Inchiesta sui beni confiscati in Sicilia. Capitolo 4. La solitudine delle imprese

CAP. IV

LA SOLITUDINE DELLE IMPRESE

  1. Le ragioni dei fallimenti

I dati che ci propone l’agenzia sulla mortalità delle aziende confiscate in via definitiva sono allarmanti. In Sicilia, lo ricordiamo, su 780 aziende in gestione, solo 39 sono attive. Su 459 destinate, solamente 11 non sono state destinate alla liquidazione.

Per lo Stato, che ha fatto della tutela dei livelli occupazionali nelle aziende confiscate un punto d’onore e un obiettivo prioritario della legge, questi numeri rappresentano una secca sconfitta, appena mitigata da alcune esperienze virtuose. Al netto di queste poche eccezioni (che esamineremo nel corso del capitolo, anche per capire quanti ostacoli burocratici quella vocazione virtuosa abbia spesso incontrato), la prassi prevalente, almeno fino ad oggi, sembra l’accompagnamento delle aziende tolte alla mafia al declino ed infine alla “morte”, con danni significativi per i posti di lavoro perduti e per l’economia del territorio.

Torniamo ai numeri, per comprenderne le cause ma soprattutto per capire quali rimedi esistano de iure condito e quali nuovi strumenti si possano mettere in cantiere de iure condendo.

Una prima precisazione su quei numeri la fornisce il prefetto Corda, direttore dell’A.N.B.S.C.: una rilettura che prova ad attenuare la preoccupante gravità di quelle cifre.

CORDA, Direttore dell’A.N.B.S.C. Io credo che intanto una valutazione oggettiva a monte deve essere compiuta in ambito giudiziario. Laddove noi ci troviamo davanti a quella che viene definita una “scatola vuota”, e noi di queste scatole vuote ne abbiamo davvero tante, allora è vuota ab origine, vuota sin dal momento in cui è entrata nell’ambito delle attività dell’Autorità Giudiziaria! Cioè, laddove io mi ritrovo un’azienda che ha a malapena una sede, per non dire che ha soltanto un indirizzo…

FAVA, presidente della Commissione. Le cosiddette “aziende cartiere”…

CORDA, Direttore dell’A.N.B.S.C. Esatto! Mi ritrovo un’azienda che è semplicemente iscritta alla Camera di Commercio ma nello stesso tempo è totalmente priva di personale, non fa alcun movimento di alcun genere, non ha alcuna sede operativa oltre che amministrativa… Le aggiungo un’altra cosa, presidente, noi stiamo facendo un’attività di analisi di queste aziende che noi riteniamo essere delle scatole vuote. Per intenderci, in questo momento abbiamo – in termini di gestione astratta – 2.800 aziende a livello nazionale: di queste 2.800 aziende, se noi andiamo a vedere quante effettivamente stanno sul mercato, stiamo parlando di una minoranza assoluta… Stiamo operando in un’attività di progressiva dismissione in modo da poterci dedicare, questo sì, alle aziende che sono vitali sul mercato, in modo che queste possano andare con le proprie gambe, essere messe in bonis e proseguire.

FAVA, presidente della Commissione. In questa attività di selezione e dismissione, l’Autorità Giudiziaria, che in prima battuta interviene, dovrebbe essere più rigorosa?

CORDA, Direttore dell’A.N.B.S.C. Non voglio esprimere giudizi, ma certamente è necessario che ci si intenda meglio anche con l’Autorità Giudiziaria su questo.

SCHILLACI, componente della Commissione. Nei confronti di quelle Aziende che sono particolarmente complesse nella gestione (…) l’Agenzia prevederebbe anche la possibilità di doppi incarichi a due tipologie di professionisti, una che ha competenze nella contabilità e altri, magari, che hanno competenze di tipo giuslavoristico?

CORDA, Direttore dell’ANBSC. Per legge è previsto un coadiutore, non c’è la possibilità di immaginare un fronte nel quale questa attività possa essere svolta da più, però, è anche da dirsi che già oggi noi ci avvaliamo di professionalità collaterali nell’ambito della gestione.

Dello stesso avviso è anche la professoressa Stefania Pellegrini, direttrice del Master Universitario di II livello in “Gestione e riutilizzo di beni sequestrati e confiscati. Pio La Torre” dell’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, audita dalla nostra Commissione.

PELLEGRINI, università Alma Mate Studiorum di Bologna. Io ho analizzato la sentenza del processo “Aemilia” di primo grado: si vede il distacco con la realtà! Abbiamo pagine di sequestri di aziende ma in realtà quelle non erano aziende produttive che avevano un organico di lavoratori: erano aziende false che non esistevano, costituite solo per la falsa fatturazione.

Pur sottraendo dalla nostra contabilità, come suggeriscono il prefetto Corda e la professoressa Pellegrini, le cosiddette “aziende cartiere”, utilizzate dalla criminalità mafiosa solo come veicolo per false fatturazioni e riciclaggio di denaro, resta pur sempre un livello di preoccupante mortalità delle imprese sottratte alla mafia. Con un insostenibile saldo negativo in termini di occupazione perduta. Questa relazione, come detto in premessa, intende indagarne a fondo le cause.

Cominciamo ricordando ciò che prevede la legge. Lo fa per noi la professoressa Stefania Pellegrini.

PELLEGRINI, università Alma Mate Studiorum di Bologna. Prima di decidere il futuro dell’azienda, l’Agenzia ha l’obbligo di effettuare, al momento della definitività del decreto di confisca, una valutazione sui livelli occupazionali, sulla produttività dell’azienda e soprattutto sul valore del compendio aziendale. Valutazione importantissima perché questo compendio viene valutato all’inizio, nella fase del sequestro, ma che poi viene perso durante la fase di amministrazione giudiziaria perché molto spesso i beni aziendali sono stati venduti per riuscire a gestire l’azienda e coprire i costi di amministrazione, e alla fine l’azienda si ritrova con un compendio poverissimo. Alla conclusione di questa valutazione, l’Agenzia deve decidere se affittare, vendere o liquidare l’azienda.

L’affitto viene privilegiato nel caso in cui vi è una necessità di continuare l’attività produttiva e garantire i livelli occupazionali, la vendita deve essere effettuata ad un valore non inferiore alla stima che viene eseguita dall’Agenzia e la liquidazione viene fatta nel caso in cui si ritiene che ci sia una maggiore utilità