiglio giudiziario di Palermo all’atto di riconfermare la Saguto alla guida della sezione: “È ormai uno degli incrollabili punti di riferimento per l’azione giudiziaria riguardante la criminalità – specie mafiosa – del Distretto di Corte di appello di Palermo, esempio indiscusso per tutti i colleghi, non solo del Tribunale”2.

Ma il passaggio da esempio virtuoso a caso giudiziario è breve.

A maggio del 2015, la trasmissione televisiva Le Iene3 manda in onda un servizio in cui vengono manifestate forti perplessità sulle dinamiche che animano la gestione delle nomine degli amministratori da parte della presidente Saguto, con particolare riferimento alla mole di incarichi da lei affidati all’avvocato Gaetano Cappellano Seminara.

Quattro mesi più tardi, il 9 settembre 2015, la Procura di Caltanissetta notifica un avviso di garanzia alla dottoressa Saguto, al fine di procedere al compimento di atti istruttori volti ad acquisire, così riportato in una nota diffusa alla stampa4, “elementi di riscontro in ordine a fatti di corruzione, induzione, abuso d’ufficio, nonché delitti a questi strumentalmente o finalisticamente connessi, compiuti dalla Presidente della Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Palermo nell’applicazione delle norme relative alla gestione dei patrimoni sottoposti a sequestro di prevenzione, con il concorso di amministratori giudiziari e di propri familiari”.

Sulle origini dell’inchiesta – che progressivamente vede aumentare il numero dei soggetti coinvolti5 – è importante rileggere le dichiarazioni rese dalla dottoressa Cristina Lucchini, uno dei pubblici ministeri che ha curato le indagini, dinanzi la Commissione Parlamentare Antimafia nazionale il 14 giugno 20176:

LUCCHINI, sostituto procuratore.  Si dice che l’essenza di una cosa sia la sua origine. L’origine è una serie di accertamenti su una procedura, la procedura Rappa, che erano stati intrapresi dalla Procura di Palermo. Immediatamente, a seguito della trasmissione degli atti dalla procura di Palermo, non solo si è proseguita l’attività di intercettazione telefonica sulle utenze già monitorate ma l’atto di indagine più utile per l’accertamento dei fatti è stato l’attivazione di un’attività di intercettazione ambientale all’interno dell’ufficio della dottoressa Saguto presso il Tribunale di Palermo. Quest’attività di intercettazione ambientale ha consentito di cogliere una serie di dialoghi tra la stessa dottoressa Saguto e alcuni amministratori giudiziari e coadiutori giudiziari che sono stati il punto di partenza per accertamenti successivi…

[…] È stata accertata l’esistenza di due rapporti corruttivi fondamentali, uno tra Silvana Saguto e l’avvocato Cappellano Seminara, che era amministratore giudiziario di diverse procedure, e un altro tra Silvana Saguto e un coadiutore, Carmelo Provenzano, che, però, aveva le velleità e i comportamenti dell’amministratore giudiziario.

Quanto fosse grave (e perfino imbarazzante, proprio in ragione delle funzioni ricoperte dai protagonisti della vicenda) il quadro accusatorio prospettato dalla Procura di Caltanissetta, è rappresentato a chiare lettere dal sostituto procuratore Maurizio Bonaccorso nel corso della sua requisitoria dibattimentale7:

Questo nella sua complessità è semplicemente un processo a carico di pubblici ufficiali che hanno piegato e tradito la loro funzione pubblica per il perseguimento di interessi privati, mi riferisco a magistrati, ufficiali di polizia giudiziaria, amministratori giudiziari e coadiutori giudiziari che hanno strumentalizzato il loro ruolo delicato e importante in una terra martoriata come la Sicilia, ruolo che era indispensabile per il contrasto alla criminalità organizzata, per conseguire le utilità le più varie utilità economicamente valutabili.

Le risultanze investigative che poi si sono tradotte in risultanze dibattimentali e quindi prove hanno permesso di fare luce, di mettere a fuoco, un sistema perverso e paradossalmente tentacolare creato e gestito dalla dottoressa Saguto che ha sfruttato e mortificato quello che era il suo ruolo come magistrato in un ufficio prestigioso come la sezione misure prevenzione di PalermoCi troviamo in presenza di pubblici ufficiali che oltre a ledere gli interessi giuridici tutelati dalla norme incriminatrici violate hanno recato un danno irreparabile e incolmabile all’immagine dell’amministrazione della giustizia.

(…) È a mio modo di vedere un errore strategico… ipotizzare che siccome io ho fatto antimafia ho una sorta di licenza di uccidere, di licenza di delinquere… Si è trasformato l’ufficio di misure di prevenzione in un ufficio di collocamento. Gli amministratori giudiziari hanno svolto un’attività predatoria ai danni dei patrimoni che sono stati sottoposti a sequestro contrariamente a quella che era la loro funzione: quella di salvaguardia di questi patrimoni.

Come è noto, il 28 ottobre 2020 Silvana Saguto è stata condannata in primo a grado a 8 anni e 6 mesi di carcere. L’anno prima, il 29 ottobre 2019, le Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione avevano confermato definitivamente la sua rimozione dall’ordine giudiziario8. Pesanti condanne sono state inflitte anche a molti degli altri imputati9.

Fin qui, dunque, la cronaca giudiziaria.

Questa Commissione, a prescindere da quali saranno le evoluzioni processuali del cosiddetto caso Saguto, non può esimersi dall’approfondire taluni quesiti che nascono, in primo luogo, proprio dalle dichiarazioni rilasciate dall’ex magistrato Saguto nel corso del suo esame dibattimentale10:

DOTT.SSA SAGUTO: Tutti noi Giudici avevamo una scatoletta, dove c’erano tutti i bigliettini dei vari amministratori, che si proponevano o che venivano proposti. Io li ho ritrovati (…) Su ogni bigliettino, per quasi tutti c’è scritto chi me li ha segnalati, perché venire e dire io vorrei fare misure di prevenzione da parte di un dottore o un avvocato, evidentemente non può bastare, neanche il curriculum può bastare. Mi è stato chiesto da un giornalista: “ma non ci poteva essere un criterio più oggettivo?”, dico, “se lei lo trova me lo suggerisca, perché lo cerchiamo tutti”. Io credo che tutti noi nominiamo periti, consulenti o quant’altro, li nominiamo sulla base della fiducia, non certo sulla base di un elenco…

Quanto di quel modus operandi (la “scatoletta” con i bigliettini, le sponsorizzazioni dei colleghi…) permane ancora? L’attuale impianto normativo – che ha recepito nel suo corpo una sorta di “norma Saguto11 – è in grado concretamente di arginare possibili derive personalistiche o, per meglio dire, proprietarie nella nomina degli amministratori giudiziari? In che termini, oggi, vengono efficacemente garantiti e rispettati i princìpi di trasparenza e rotazione degli incarichi? Esistono indici di performance per monitorare il rendimento dell’amministratore giudiziario con riferimento alla specifica misura? Che tipo di verifiche vengono fatte sulle dichiarazioni degli amministratori giudiziari? Quali strumenti hanno a disposizione i giudici per valutare quelle che in gergo aziendale vengono definite le skills, ossia le competenze, dei professionisti incaricati? Vi è un controllo di merito da parte del giudice delegato sulle modalità di gestione dell’incarico da parte dell’amministratore giudiziario? Ed ancora, secondo quali criteri vengono calcolati e liquidati i compensi degli amministratori giudiziari? In che cosa consiste l’attività di supporto posta in essere dall’Agenzia e in che modo quest’ultima interagisce concretamente con l’Autorità Giudiziaria?

In questa relazione proveremo ad offrire una risposta a ciascuna di queste domande. Partendo, intanto, da una lettura attenta della cronaca più recente che conferma la persistenza di preoccupati distorsioni afferenti l’attuale sistema dell’amministrazione giudiziaria dei beni.

  1. IL CASO LIPANI

Facciamo riferimento, ad esempio, all’inchiesta giudiziaria – condotta nell’autunno 2019 dalla D.D.A. di Palermo12 – che ha riguardato il commercialista Maurizio Lipani, noto amministratore giudiziario accusato di aver utilizzato i conti correnti di alcune imprese sottoposte a misura ablatorie e affidate alla sua gestione a mo’ di bancomat privato.

Lo scorso luglio 2020, Lipani è stato condannato in primo grado dal GUP del Tribunale di Palermo13 a cinque anni e quattro mesi di reclusione per peculato e autoriciclaggio. Insieme a lui è stata condannata anche la moglie, Maria Teresa Leuci (anni due con pena sospesa) 14.

Nessun nuovo caso Saguto, caso isolato” aveva all’epoca commentato il procuratore Lo Voi all’atto in cui l’inchiesta aveva raggiunto gli onori della cronaca15. Dello stesso avviso, oggi, anche il dottor Agate, presidente della sezione misure di prevenzione presso il Tribunale di Trapani:

AGATE, Presidente della sezione delle misure di prevenzione del Tribunale di Trapani. Il caso Lipani è da considerare un caso isolato, per noi almeno sì.

Commenti condivisibili e in parte rassicuranti. Eppure non può non destare inquietudine – e far riflettere – la disinvoltura con la quale Lipani ha potuto mettere in essere la sua condotta delittuosa.

Lipani, infatti, così come riportato in sentenza, ha operato uti dominus, in assoluta carenza di qualsivoglia autorizzazione da parte dei competenti giudici delegati: prelevava ingenti somme di denaro dai conti corrente delle imprese sottoposte alla sua amministrazione o, addirittura, da detti conti ordinava, a vario titolo, bonifici in proprio favore o di terzi. Il tutto, in assoluta nonchalance, senza neppure premurarsi di far pervenire alle cancellerie dei tribunali le relazioni di rito previste dalla legge. Ed è proprio in ragione di tali omissioni – e non tanto su un effettivo controllo di gestione in fieri – che il Lipani, come spiegatoci dal dottor Agate, viene rimosso.

AGATE, Presidente della sezione delle misure di prevenzione del Tribunale di Trapani. Il Lipani non aveva mai chiesto di aprire un conto corrente, non c’era stata una presentazione di relazioni… Cosa aveva fatto lui? Aveva mantenuto il conto corrente della vecchia impresa, aveva prelevato i conti senza dirci nulla e, quindi, praticamente per noi l’impresa continuava ad operare regolarmente e, invece, lui si era preoccupato di ripulire il conto corrente a nostra insaputa.

Come giustamente fa notare il presidente Agate, Lipani non ha messo sotto scacco solamente i giudici delegati. Anche nel momento in cui le imprese, a seguito della confisca definitiva, passavano sotto la giurisdizione dell’Agenzia, l’amministratore continuava ad operare illecitamente. È quello che accade, ad esempio, con riferimento:

– all’impresa Moceri Olive Società Agricola16:

successivamente all’adozione del decreto n. 5/2017 del 13.11.2017 che ha disposto la confisca della società, determinando la cessazione del Lipani dall’incarico di amministratore giudiziario e la nomina di due nuovi coadiutori… l’imputato ha continuato ad operare sul conto corrente intestato alla società prelevando l’ulteriore somma in contanti di € 32.800,00 e disponendo bonifici in proprio favore dell’importo complessivo di € 91.780,00 nonché ricevendo sul proprio conto corrente nelle date del 28.5.2019 e 2.6.2019 due bonifici rispettivamente dell’importo di € 14.000,00 e di € 6.500,00. In particolare, è emerso che per tutta la durata del sequestro il Lipani non ha mai provveduto alla redazione del rendiconto e non ha mai avanzato richieste di liquidazione di compensi, né ha provveduto ad effettuare le consegne in favore degli amministratori nominati dal Tribunale di Trapani con il decreto di confisca che ha determinato il trasferimento della società in capo all’Agenzia Nazionale dei Beni confiscati.

– e all’amministrazione giudiziaria disposta nei confronti del patrimonio di Vincenzo Pipitone17:

anche dopo il passaggio di consegne effettuato l’11.05.2016 con i coadiutori nominati dall’A.N.B.S.C. lo stesso ha continuato a disporre del suddetto conto corrente ordinando tre bonifici a proprio favore di 3.000,00 euro, 12.000,00 euro e 20.000,00 rispettivamente in data 30.12.2016, 11.01.2017 e 27.01.2017, con la causale “giroconto” accreditati sul conto corrente omissis acceso presso Banca omissis personale dell’imputato. In merito a tali operazioni la A.N.B.S.C. ha chiarito che nel periodo successivo al passaggio di consegne tra l’imputato e i coadiutori di sua nomina, non sono state autorizzate liquidazioni in favore dell’imputato, il quale aveva peraltro omesso di rendere nota l’esistenza del conto corrente acceso presso Banca omissis a nome dell’amministrata, lo stesso dal quale sono risultati alcuni bonifici in favore del medesimo imputato.

Le circostanze che il GUP descrive nella sua sentenza dimostrano il deplorevole “attaccamento” del Lipani alle casse aziendali, anche quando queste passavano sotto la competenza di altri professionisti o di altra Autorità: è vero. Ma rivelano anche l’assenza di forme efficaci di coordinamento nei passaggi di consegna tra A.G. e Agenzia e, più in generale, un allarmante quanto fatalista effetto delega, come se tutto venisse rimesso alle buone intenzioni del solo amministratore (o coadiutore giudiziario), fedele o infedele che sia. Ce lo spiega il presidente della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Palermo, il dottor Malizia:

MALIZIA, Presidente della sezione delle misure di prevenzione del Tribunale di Palermo. È vero che abbiamo una criticità derivante dal fatto che il passaggio di gestione dal Tribunale all’Agenzia nazionale non è espressamente codificato nei tempi e nelle modalità. La norma lo ancora al momento in cui viene emesso il decreto che decide l’eventuale appello avverso il decreto di confisca, quindi con il decreto decisorio di secondo grado. Quindi noi continuiamo ad amministrare, oggi, fino alla conclusione del giudizio di appello; da quel momento interviene l’Agenzia. Questo passaggio non è espressamente codificato… ecco io posso dire per la mia esperienza si verificano dei casi in cui gli amministratori giudiziari hanno difficoltà nel momento in cui noi non siamo più competenti; non sempre vi è un immediato subentro dell’Agenzia, che peraltro dovrebbe provvedere alla nomina di un proprio coadiutore che potrebbe essere lo stesso amministratore giudiziario o ovviamente un soggetto diverso. Questo probabilmente potrebbe essere meglio disciplinato.

E ad una specifica domanda sulla “replicabilità” del “caso Lipani”, il dottor Malizia aggiunge:

MALIZIA, Presidente della sezione delle misure di prevenzione del Tribunale di Palermo. A noi non risultano casi simili… […] Io credo che siano casi sporadici. Devo dire però, per quello che abbiamo potuto vedere dall’analisi degli atti del nostro ufficio, non sempre in passato sono stati depositati i rendiconti finali degli amministratori giudiziari…

FAVA presidente della Commissione. Come mai non venivano depositati?

MALIZIA, Presidente della sezione delle misure di prevenzione del Tribunale di Palermo. Evidentemente non vi era in passato un controllo attento sul punto, lo stesso controllo che oggi noi invece adottiamo… Stiamo cercando di recuperare questo arretrato, però è vero che in questi casi può crearsi quel vuoto nero di conoscenza che può nascondere anche condotte analoghe a quelle del Lipani.

In un simile contesto non stupisce, dunque, che l’amministrazione del Lipani, così solitaria ed indisturbata (ben lontana dall’essere definita semplicisticamente una “gestione allegra”), abbia finito per consentire ai soggetti prevenuti di continuare a gestire l’impresa a loro sequestrata, così come accaduto nel caso della Glocal Sea Fresh18:

è stato accertato che Epifanio Agate e Francaviglia Rachele hanno eluso l’esecuzione del sequestro di prevenzione applicato all’impresa “Glocal Sea Fresh di Francaviglia Rachele” ed è altrettanto emerso che nel fare ciò sono stati aiutati dal Lipani, nominato amministratore giudiziario della società dal Tribunale di Trapani – sezione misure di prevenzione. Con riguardo alle condotte poste in essere da Agate e Francaviglia è risultato che questi hanno continuato a compiere atti di gestione dell’impresa, sia riscuotendo i crediti vantati, sia intraprendendo nuove operazioni commerciali, alla luce delle dichiarazioni rese da alcuni clienti della Glocal Sea Fresh sentiti a sommarie informazioni… Tali condotte illecite, svolte senza alcuna autorizzazione da parte dell’amministrazione giudiziaria, sono state possibili soltanto grazie alla complicità dell’amministratore giudiziario, odierno imputato, che ne era perfettamente consapevole e che ha quindi volontariamente aiutato i predetti Agate e Francaviglia ad eludere l’esecuzione del provvedimento di sequestro.

E sempre sul modus operandi di Lipani, questa Commissione ha raccolto ulteriori dettagli, grazie alla testimonianza di uno dei cronisti che si occuparono del caso, ed in particolare della misura “Moceri Olive”, il dottor Marco Bova:

BOVA, giornalista. Quando io vengo a sapere qualche cosa della “Moceri Olive”, la vengo a sapere parlando con alcuni rappresentanti di Libera… E mi raccontarono, addirittura, che l’amministratore giudiziario Lipani li sensibilizzò a conferire le olive nell’oleificio “Moceri Olive” per far galleggiare questa società che altrimenti rischiava di fallire… L’associazione Libera ha chiesto informazioni dettagliate, dicendo: “sì, noi possiamo aiutarvi, ma raccontateci chi conferisce le olive assieme a noi. Perché noi non vogliamo mettere le nostre olive vicino a quelle di soggetti che non apprezziamo”.

Il dottore Lipani nel giro di due settimane fece avere un elenco dei soggetti che conferivano le olive nell’oleificio “Moceri” ed ecco che si apre quello che, secondo me, è il vero tema dei beni confiscati in provincia di Trapani e nello specifico nella gestione dell’amministrazione del settore oleario: perché chi conferiva le olive nelle società amministrate da Lipani… erano soggetti che camminavano con il certificato delle logge massoniche.

Lipani, si legge nella sentenza19, ha reso ampia confessione ammettendo responsabilità relativamente anche ad altri peculati che riguardavano altre amministrazioni giudiziarie20. Ed è da consegnare alla memoria la giustificazione offerta dal Lipani ai magistrati a fronte delle sue condotte: «sono state frutto di un momento di grave squilibrio mentale causato dagli attacchi ingiustamente subiti nello svolgimento del suo lavoro a partire dal 2011 da chi gestiva le amministrazioni di beni sottoposti a misure di prevenzione, ossia l’avvocato Gaetano Cappellano Seminara e la dottoressa Silvana Saguto21».

  1. IL “PALAZZO DELLA LEGALITÀ” DI CALTANISSETTA

Singolare e anomala è anche la storia del cosiddetto “Palazzo della Legalità” di Caltanissetta”. Quello di viale della Regione, infatti, non è un edifico come gli altri: è il frutto dei patrimoni di due amministrazioni giudiziarie: quella relativa ai beni dell’imprenditore Di Vincenzo e quella afferente le società del Gruppo Zummo. La prima è disposta dal Tribunale di Caltanissetta22; l’altra, invece, da quello di Palermo23. Per entrambe l’amministratore giudiziario è lo stesso: il dottor Elio Collovà, stimato professionista palermitano.

Ma procediamo con ordine. Nel novembre 2009, il dottor Collovà presenta al Tribunale di Caltanissetta il “Progetto Sinergia”, probabilmente in omaggio alla “A.G. Sinergie srl”, società che l’amministratore giudiziario ha costituito dalla fusione di quattro imprese del Gruppo Zummo sottoposte alla sua gestione.

Che cosa prevede il progetto? La realizzazione di un complesso immobiliare benedetto dal vessillo dell’antimafia. Come? Facendo acquistare alla neonata società un’area edificabile di proprietà della Palmintelli (una tra le imprese sequestrate del Gruppo Di Vincenzo24) per la modica cifra di 6.400.000 euro (tanto è stata valutata dall’architetto Mario Teresi). Un prezzo fuori mercato? Per Collovà, impegnato in una trattativa tra sé e sé, evidentemente no. Il passaggio successivo è la stipula di un contratto di appalto tra l’A.G. Sinergie e la Di Vincenzo S.p.A.: la prima mette i soldi, l’altra la manodopera. Il tutto sotto la regia attenta di Collovà.

Il 24 novembre 2009 arriva il semaforo verde all’operazione da parte del Tribunale di Caltanissetta. Qualche giorno più tardi il giudice delegato, il dottor Carlo Cautadella, autorizza l’amministrazione giudiziaria della Palmintelli (ovvero Collovà) a vendere l’area alla A.G. Sinergia (sempre Collovà).

Il Tribunale si spinge ben oltre, arrivando ad acconsentire alla richiesta formulata da Collovà di poter nominare quale direttore operativo dei lavori l’architetto Fabrizio Collovà, suo figlio, nonché di poter conferire l’incarico di procuratore ad litem (per un giudizio tra la Di Vincenzo S.p.A. e la Provincia Regionale di Caltanissetta), l’avvocato Giovanni Di Pasquale, suo cugino acquisito di primo grado.

Trionfali i commenti di Collovà all’atto di presentare ufficialmente il progetto nel novembre del 201125:

Siamo di fronte a un’operazione unica in Italia… L’operazione smentisce quanti si sono prodigati in più occasioni a diffondere il falso messaggio secondo cui le imprese in amministrazione sono destinate al fallimento… Il salvataggio delle imprese in amministrazione giudiziaria deve costituire il principio fondante della loro gestione ma è altrettanto ovvio che ciò può avvenire a condizione che esse vengano gestite con oculatezza e capacità, in completa autonomia e discontinuità con le pregresse gestioni illecite…

L’operazione – come la chiama Collovà – trova il sostegno anche di Banca Nuova che concede alla “AG Sinergie” un mutuo di 9 milioni di euro. Breve digressione: questa Commissione si era già occupata di Banca Nuova all’indomani del servizio trasmesso il 12 novembre 2018 da Report26 sui rapporti tra detto istituto bancario, Antonello Montante ed i servizi segreti. Approfondimento poi confluito, come è noto, nella relazione finale sul cosiddetto “Sistema Montante27. E non può non sfuggire il fatto che l’ombra del cavaliere Antonello Montante investa anche la storia che stiamo qui ricostruendo, come in un romanzo di John le Carré. Ci riferiamo proprio alla confisca Di Vincenzo e alle dichiarazioni rilasciate dall’avvocato dell’imprenditore nel giugno 201828, ad un mese dall’arresto di Montante:

Montante è accusato di aver orientato delle indagini della Guardia di Finanza a favore dei suoi amici e contro i suoi nemici. Se si considera che il maggiore Orfanello29 è stato uno dei militari che ha condotto le indagini patrimoniali nei confronti dell’ingegnere Di Vincenzo, all’esito delle quali fu chiesta, e poi applicata, la misura di prevenzione che ha portato alla confisca di tutto il patrimonio, si possono comprendere le mie perplessità da operatore del diritto… Noi difensori abbiamo saputo della sentenza della Corte d’Appello di Caltanissetta, con la quale era stata confermata la confisca a carico dell’ingegnere Di Vincenzo, attraverso l’intervista rilasciata da un altro soggetto coinvolto nell’indagine Montante, l’ex presidente della Regione siciliana Rosario Crocetta, il quale era a conoscenza della decisione credo lo stesso giorno che fu depositata, e comunque ancora prima di noi diretti interessati. Sarei curioso di sapere come lo abbia saputo.

Torniamo ora al “Palazzo delle Legalità”. Sopita questa prima fase di entusiasmo, calano i riflettori sulla “creatura” del dottor Collovà, salvo poi riaccendersi all’improvviso, nell’aprile 2017, dopo la trasmissione televisiva Le Iene30, cui fa seguito – sempre nello stesso mese – una dettagliata interrogazione parlamentare dell’onorevole Azzurra Maria Pia Cancellieri rivolta al Ministro della Giustizia e al Ministro dell’Interno nell’aprile 201731. Leggiamone alcuni passaggi:

CANCELLERI, SARTI e D’UVA. — Al Ministro della giustizia, al Ministro dell’interno. — Per sapere – premesso che: … durante la puntata de «Le iene» del 2 aprile 2017, nel servizio dal titolo «Quando l’antimafia cerca di fare affari», si apprende la storia della costruzione del cosiddetto «palazzo della legalità», sito nella città di Caltanissetta. In particolare, dal servizio emergerebbe che:

– la ditta Di Vincenzo aveva a disposizione un terreno e gli operai, ma non aveva liquidità;

– il gruppo imprenditoriale Zummo, essendo formato da 4 aziende, disponeva invece di una certa liquidità; dalla fusione delle 4 aziende che costituivano il gruppo Zummo, il dottor Collovà forma la Ag Sinergie; la Ag Sinergie, con il patrimonio dell’ex gruppo Zummo, acquista, nel 2011, l’area edificabile di circa 5.440 metri quadrati e di proprietà di una controllata del gruppo Di Vincenzo, al prezzo di 6.400.000 euro con una perizia sintetica dove non ci sono le fonti e dei parametri che giustifichino il valore;

– da una stima condotta da esperti del settore immobiliare, il prezzo pagato dalla Ag Sinergie è praticamente il doppio di quello stimato; tale vendita è stata autorizzata dal tribunale competente;

– la Ag Sinergie, per costruire il palazzo e pagare gli amministratori e i professionisti nominati, necessitava di ulteriori fondi e accese un mutuo per 9 milioni di euro con Banca Nuova.

– L’amministratore giudiziario, i coadiutori, i tecnici, i periti dell’amministrazione giudiziaria, stando alle carte mostrate nel servizio, avrebbero incassato quasi 10 milioni di euro. 2 milioni di euro allo stesso Collovà, 600 mila euro un architetto di Palermo fratello del procuratore antimafia Vittorio Teresi e, tra gli altri, 1 milione e 294 mila euro un avvocato palermitano, cugino acquisito dell’amministratore giudiziario. Inoltre, dal video di presentazione della costruzione, si legge che il direttore tecnico nominato è Fabrizio Collovà, figlio dell’amministratore. Tutti incarichi vidimati dai tribunali e non riferiti alla sola costruzione del palazzo, bensì alla complessiva gestione dei beni sotto sequestro per tutti i sette anni;

– ad ottobre 2016, la Corte d’appello di Palermo ha disposto il dissequestro dei beni, ritenuti di provenienza lecita a Francesco Zummo, comprendendo il citato palazzo della legalità32;

– Di Vincenzo è stato assolto in via definitiva perché il fatto non sussiste, ma i beni non sono stati dissequestrati perché non è riuscito a dimostrare come ha costruito parte del suo impero;

– a seguito della mancata presentazione dei bilanci del gruppo Di Vincenzo Srl e nonostante i vari tavoli tra il Ministero dello sviluppo economico, i sindacati, l’A.N.B.S.C. e l’amministrazione giudiziaria, sono stati licenziati i 41 dipendenti che vi lavoravano;

– il sistema sequestro-confisca-gestione dell’azienda da parte dello Stato non ha funzionato, tanto che gran parte degli immobili del palazzo della legalità sono invenduti e rimane il mutuo da 9 milioni di euro contratto durante l’amministrazione Collovà.

L’interrogazione enfatizza alcuni aspetti inquietanti della vicenda: i costi sproporzionati dell’operazione e della stima effettuata dall’architetto Teresi sul terreno da acquistare; il disatteso rispetto, da parte del dottor Collovà, di qualsivoglia ragione di opportunità nella scelta dei professionisti da coinvolgere (stante anche l’ammontare dei compensi a questi riconosciuti); il disastroso epilogo della vicenda: 41 operai mandati a casa, poche unità immobiliari vendute ed un muto di 9 milioni di euro pendente.

L’iniziativa imprenditoriale del dottor Collovà finisce così nel mirino dell’inquirenti nisseni, così come anticipato nel corso della già citata audizione svoltasi dinanzi la Commissione Nazionale Antimafia nel giugno 201733:

LIA SAVA, procuratore aggiunto. Noi ci siamo immediatamente attivati, chiedendo gli atti agli archivi del tribunale di Caltanissetta. Questi atti li abbiamo poi inseriti in un contesto investigativo, delegando indagini alla polizia giudiziaria per cercare di individuare se in questo contesto fossero ravvisabili, in primo luogo, ipotesi di reato di nostra competenza o, in secondo luogo, ipotesi di reato in astratto di competenza di altra autorità giudiziaria. In astratto intendo la procura di Catania…

[…] 

GABRIELE PACI, procuratore aggiunto. C’è una plusvalenza relativa a un terreno comprato e iscritto a bilancio nella Palmintelli, una società controllata del gruppo Di Vincenzo… terreno comprato dalla società Sinergie Srl, la società che viene costituita dall’amministratore Collovà per il gruppo Zummo, alla modica cifra di 6.400.000 euro. Quindi, c’è una plusvalenza di 5 milioni, sulla base di una perizia di stima di tre pagine redatta da un coadiutore del Collovà… Per il momento, gli elementi sono questi. C’è questa enorme e improvvisa lievitazione del prezzo sulla quale stiamo indagando.

Indagini in progress dichiarano nel 2017 i magistrati Sava (attuale procuratore generale presso la Corte d’Appello di Caltanissetta) e Paci (attuale reggente della procura nissena). A quasi quattro anni di distanza questa Commissione ha ritenuto doveroso chiedere quale sia stato l’esito dell’inchiesta alla Procura di Caltanissetta e, per eventuali competenze ex art. 11 c.p.p., anche a quella di Catania. “Attività investigativa il cui esito non risulta ostensibile, in quanto coperta allo stato dal segreto investigativo” ha risposto la procura nissena34, (ossia indagine ancora in corso). “Nessun procedimento penale è stato instaurato in relazione alla realizzazione del cosiddetto Palazzo della Legalità” invece, ci dice quella etnea35.

Preziose, a margine, le considerazioni condivise con questa Commissione dalla dottoressa Roberta Serio, presidente della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Caltanissetta:

SERIO, Presidente della sezione delle misure di prevenzione del Tribunale di Caltanissetta. Conosco la vicenda non per avervi partecipato, ma per avere predisposto io la relazione che è stata richiesta dal Parlamento sulla questione36 (in seguito ad un’interrogazione, ndr)Ovviamente ci sono stati dei soggetti che hanno profittato della vicenda… il risultato è veramente disastroso per la collettività… si tratta di un progetto che era presentato a livello di marketing come un progetto produttivo di redditività, forse anche i colleghi di Palermo lo hanno valutato, diciamo, più per la confezione del pacco che per il contenuto stesso del pacco… (…) ci sono stati interventi speculativi da parte di soggetti che ne hanno tratto vantaggio, per esempio da parte dei consiglieri dei consigli di amministrazione c’erano aumenti del loro compenso che venivano richiesti e autorizzati in continuazione…

FAVA, presidente della Commissione. Ciascuno di questi passaggi era vidimato dal Tribunale, giusto?

SERIO, Presidente della sezione delle misure di prevenzione del Tribunale di Caltanissetta. Sì, sì. Ricordo bene al margine di ogni istanza c’era un “visto si autorizza”.

Qualcuno ne ha approfittato” dice la dottoressa Serio. Una premessa che accompagna molte, troppe pagine del romanzo, ancora tutto da scrivere, sulla gestione dei beni sequestrati e confiscati in Italia.

  1. LA MAXI PARCELLA DEGLI AMMINISTRATORI DELLA ITALGAS E IL CASO CAVALLOTTI

Un’altra delle grandi fragilità del sistema di gestione dei beni sequestrati e confiscati è indubbiamente legata alla voce compensi degli amministratori giudiziari, tenuto conto anche del mancato ricorso, nella prassi, agli strumenti alternativi – e sicuramente più economici – previsti dal legislatore, sui quali ci soffermeremo meglio nel prossimo capitolo37.

In tale ottica, questa Commissione ha ritenuto opportuno approfondire la vicenda della maxi-parcella – così come ribattezzata dalla stampa38 – che gli ex amministratori della Italgas S.p.A., l’avvocato Andrea Aiello, l’ingegnere Sergio Caramazza, il professor Marco Frey e il dottor Luigi Giovanni Battista Saporito, lo scorso luglio avevano presentato alla cancelleria della sezione misure di prevenzione del Tribunale: 120 milioni di euro a fronte di poco meno di un anno di attività (luglio 2014 – giugno 2015).

Premettiamo subito che il collegio presieduto dal dottor Malizia non ha ritenuto di accogliere tale richiesta, riconoscendo in capo a ciascun professionista un compenso pari a 230.000 euro (tramutatosi poi, alla luce delle somme che erano già state versate in anticipo, in 26.000 euro)39.

La differenza abissale tra la richiesta avanzata e la determinazione del tribunale (che si è attestata sull’1% scarso della richiesta) fa comprendere quanta aleatorietà ci sia – nell’interpretare la norma di legge – sulla determinazione delle parcelle degli amministratori giudiziari.

MALIZIA, Presidente della sezione delle misure di prevenzione del Tribunale di Palermo. La richiesta era stata formulata per 250 milioni… la società Italgas, come sapete, è una partecipata della Snam, si tratta di una società di grandissime dimensioni… Questa misura, riguardando una società di queste dimensioni, ha acconsentito agli amministratori giudiziari di formulare la richiesta, tenendo conto della norma prevista dal DPR del 2015, sui compensi degli amministratori giudiziari che, nel caso della gestione diretta delle aziende, prevede che il compenso venga parametrato anche ai ricavi lordi e agli utili netti, sulla base di percentuali fisse: lo 0,5% dei ricavi lordi, sostanzialmente il fatturato, e il 5% degli utili, indipendentemente dagli importi assoluti di questi… Tenendo conto di questi parametri se sequestrassimo… non so, la FIAT… il compenso dell’amministratore giudiziario andrebbe commisurato alla percentuale sui ricavi lordi, ovviamente possiamo immaginare quale risultato determinerebbe l’applicazione di questa disposizione…

Nel caso specifico abbiamo ritenuto che, trattandosi di misura ai sensi dell’art. 34 (amministrazione controllata, ndr.), il compenso degli amministratori giudiziari è stato parametrato soltanto sulla base del valore dell’impresa… e ha dato luogo a quel compenso che abbiamo liquidato che poi era di poco superiore agli acconti che erano già stati corrisposti a suo tempo. In questo decreto ci siamo spinti anche oltre e abbiamo individuato quello che potrebbe essere un tetto massimo al compenso.

FAVA presidente della Commissione. La legge non prevede un tetto massimo. Voi l’avete previsto come vostra prassi interna all’ufficio?

MALIZIA, Presidente della sezione delle misure di prevenzione del Tribunale di Palermo. Abbiamo ritenuto in linea di principio applicabile, tenuto conto della natura di munus publicum dell’ufficio amministratore giudiziario, il compenso massimo previsto per gli amministratori delle imprese pubbliche, cioè 240 mila euro annui…

FAVA presidente della Commissione. È un parametro condiviso?

MALIZIA, Presidente della sezione delle misure di prevenzione del Tribunale di Palermo. Se fosse adottato dal legislatore ci renderebbe chiaramente più semplice la vita… No, non mi risulta che sia mai stato applicato in una liquidazione di amministratore giudiziario.

Nel corso delle due audizioni che, a distanza di diciotto mesi l’una40 dall’altra41, hanno avuto come protagonista il dottor Pietro Cavallotti della Euro Impianti Plus S.r.l.42, è emerso il tema controverso dei “sequestri a cascata”, a proposito del cumulo di incarichi che si può concentrare sul singolo amministratore giudiziario (nel caso di specie, come puntualizzato anche dal dottor Malizia, la misura Italgas era stata adottata secondo l’assunto che questa avrebbe favorito la Euro Impianti Plus, circostanza che era segnalata dall’amministratore giudiziario di quest’ultima).

CAVALLOTTI, imprenditore. Quando subentra un amministratore giudiziario nella nostra azienda si innesta un sistema di sequestri a cascata. Che cosa voglio dire? Voglio dire che, l’amministratore giudiziario Andrea Aiello… fa un’altra segnalazione al Tribunale dicendo che ci sono altre aziende riconducibili ai Cavallotti… Anche a seguito di questa segnalazione, le aziende dei miei cugini vengono sequestrate e affidate sempre alla gestione dello stesso amministratore giudiziario che le aveva segnalate… Sempre su segnalazione dello stesso amministratore giudiziario, a giugno del 2014, vengono messe in amministrazione giudiziaria un’altra azienda, e anche quest’azienda viene affidata allo stesso amministratore giudiziario Aiello che, non contento, fa un’altra segnalazione che porta, nel luglio del 2014, all’amministrazione giudiziaria della Italgas S.p.A. e della Gas Natural S.p.A… Nel frattempo, il processo di prevenzione sapete come è finito? Che l’Euro Impianti è stata dissequestrata…

FAVA, presidente della Commissione. Questo gioco di sequestri a cascata – ovvero l’amministratore denuncia, si dispone il sequestro e l’azienda che era stata segnalata viene affidata allo stesso amministratore – è una vicenda episodica o no?

CAVALLOTTI, imprenditore. No, è la prassi. Uno dei precisi obblighi dell’amministratore giudiziario è quello di segnalare al Tribunale altri beni che si sospettano essere riconducibili al proposto. Ed era la prassi quella di assegnare il bene nuovo, una volta sequestrato, allo stesso amministratore che lo aveva segnalato.

Una prassi o una forzatura della norma? Sul punto abbiamo raccolto anche le considerazioni del dottor Malizia:

MALIZIA, Presidente della sezione delle misure di prevenzione del Tribunale di Palermo. L’amministratore giudiziario ha l’obbligo di segnalare eventuali beni ulteriori che rinvenga a seguito dell’immissione in possesso. Normalmente questa segnalazione avviene con la prima relazione… quindi molto celermente rispetto ai tempi del procedimento e quindi il sequestro integrativo si inserisce nell’unica procedura già avviata… e questo ovviamente comporta che sia lo stesso amministratore giudiziario a occuparsi dei beni ulteriori sequestrati.

Ci sembra doveroso, infine, dare lettura – senza commento alcuno – di un estratto della memoria trasmessa a questa Commissione dallo stesso Cavallotti lo scorso luglio 202043, a proposito delle particolari attenzioni riservate dalla dottoressa Saguto nei confronti di quella che, a suo avviso, era la madre di tutte le misure:

Dal processo che si sta celebrando presso il Tribunale di Caltanissetta a carico di Silvana Saguto ed altri imputati, sono emerse alcune intercettazioni di indubbio interesse… In una prima intercettazione, Fabio Licata (allora giudice delegato nella procedura Cavallotti), dolendosi con Silvana Saguto per l’ennesima richiesta di proroga avanzata dai periti, si esprime in questi termini: «Domani Cavallotti mettiamoci però che sollecitiamo il deposito tanto oramai finiu ci confischiamo tutto44».

In buona sostanza, la perizia che lo stesso Tribunale aveva disposto era «superflua», in quanto in sedi extra processuali si era già deciso di confiscare tutte le aziende riconducibili ai familiari dei Cavallotti, e ciò – lo si ribadisce – a prescindere dalla perizia.

Ancor più gravemente, Licata riferisce alla Saguto il proposito di intervenire sul Pubblico Ministero, titolare dell’accusa nel processo Cavallotti, affinché quest’ultimo chiedesse l’acquisizione di documenti ritenuti utili per addivenire alla confisca:

Fabio Licata: «piuttosto mi devo ricordare di, ricordamelo domani, anzi ora me lo scrivo, dobbiamo ordinare la trasmissione delle consulenze Italgas e Gas Natural […] se non lo fa quel coglione di Scaletta […] domani glielo facciamo chiedere a lui […] Dario ora tu mi fai la cortesia […] chiedi l’acquisizione delle consulenze Gas Natural e Italgas a Cavallotti una volta che l’abbiamo depositato».

In una conversazione con il col. Nasca, la Saguto esprime il timore che la Cassazione potesse annullare la confisca Cavallotti. Se la confisca fosse stata annullata, sarebbe successo un «casino», nel senso che sarebbero venute meno le misure Italgas e Gas Natural. Il che avrebbe comportato la fine della carriera del giudice e la perdita della credibilità della Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Palermo, già messa in discussione dai servizi televisivi della trasmissione Le Iene45. Lo stesso concetto viene ribadito dalla Saguto nel corso di una conversazione con un docente universitario46, al quale confida l’auspicio di una conferma della confisca Cavallotti da parte della Cassazione, chiarendo che il sequestro Cavallotti «è la madre di tutti», nel senso che dai Cavallotti si era partiti per arrivare all’Italgas.

  1. LE ALTRE CRITICITÀ

Le circostanze emerse nella disamina delle vicende appena passate in rassegna e i contributi offerti dagli auditi ci permettono di mettere a fuoco le ulteriori criticità riferibili all’attuale impianto normativo in tema di amministratori e coadiutori giudiziari.

Un dato emerge su tutti: l’albo nazionale degli amministratori giudiziari non costituisce uno strumento sufficiente ai fini di una corretta individuazione delle reali competenze del professionista al quale si intende conferire l’incarico. Ciò, di fatto, ha determinato – come riferito a questa Commissione da numerosi magistrati – la prassi del “passaparola” all’interno dell’ambiente giudiziario nonché un rassegnato spirito di “sperimentazione” in assenza di altri indici utilizzabili.

AGATE, Presidente della sezione delle misure di prevenzione del Tribunale di Trapani. Io segnalo sommessamente che questo albo degli amministrati giudiziari, a mio modo di vedere, funziona poco. Perché? Perché gli amministratori giudiziari sono inseriti nell’albo, su loro richiesta, dopo avere effettuato un corso, ma buona parte di essi, a parte che sono per noi sconosciuti, hanno ricevuto una preparazione soltanto teorica… Noi poi siamo costretti a scegliere a rotazione da questo albo: significa che spesso, se ne troviamo qualcuno preparato e competente sulla materia, ne troviamo purtroppo molti che non hanno questo tipo di competenza perché hanno soltanto una preparazione teorica e vengono a chiedere poi aiuto a noi, ai giudici delegati, su come gestire questi patrimoni… Questa predisposizione dell’albo, con queste caratteristiche funziona poco, si contrappone a un sistema che ha avuto, lo sappiamo benissimo, risvolti giudiziari perché si erano creati dei cerchi magici, venivano pescati sempre gli stessi amministratori… forse però si è passati da un eccesso all’eccesso opposto. (…)

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PETRALIA, giudice assegnato della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Caltanissetta. Per quanto riguarda la possibilità di selezionare gli amministratori, sappiamo benissimo che ci possono essere curriculum vitae di 10 pagine dove non c’è niente di sostanziale e, viceversa, soggetti molto giovani, quindi con un curriculum vitae più corto, che manifestano un impegno ed anche delle capacità gestionali molto maggiori. Nel concreto funziona molto col passaparola e soprattutto con la sperimentazione sul campo sulla capacità dell’amministratore giudiziario.

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MICALI, Presidente della sezione delle misure di prevenzione del Tribunale di Messina. Io credo che il problema della scelta degli amministratori è il vero e proprio dramma che noi dobbiamo vivere di volta in volta… Noi dobbiamo necessariamente aderire al principio di rotazione. Il problema è che nel 95% dei casi noi non sappiamo chi sono queste persone, non le conosciamo, perché spesso provengono da una formazione che è diversa rispetto alla formazione penalistica. Si tratta di avvocati civilisti che hanno avuto una loro formazione soprattutto nel settore fallimentare, quindi procediamo un po’ a tentoni… Ci affidiamo in qualche modo alla sorte.

Affidarsi alla sorte: il segno di un’impotenza a cui la norma non porta rimedio. L’impressione è che il legislatore abbia concentrato i propri sforzi soprattutto per contenere l’insorgere di “affinità” tra chi conferisce l’incarico e chi è chiamato a svolgerlo, poco interessandosi invece alle questioni legate all’efficienza e alla qualità dell’attività da svolgersi. Prova ne è il fatto che non sia stata prevista l’istituzione di un albo dei coadiutori chiamati a collaborare con gli amministratori giudiziari, nonostante la norma (art. 35, comma 4) parli di soggetti “tecnici” o “altamente qualificati”. Qualità, come ci spiega il presidente Malizia, che nessun giudice è oggi in condizione di verificare:

MALIZIA, Presidente della sezione delle misure di prevenzione del Tribunale di Palermo. Non abbiamo un elenco (dei coadiutori giudiziari, nrd.), sono sempre soggetti che vengono individuati sulla base sostanzialmente di un rapporto fiduciario con l’amministratore giudiziario… Non è sempre facile reperire professionalità adeguate…

Una segnalazione, quella dell’amministratore giudiziario, non sempre scevra da pericoli, così come ci spiega la dottoressa Serio:

SERIO, Presidente della sezione delle misure di prevenzione del Tribunale di Caltanissetta. In un caso un amministratore giudiziario ci ha proposto come coadiutore un ingegnere il cui nominativo, per me che ho lavorato a Palermo per tanti anni alla Corte di Assise, era un nome che mi risuonava… Poi mi è venuto in mente che era il genero del boss del mandamento di Passo di Rigano!

Non meno complessa – come abbiamo già visto – è la questione legata all’interpretazione del limite dei tre incarichi aziendali previsto dal secondo comma dell’art. 35. Una formulazione come ci spiega la dottoressa Urso, presidente della sezione misure di prevenzione di Catania, che avrebbe bisogno di una migliore esplicitazione:

URSO, Presidente della sezione delle misure di prevenzione del Tribunale di Catania. Quando si parla di numero di incarichi ci si riferisce a un concetto della norma che noi interpretiamo in modo logico, non ci fermiamo ad un dato letterale. Cosa voglio dire? Quando la norma stabilisce un tetto massimo di incarichi pari a tre, si riferisce agli incarichi per procedimento, non ad incarichi – come qualcuno ha tentato di accreditare – relativi alle aziende gestite… voi capite bene che questo sarebbe non solo impossibile ma anche del tutto illogico perché ci sarebbe, per esempio, un amministratore che gestisce l’azienda X nell’impresa Tizio, e un altro amministratore che gestisce l’impresa Zeta sempre dello stesso imprenditore, una schizofrenia normativa che ci impone di ritenere che quando si dice il numero di incarichi deve essere massimo di tre si fa riferimento al numero di procedimenti. Cioè massimo tre procedimenti, non tre aziende.

Un limite, quello dei tre incarichi, che il legislatore non esplicita se applicabile in senso assoluto o per ciascun tribunale, e soprattutto non specifica se riguardi anche gli incarichi disposti dal gip nell’ambito dei sequestri preventivi.

URSO, Presidente della sezione delle misure di prevenzione del Tribunale di Catania. Ora presidente lei chiedeva se il limite dei tre incarichi debba guardare alla sezione misure di prevenzione o al tribunale: questo è un dato critico della normativa, un dato fragile nel senso che sarebbe auspicabile de jure condendo che si ponesse mano alla riperimetrazione della incompatibilità dell’amministratore giudiziario.

Quanto alle verifiche dei giudici delegati sulle attività svolte dagli amministratori giudiziari, il presidente Malizia testimonia il paradosso della “solitudine” con la quale l’amministratore giudiziario è chiamato a rappresentare lo Stato. Certo, non tutti gli amministratori si sono rivelati all’altezza del loro compito, ma anche i più preparati e motivati sono stati spesso costretti ad assumersi l’onere e il rischio di mantenere in vita le aziende sottratte ai mafiosi senza disporre di adeguati strumenti di supporto.

MALIZIA, Presidente della sezione delle misure di prevenzione del Tribunale di Palermo. La riforma del 2017 ha previsto espressamente che l’amministratore giudiziario presenti un programma di prosecuzione dell’azienda che deve prevedere la sostenibilità economica dell’attività in amministrazione giudiziaria… Spesso però, al momento del sequestro, non è sempre chiaro quale sia la reale entità dell’impresa che si sarà chiamati a gestire perché molto spesso gli accertamenti sono fatti sulla carta proprio per evitare qualsiasi forma di discovery

Considerazioni che vanno lette insieme a quelle rassegnate dinanzi questa Commissione dal capo centro della D.I.A. di Caltanissetta, il colonello Emanuele Licari, e del vice capocentro della D.I.A. di Palermo, il colonello Paolo Azzarone.

Col. LICARI, Capo Centro della DIA di Caltanissetta. Dico sempre all’amministratore giudiziario: “si ricordi, noi consegniamo le chiavi, noi da domani ce ne andiamo, lei rimane qui, quindi, attenzione a quello che avviene dopoperché chiaramente… qualsiasi cosa che lei ritiene che dobbiamo noi sapere anche a fare da tramite con l’autorità giudiziaria cioè, per esempio, il proposto che si riavvicina dopo qualche giorno, situazioni che lei ritiene che siano al limite della liceità, ce lo rappresenti…”. Quindi ci vuole sempre un po’ di coraggio da parte degli amministratori nel sapersi gestire queste situazioni…

***

Col. AZZARONE, Vice Capo Centro della DIA di Palermo. Ogni qualvolta gli amministratori giudiziari si sono sentiti in difficoltà ed hanno avuto qualche perplessità nel recarsi da soli sul posto, in un’azienda sequestrata ed hanno chiesto la nostra presenza, noi non abbiamo mai fatto mancare il nostro supporto, la nostra presenza fisica. Devo però aggiungere che all’amministratore giudiziario un minimo di coraggio comunque secondo me andrebbe anche richiesto… mi rendo conto che è un incarico difficile, è un incarico al quale bisogna anche arrivare un attimo preparati.

È in quest’ottica che va individuato uno dei principali vulnus della normativa in esame, evidenziato in maniera unanime da tutti i presidenti di sezione auditi da questa Commissione: l’assoluta mancanza di sinergia tra l’Autorità Giudiziaria e l’Agenzia. E l’effetto rischia di essere devastante ai fini del corretto perseguimento delle finalità previste dalla legge.

AGATE, Presidente della sezione delle misure di prevenzione del Tribunale di Trapani. Quando si sposta la competenza all’Agenzia, il problema della gestione dei beni e soprattutto delle aziende, per quello che mi dicono gli amministratori giudiziari, si acuisce. Loro rimangono spesso per mesi senza avere interlocuzione con nessuno… Si trovano di fronte un’Agenzia che spesso, per carità, io dico per carenza di personale e quant’altro, non risponde alle loro interlocuzioni e si bloccano determinati meccanismi.

***

PETRALIA, giudice assegnato della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Caltanissetta. Nel passaggio dalla gestione dei Tribunali alla gestione dell’Agenzia c’è un interregno che può durare anche un anno senza che venga nominato il sostituto dell’amministratore giudiziario…

FAVA, presidente della Commissione. Come mai?

PETRALIA, giudice assegnato della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Caltanissetta. Secondo me c’è un problema di disponibilità di risorse umane all’interno dell’Agenzia, per cui non è consentito evadere le istanze e compiere tutti gli adempimenti secondo i tempi richiesti. Questo non vale soltanto per la sostituzione dell’amministratore con il coadiutore, vale anche per tutte le problematiche gestionali che richiedono una interlocuzione fra Autorità giudiziaria e Agenzia per cui diventa tutto più farraginoso, tutto viene rallentato.

***

URSO, Presidente della sezione delle misure di prevenzione del Tribunale di Catania. Ancora oggi manca un flusso continuo, aggiornato ed efficiente di informazioni tra la Prefettura, l’Autorità giudiziaria e l’Agenzia nazionale che non di rado tarda a fornire le informazioni di cui l’Autorità ha bisogno… Non arrivano tempestivamente le informazioni… Noi facciamo la nostra parte, l’amministratore giudiziario viene gestito da noi fino a che noi abbiamo la disponibilità del bene, poi lei sa bene che nel momento in cui il bene passa sotto il dominio dell’Agenzia, anche l’amministratore giudiziario dovrebbe passare sotto il dominio dell’Agenzia. Ma se l’Agenzia, come è capitato, nomina con ritardo il soggetto che deve occuparsi della gestione del bene, è chiaro che la frittata è fatta.

FAVA, presidente della Commissione. Certo, ma ci scusi, quale è la difficoltà ad essere tempestivi nella nomina del coadiutore o nella conferma dell’amministratore in veste di coadiutore?

URSO, Presidente della sezione delle misure di prevenzione del Tribunale di Catania. Io non ho una risposta, posso provare ad abbozzare una ipotesi, cioè che l’Agenzia vuole verificare che il principale protagonista, che è appunto il coadiutore giudiziario, sia persona affidabile, di propria provata fiducia… forse in questa verifica si perde del tempo.

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MALIZIA, Presidente della sezione delle misure di prevenzione del Tribunale di Palermo. Posso dire, per la mia esperienza, che si verificano dei casi in cui gli amministratori giudiziari hanno difficoltà nel momento in cui noi non siamo più competenti… non sempre vi è un immediato subentro dell’Agenzia che peraltro dovrebbe provvedere alla nomina di un proprio coadiutore, che potrebbe essere lo stesso amministratore giudiziario o ovviamente un soggetto diverso. Questo probabilmente potrebbe essere meglio disciplinato.

***

MICALI, Presidente della sezione delle misure di prevenzione del Tribunale di Messina. Il rapporto con l’Agenzia, devo dire, è molto difficile. Immagino che si tratti di una realtà che si confronta con decine e decine di provvedimenti ma, in tutta onestà, noi non riusciamo ad ottenere un riscontro positivo tutte le volte in cui cerchiamo anche un confronto con l’Agenzia.

Una carenza, quella dell’Agenzia, che trova conferma nel fatto che le disposizioni del Codice Antimafia che prevedono di poter affidare l’amministrazione giudiziaria a personale dell’Agenzia (o, nei casi più complessi, a quello di Invitalia) non abbiano quasi mai trovato applicazione.

AGATE, Presidente della sezione delle misure di prevenzione del Tribunale di Trapani. Non è successo e credo che non funzioni.

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PETRALIA, giudice assegnato della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Caltanissetta. Per quanto riguarda il ricorso a personalità dell’Agenzia… noi più volte lo abbiamo fatto presente, e non credo che siamo stati i soli… Purtroppo l’interlocuzione con l’Agenzia è parecchio carente.

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MALIZIA, Presidente della sezione delle misure di prevenzione del Tribunale di Palermo. A noi è capitato soltanto in un caso di aver nominato un funzionario dell’Agenzia. Ma poi abbiamo dovuto provvedere alla sostituzione perché ci è stato rappresentato che l’Agenzia non aveva provveduto ad adottare la necessaria delibera… L’ipotesi Invitalia? Non l’abbiamo mai sfiorata… Ma anche lì non so se l’ente sia pronto.

Criticità esplicite, riportate da tutti i Presidenti di sezione misure di prevenzione che la Commissione ha audito. Abbiamo voluto rappresentarle al direttore dell’A.N.B.S.C. Corda nel corso della sua audizione. Queste le sue risposte:

  • sulla mancata interazione tra Autorità Giudiziaria e Agenzia:

CORDA, Direttore dell’A.N.B.S.C. Devo dire che questa è una problematica che i presidenti non mi hanno segnalato. Quale possa essere la ragione di questo, non riesco a capirla, perché normalmente quello che è l’amministratore giudiziario finisce per essere il nostro coadiutore, quindi il servizio viene svolto in assoluta continuità giuridica.

  • sul mancato ricorso alla disposizione di cui all’art. 35, comma 2-ter:

CORDA, Direttore dell’A.N.B.S.C. Dobbiamo trovare un equilibrio perché se impegnassimo in modo massiccio, tra virgolette, il nostro personale allo svolgimento di questa attività, depriveremmo l’Agenzia dalla possibilità di andare poi alla verifica di tutto ciò che viene svolto dai coadiutori nell’ambito delle procedure. Non dico che o si fa una cosa o l’altra, però certamente un impegno su questo dovremmo cercare di aggiungerlo…

Da ultimo, e non per importanza, vanno raccolte le preoccupazioni dei presidenti di sezioni sulle ingiustificabili carenze di risorse, umane ed organizzative in cui versano i loro uffici.

AGATE, Presidente della sezione delle misure di prevenzione del Tribunale di Trapani. Noi siamo costretti a lavorare non soltanto sulle misure di prevenzione ma anche sul penale, sul riesame, e quindi a Trapani sembrerà strano, ma non esiste una sezione dedicata alle misure di prevenzione, esistono dei collegi che si occupano delle misure di prevenzione.

***

SERIO, Presidente della sezione delle misure di prevenzione del Tribunale di Caltanissetta. Presidente, vorremmo, tramite lei, che venisse sollecitata una maggiore sensibilità per le problematiche che affronta il collegio delle misure di prevenzione di Caltanissetta che opera con le sole forze mie e del dottore Petralia… avremmo bisogno di supporto ma non veniamo compresi... Abbiamo bisogno soltanto di un collegio specializzato…

***

URSO, Presidente della sezione delle misure di prevenzione del Tribunale di Catania. Il presidente del Tribunale Mannino ha chiesto al Ministero la dotazione di nove magistrati per tutto il Tribunale. Il Ministero ha risposto con tre magistrati, quindi ha ridotto di due terzi la richiesta… davvero insufficiente se voi guardate al territorio di riferimento della sezione di misure di prevenzione di Catania che è divenuta distrettuale quindi con una competenza distrettuale che assorbe i territori di Siracusa e di Ragusa da cui arriva un contenzioso non indifferente… Volevo dire che a questo atto di dolore non è estraneo l’atto di dolore della dotazione della cancelleria. La cancelleria è il cuore, è il motore, è il punto di snodo del nostro lavoro anche perché lavora con materiale assolutamente incandescente… pensate che per trascrivere un provvedimento il funzionario, che è l’unico che ha poteri di firma, inserisce dati sensibili, trascrive particelle, poi scrive dati nei quali l’errore è dietro l’angolo e questo lo fa per un numero di procedimenti assolutamente elevato… Insomma è un lavoro snervante che necessiterebbe di un massiccio intervento di personale in cancelleria, che noi non abbiamo. Io vi chiedo di raccogliere questo nostro grido di dolore e di vedere se anche la Regione possa darci una mano dedicandoci qualche funzionario…

***

MICALI, Presidente della sezione delle misure di prevenzione del Tribunale di Messina. Noi abbiamo una cancelleria composta da due persone che per ora hanno lavorato in smart-working. Queste due persone, entrambe, hanno chiesto e ottenuto il trasferimento in altro ufficio. Quindi io fra due giorni mi troverò con un ufficio affidato sostanzialmente a due nuove entrate che di prevenzione non sanno nulla.

Carenze organizzative che hanno segnato anche la gestione post-traumatica del “Caso Saguto”, così come ci racconta il dottor Malizia:

MALIZIA, Presidente della sezione delle misure di prevenzione del Tribunale di Palermo. Io dirigo la sezione dall’8 maggio 2017, quindi c’è stato un intervallo tra il settembre del 2015, quando è venuta fuori la nota vicenda, e il mio arrivo in sezione… Devo dire che per la sezione è stato sicuramente un evento traumatico, perché nel giro di pochissimi giorni si è verificato il totale azzeramento della composizione della sezione. Vi è stato un avvicendamento totale… Si è ripartiti da zero, necessariamente, per la gravità di quanto successo, ma perdendo il patrimonio di conoscenza che chi opera per anni in ufficio ovviamente possiede.

1 Cfr. “Beni sequestrati, amministratori nel mirino” di Salvo Palazzolo (La Repubblica, 7 novembre 2013), qui consultabile:

https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2013/11/07/beni-sequestrati-amministratori-nel-mirino.html

2 Parere di cui la dottoressa Saguto ha dato lettura nel corso dell’udienza tenutasi il 14 gennaio 2020 dinanzi il Tribunale di Caltanissetta (“Processo Cappellano Seminara + altri”, procedimento penale numero 2175/16 R.G.N.R – procedimento penale numero 716/17 R.G., cfr. verbale p. 26).

3 Cfr. Il lato oscuro dell’antimafia” di Matteo Viviani (Le Iene, 14 maggio 2015), qui consultabile:

https://www.iene.mediaset.it/video/viviani-il-lato-oscuro-dell-antimafia_68882.shtml

4 Cfr. “Inchiesta sulla gestione dei beni confiscati, indagati il presidente Saguto e l’avvocato Cappellano Seminara” di Salvo Palazzolo (Repubblica, 9 settembre 2015), qui consultabile:

https://palermo.repubblica.it/cronaca/2015/09/09/news/inchiesta_sulla_gestione_dei_beni_confiscati_indagati_il_presidente_saguto_e_l_avvocato_cappellano_seminara-122540199/

5 Per una ricostruzione giornalistica cfr. Gestione spregiudicata dei beni sequestrati – La giudice Saguto rinviata a giudizio di Salvo Palazzolo (Repubblica, 24 novembre 2017):

Per anni c’è stata una gestione spregiudicata dei patrimoni sottratti alla mafia“, hanno detto all’udienza preliminare i pubblici ministeri di Caltanissetta Maurizio Bonaccorso e Claudia Pasciuti. Si farà un processo per Silvana Saguto, l’ex presidente della sezione Misure di prevenzione di Palermo. Oggi pomeriggio, il gip Marcello Testaquadra ha deciso il rinvio a giudizio per il magistrato e per altri quindici imputati. La prima udienza si terrà il 22 gennaio. Le indagini del nucleo di polizia tributaria di Palermo hanno scoperto che Silvana Saguto aveva creato rapporti privilegiati con due amministratori di patrimoni sequestrati. Prima, l’avvocato Gaetano Cappellano Seminara: “Il grosso delle entrate della famiglia Saguto derivava dagli incarichi conferiti dal legale al marito della giudice, Lorenzo Caramma“, è l’accusa della procura nissena diretta da Amedeo Bertone. Dopo le polemiche giornalistiche, Silvana Saguto spostò il suo metodo di spartizione attorno al professore della Kore Carmelo Provenzano. Nella lista degli indagati anche l’ex prefetto di Palermo, Francesca Cannizzo, grande amica di Silvana Saguto. “Fu lei a prendere l’iniziativa di fare assegnare un incarico di amministratore al nipote dell’ex prefetto di Messina Stefano Scammacca“, hanno detto in aula i pm. Nella lista degli imputati anche gli amministratori giudiziari Aulo Gabriele Gigante, Roberto Nicola Santangelo e Walter Virga (figlio di Tommaso, giudice, all’età di 33 anni, nominato gestore di un patrimonio da 800 milioni di euro). A giudizio pure il marito di Silvana Saguto, l’ingegnere Lorenzo Caramma, uno dei figli, Emanuele, e il padre Vittorio Pietro. Poi ancora Roberto Di Maria (a capo della facoltà di Scienze Economiche e giuridiche della Kore di Enna), Maria Ingrao (la moglie di Provenzano), Calogera Manta (collaboratrice di Provenzano) e il tenente colonnello della Guardia di finanza Rosolino Nasca.
Sono un’ottantina le ipotesi di reato contestate: vanno dalla corruzione al falso, dall’abuso d’ufficio alla truffa aggravata. Il 20 dicembre, inizierà invece il giudizio abbreviato che vede imputati i magistrati Tommaso Virga, Fabio Licata e il cancelliere del tribunale Elio Grimaldi.

Qui consultabile:

https://palermo.repubblica.it/cronaca/2017/11/24/news/_gestione_spregiudicata_dei_beni_sequestrati_la_giudice_saguto_rinviata_a_giudizio-182021797/

6Cfr. Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere, XVII Legislatura, seduta n. 211 del 14 giugno 2017, qui consultabile:

http://documenti.camera.it/leg17/resoconti/commissioni/stenografici/html/24/audiz2/audizione/2017/06/14/stenografico.0211.html

7 Processo Cappellano Seminara + altri”, procedimento penale numero 2175/16 R.G.N.R – procedimento penale numero 716/17 R.G., cfr. verbale d’udienza del 14 gennaio 2020, pp. 35-38.

8 Cfr. “Silvana Saguto radiata dalla magistratura. La Cassazione conferma il provvedimento” di Francesco Patanè (La Repubblica, 29 ottobre 2019), qui consultabile:

https://palermo.repubblica.it/cronaca/2019/10/29/news/silvana_saguto_radiata_dalla_magistratura_la_cassazione_conferma_il_provvedimento-239809102/#:~:text=Le%20sezioni%20unite%20civili%20della,di%20%E2%80%9Caver%20usato%20la%20sua

9 Per una ricostruzione giornalistica cfr. “Caltanissetta, l’ex giudice Silvana Saguto condannata a 8 anni e 6 mesi per lo scandalo dei beni sequestrati” di Salvo Palazzolo (La Repubblica, 28 ottobre 2020):

Saguto Silvana colpevole dei reati a lei ascritti“, dice il presidente del tribunale di Caltanissetta Andrea Catalano: 8 anni e 6 mesi di carcere per l’ex presidente della sezione Misure di prevenzione del tribunale di Palermo. L’accusa aveva chiesto 15 anni e 4 mesi, per alcuni capi d’imputazione l’ex giudice è stata assolta: è caduta l’associazione a delinquere e secondo la difesa anche un’ipotesi di corruzione per una mazzetta da 20 mila euro, la procura ritiene diversamente, fra 90 giorni le motivazioni della sentenza chiariranno. Di sicuro, restano altre accuse di corruzione per Saguto e Cappellano. E poi le condanne ai risarcimenti delle parti civili: l’ex giudice dovrà pagare 500 mila euro alla presidenza del Consiglio, 50 mila alla Regione e 30 mila al Comune. Confiscati “per equivalente” alcuni beni, fra cui la sua abitazione. Sette anni e 6 mesi all’avvocato Gaetano Cappellano Seminara, il “re” degli amministratori giudiziari. Sei anni e 10 mesi per l’ex professore della Kore Carmelo Provenzano. Tre anni per l’ex prefetto di Palermo Francesca Cannizzo. Condanne pesanti per il “cerchio magico” che ruotava attorno a Silvana Saguto, la giudice più potente dell’antimafia fino a cinque anni fa. Contesa dai convegni antimafia, dall’università e persino dal Parlamento quando c’era da fare la legge sul sequestro dei beni. Oggi, non è più una giudice, il Consiglio superiore della magistratura l’ha radiata ancora prima della sentenza di condanna. E il suo “sistema” di gestione dei beni sequestrati è stato spazzato via. Con tutto il “cerchio” magico. “Un sistema perverso e tentacolare”, lo hanno definito i pubblici ministeri Maurizio Bonaccorso e Claudia Pasciuti nel corso della requisitoria. Il tribunale ha assolto uno dei giudici a latere della Saguto, Lorenzo Chiaramonte (difeso dall’avvocato Fabio Lanfranca), era accusato di aver dato un incarico a un amico, per lui era stata sollecitata una condanna a 2 anni e 6 mesi. “Il fatto non sussiste”, dice ora il collegio. Il tribunale ha condannato invece il marito dell’ex giudice, a 6 anni 2 mesi e 10 giorni: l’ingegnere Lorenzo Caramma era ricoperto di incarichi da Cappellano Seminara. Condannato a un anno e 10 mesi Walter Virga, giovane figlio di un giudice (Tommaso, assolto nel rito abbreviato), messo a guidare senza alcuna esperienza l’impero sequestrato agli imprenditori Rappa. Sono stati quindici gli imputati di questo processo che ha segnato l’antimafia, tutti fedelissimi di una corte che aveva sede nell’ufficio a piano terra di Silvana Saguto, nel nuovo palazzo di giustizia, lì dove i finanzieri dell’allora nucleo di polizia tributaria guidato dal colonnello Francesco Mazzotta piazzarono una cimice, su ordine della procura di Caltanissetta. Condannati pure l’amministratore giudiziario Roberto Santangelo (6 anni, 2 mesi e 10 giorni); il tenente colonnello della Guardia di finanza Rosolino Nasca, che era in servizio alla Dia di Palermo (4 anni); il professore Roberto Di Maria (2 anni, 8 mesi e 20 giorni); Maria Ingrao, la moglie di Provenzano (4 anni e 2 mesi); Calogera Manta, la cognata (4 anni e 2 mesi). È stato condannato pure il figlio della giudice, Emanuele, 6 mesi, per una tesi che sarebbe stata scritta dal professore Provenzano. Assolti invece il padre della giudice, Vittorio, e l’amministratore giudiziario Aulo Gigante, come chiedeva la procura.

Qui consultabile:

https://palermo.repubblica.it/cronaca/2020/10/28/news/caltanissetta_l_ex_giudice_silvana_saguto_condannata_a_xx_anni_per_lo_scandalo_dei_beni_sequestrati-272072161/

Con riferimento agli altri imputati giudicati in rito abbreviato, ossia i magistrati Tommaso Virga e Fabio Licata cfr:

– “Caso Saguto, assolto il giudice Tommaso Virga, condanna per Fabio Licata(La Repubblica, 17 gennaio 2019), qui consultabile:

https://palermo.repubblica.it/cronaca/2019/01/17/news/caso_saguto_assolto_il_giudice_tommaso_virga_condanna_per_fabio_licata-216773087/

“Caso Saguto, il giudice Fabio Licata condannato anche in appello (La Sicilia, 25 giugno 2020), qui consultabile:

https://www.lasicilia.it/news/cronaca/349562/caso-saguto-il-giudice-fabio-licata-condannato-anche-in-appello.html

10 Processo Cappellano Seminara + altri”, procedimento penale numero 2175/16 R.G.N.R – procedimento penale numero 716/17 R.G., cfr. verbale d’udienza del 20 febbraio 2019, pp. 34-35.

11 Art. 35 e ss. del Cod. Antimafia.

12 Cfr. “Da amministratore di successo ai domiciliari vista mare” di Silvia Buffa (Meridionews, 14 ottobre 2019), qui consultabile:

https://palermo.meridionews.it/articolo/82266/da-amministratore-di-successo-ai-domiciliari-vista-mare-chi-

e-maurizio-lipani-caso-isolato-non-e-un-sistema/

13 Cfr. Sentenza n. 635/2020 emessa dal GUP del Tribunale di Palermo in data 9 luglio 2020.

14 Per una ricostruzione giornalistica cfr. “Mafia, condannato ex amministratore dei beni confiscati a Palermo” (Giornale di Sicilia, 9 luglio 2020):

Il gup del tribunale di Palermo, Michele Guarnotta, ha condannato a 5 anni e 4 mesi il commercialista Maurizio Lipani e la moglie Maria Teresa Leuci a 2 anni. L’accusa per entrambi era di peculato, per essersi appropriati di beni di pertinenza della amministrazione giudiziaria che lo stesso Lipani svolgeva su incarico della sezione misure di prevenzione del tribunale di Trapani, dopo il sequestro dei beni riferibili a Mariano ed Epifanio Agate, padre e figlio: il primo è morto ed era capomafia di Mazara del Vallo (Trapani). Con i proventi di queste operazioni Lipani si sarebbe comprato un attico nella zona centrale di Palermo. Il giudice ha disposto la confisca di 456 mila euro e i risarcimenti in favore di due delle società amministrate. Epifanio Agate è invece a giudizio a Marsala (Trapani) per essersi ingerito, col consenso dell’amministratore, nella gestione dei beni e delle aziende che gli erano stati tolti

Qui consultabile:

https://palermo.gds.it/articoli/cronaca/2020/07/09/mafia-condannato-ex-amministratore-dei-beni-confiscati-a-palermo-a312cdae-3680-4d0f-a0a3-5a5f9f94d43f/

15 Cfr. “Commercialista arrestato, Lo Voi: “Nessun nuovo caso Saguto, episodio isolato(PalermoToday, 14 ottobre 2019), qui consultabile: https://www.palermotoday.it/cronaca/mafia/arresto-amministratore-giudiziario-maurizio-lipani-lo-voi.html

16 Cfr. Sentenza n. 635/2020 emessa dal GUP del Tribunale di Palermo, p. 4.

17 Cfr. Sentenza n. 635/2020 emessa dal GUP del Tribunale di Palermo, p. 7.

18 Cfr. Sentenza n. 635/2020 emessa dal GUP del Tribunale di Palermo, pp. 1-2

19 Cfr. Sentenza n. 635/2020 emessa dal GUP del Tribunale di Palermo, p. 1 “fatta eccezione per quello sub capo 1) della rubrica per il quale ha escluso la consapevolezza da parte sua del fatto, e quelli sub cap 3) e 5) per i quali – pur ammettendo l’accadimento del fatto contestato – ha tuttavia affermato trattarsi di condotte lecite”.

20 Da ultimo va riferito, così come rappresentatoci dal Procuratore della Repubblica di Palermo nel riscontrare, in data 12 gennaio 2021, una richiesta di questa Commissione, che nell’ambito del procedimento penale n. 4999/20 RGNR mod 21, tuttora in fase di indagini preliminari, iscritto a carico di Lipani per numerose ipotesi di peculato, è stato emesso in data 16.10.2020 un decreto di sequestro preventivo in via di urgenza di somme di denaro e beni per un valore paria a complessivi euro a complessivi euro 1.270.669,79, convalidato dal GIP del Tribunale di Palermo con provvedimento 11 novembre 2020. Sul punto, per una ricostruzione giornalistica cfr. Palermo, sequestro di beni per un amministratore giudiziario. “Si è appropriato di un milione di euro confiscato ai boss” di Salvo Palazzolo (La Repubblica, 18 novembre 2020):

Il commercialista palermitano Maurizio Lipani era considerato un professionista esperto e fidato, per questo sin dal 2012 gli erano stati affidati diversi beni sequestrati ai boss. La procura di Palermo e la Dia hanno scoperto che faceva scempio di quei patrimoni. Prelevava delle cospicue somme dai conti in banca e pagava un collaboratore molto particolare, sua moglie, Maria Teresa Leuci. Senza alcuna autorizzazione della sezione Misure di prevenzione del tribunale di Palermo. Ora, scatta un sequestro di beni per Lipani, che a luglio è stato condannato per peculato a 5 anni e 4 mesi; sua moglie, a due. Il gip di Palermo Claudia Rosini ha convalidato il sequestro in via d’urgenza disposto dal procuratore aggiunto Sergio Demontis e dal sostituto Claudia Ferrari: riguarda beni per 600 mila euro. La Direzione investigativa antimafia di Trapani ha sequestrato un’imbarcazione del valore di 89 mila euro, una Range Rover Evoque, poi quote societarie e di immobili. Altri beni vengono ricercati. Perché il sequestro complessivo riguarda la cifra di un milione 270.669,79 euro, tanto Lipani avrebbe trafugato da diverse amministrazioni giudiziarie. Il 14 ottobre dell’anno scorso, il commercialista era finito agli arresti domiciliari. Gli erano stati sequestrati 650 mila euro, altri soldi sottratti ad un’amministrazione giudiziaria. Interrogato dai magistrati, Lipani confessò: “Sono pentito di quello che ho fatto, ho rovinato per sempre la mia vita”. E indicò alcuni patrimoni che aveva saccheggiato. Come amministratore giudiziario aveva gestito patrimoni sequestrati a boss e imprenditori a Trapani, a Palermo, ma anche a Reggio Calabria, dove la sezione Misure di prevenzione del tribunale gli aveva affidato i beni sequestrati all’ex deputato e armatore Amedeo Matacena. Ma come è potuto accadere tutto questo? Possibile che in tanti anni nessuno abbia controllato? Lipani ha raccontato: “Fui uno dei primi a entrare in polemica con la dottoressa Saguto (l’ex presidente della sezione Misure di prevenzione di Palermo condannata di recente per la gestione dei beni sequestrati – ndr) per questo cominciai ad essere escluso da alcuni incarchi”. Poi, il commercialista ha sostenuto di avere avuto delle difficoltà nel lavoro con i tribunali: “I ritardi negli incassi delle parcelle, ma anche le ingenti spese di gestione cominciarono a crearmi un gravissimo stato di ansia — ha messo a verbale — sono finito in cura, assumevo pure dei farmaci”. Lipari ha spiegato che negli ultimi tempi aveva provato a restituire le somme. Ma non è accaduto. E adesso si dice pentito.

Qui consultabile:

https://palermo.repubblica.it/cronaca/2020/11/18/news/palermo_sequestro_di_beni_per_un_amministratore_giudiziario_si_appropriato_di_un_milione_di_euro_confiscato_ai_boss_-274797216/

21 Cfr. Sentenza n. 635/2020 emessa dal GUP del Tribunale di Palermo, p. 18.

22 Il sequestro del patrimonio dell’imprenditore Di Vincenzo è stato disposto coi decreti del Tribunale di Caltanissetta, Sezione misure di prevenzione, del 21.11.2006, del 20.12.2006, del 23.4.2007 e del 26.6.2007. La confisca dei beni è stata disposta dal medesimo Tribunale con decisum del 9 luglio 2008, poi confermato in appello il 18 ottobre 2012. Il 23 gennaio 2014 la confisca è divenuta definita, stante la declaratoria di inammissibile del proposto ricorso per Cassazione.

23 Le vicende giudiziarie connesse alla “confisca Zummo” sono abbastanza articolate. Il sequestro del patrimonio dell’imprenditore è stato originariamente disposto dal Tribunale di Palermo, Sezione misure di prevenzione, coi decreti ablativi del 14.9.2002, dell’8.10.2002, del 9.6.2002, del 23.12.2003, del 21.3.2005, del 29.4.2005, del 13.10.2006 e dell’8.10.2008. Con successivo provvedimento del 25.10.2010, lo stesso organo giudiziario ne ha disposto il dissequestro (in quella fase, tuttavia, sospeso nell’efficacia), ritenendo di non procedere con la conseguente confisca. Detto decreto è stato confermato anche dalla Corte d’Appello di Palermo in data 5 settembre 2016 (data di deposito del decreto: 10 ottobre 2016), che ha reso esecutivo anche il dissequestro, sennonché, la Corte di Cassazione, in seguito adita, con la sentenza dell’11 aprile 2017, ha annullato il predetto decisum con conseguente rinvio al giudice d’appello. In questa sede, con decreto depositato il 16.12.2020, è stata disposta la confisca in pregiudizio dello Zummo facendo così rivivere gli effetti ablatori degli originari provvedimenti di sequestro.

24 Cfr. decreto di sequestro del Tribunale di Caltanissetta, Sezione misure di prevenzione, del 21 novembre 2006.

25 Cfr. “Nasce la prima immobiliare antimafia: costruirà case con i capitali confiscati” di Salvo Palazzolo (La Repubblica, 22 novembre 2011), qui consultabile:

https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/11/22/nasce-la-prima-immobiliare-antimafia-costruira-case.html

26 La trascrizione della puntata è qui consultabile: https://www.rai.it/dl/doc/1542125716276_apostolo_antimafia_report.pdf

27 Cfr. Commissione Parlamentare d’inchiesta e vigilanza sul fenomeno della mafia e della Corruzione in Sicilia, “Inchiesta sul Sistema Montante” – Relazione conclusiva (approvata dalla Commissione nella seduta n. 73 del 19 marzo 2019), pp. 79-81, qui consultabile:

http://w3.ars.sicilia.it/DocumentiEsterni/Avvisi_Commissioni/00000007/Relazione%20finale.pdf

28 Cfr. «L’imprenditore nisseno Di Vincenzo vittima del sistema Montante» di Alessandro Anzalone (La Sicilia, 19 giugno 2018)

29 Orfanello è attualmente imputato dinanzi il Tribunale di Caltanissetta (in rito ordinario) nell’ambito del procedimento sul cosiddetto “Sistema Montante”.

30 Cfr. Quando l’antimafia cerca di fare affari” di Gaetano Pecoraro (Le Iene, 2 aprile 2017), qui consultabile:

https://www.iene.mediaset.it/video/pecoraro-quando-l-antimafia-cerca-di-fare-affari-_64235.shtml

31 Cfr. Interrogazione a risposta in Commissione: 5/11126 presentata Azzura Pia Maria Cancelleri il 12/04/2017 nella seduta 779 (co-firmatari Giulia Sarti e Francesco D’Uva). Sulla medesima questione, si segnala anche l’atto di sindaco ispettivo n. 4-07329 del 5 aprile (seduta n. 801) dei senatori Francesco Campanella e Fabrizio Bocchino.

32 Cfr. “Dissequestrato il patrimonio del costruttore Francesco Zummo” (La Repubblica, 13 ottobre 2016), qui consultabile: https://palermo.repubblica.it/cronaca/2016/10/13/news/mafia_dissequestrato_il_patrimonio_del_costruttore_zummo-149656998/

Occorre precisare che il decreto della Corte d’Appello di Palermo che ha disposto il dissequestro dei beni dello Zummo – ivi richiamato – è stato successivamente annullato con rinvio dalla sentenza della Corte di Cassazione dell’11 aprile 2017. In seguito, la stessa Corte d’Appello di Palermo, in qualità di giudice del rinvio, ha disposto la confisca del patrimonio col provvedimento depositato in data 16.12.2020.

Cfr.: “Palermo, maxi confisca per Zummo, il costruttore del “sacco” – Era a disposizione dei boss di Salvo Palazzolo (La Repubblica, 1° dicembre 2020), qui consultabile:

https://palermo.repubblica.it/cronaca/2020/12/01/news/palermo_maxi_confisca_per_zummo_l_imprenditore_del_sacco_era_a_disposizione_dei_boss_-276487452/#:~:text=E’%20uno%20dei%20tesori%20di,arriva%20dopo%20un%20lungo%20iter.

33 Cfr. Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere, XVII Legislatura, seduta n. 211 del 14 giugno 2017, qui consultabile:

http://documenti.camera.it/leg17/resoconti/commissioni/stenografici/html/24/audiz2/audizione/2017/06/14/stenografico.0211.html

34 Comunicazione del 15 febbraio 2021.

35 Comunicazione del 9 febbraio 2021.

36 Relazione acquisita agli della Commissione in data 20.01.2021.

37 Ci si riferisce al comma 2-ter dell’art. 35 cod. ant. (“Fermo restando quanto previsto dall’articolo 41-bis, comma 7, l’amministratore giudiziario di cui ai commi 2 e 2-bis può altresì essere nominato tra il personale dipendente dell’Agenzia, di cui all’articolo 113-bis”) e al comma 7 dell’art. 41-bis cod. ant. (“Qualora il sequestro o la confisca riguardino aziende di straordinario interesse socio-economico, tenuto conto della consistenza patrimoniale e del numero degli occupati, o aziende concessionarie pubbliche o che gestiscono pubblici servizi, l’amministratore giudiziario può essere nominato tra gli iscritti nella sezione di esperti in gestione aziendale dell’Albo nazionale degli amministratori giudiziari, indicati dalla società INVITALIA Spa tra i suoi dipendenti…”).

38 Cfr. “Palermo, la maxi parcella degli ex amministratori Italgas: 120 milioni di euro” di Salvo Palazzolo (La Repubblica, 20 luglio 2020), qui consultabile:

https://palermo.repubblica.it/cronaca/2020/07/02/news/palermo_la_maxi_parcella_degli_ex_amministratori_italgas_120_milioni_di_euro-260763685/

39 Tribunale di Palermo, Sezione I Penale – Misure di Prevenzione, procedimento n. 67/14 R.M.P., provvedimento del 10.11.2020: “Il compenso va arrotondato ad euro 230.000,00 per ciascuno degli amministratori giudiziari ai quali spettano, pertanto, euro 26.000,00 ciascuno, dal momento che il Tribunale, nella composizione precedente al settembre 2015, aveva già disposto un cospicuo acconto sul compenso finale per ciascuno degli amministratori giudiziari ex art. 34 d.lg. n. 159/2011, pari ad euro 204,000,00, oltre agli accessori di legge, posto a carico dell’Erario, poco prima del termine dell’attività di gestione per ciascuno degli amministratori”.

40 Seduta n. 82 del 15 maggio 2019.

41 Seduta n. 188 del 18 novembre 2020.

42 Società costituita dalla “seconda generazione” degli imprenditori Cavallotti, sottoposta ad amministrazione giudiziaria – perché ritenuta riconducibile alla disponibilità dei già proposti Cavallotti senior, Vincenzo e Gaetano – dal dicembre 2011 fino al 6 maggio 2019 (data in cui con decreto del Tribunale di Palermo, Sezione I Penale – Misure di Prevenzione, Proc. n. 248/11 Reg. M.P, tale misura è stata revocata).

43 Memoria a firma di Pietro Cavallotti trasmessa a questa Commissione, più allegati, in data 22 luglio 2020.

44 Cfr. allegato n. 8 alla memoria del 22 luglio 2020.

45 Cfr. allegato n. 9 alla memoria del 22 luglio 2020.

46 Cfr. allegato n. 10 alla memoria del 22 luglio 2020.

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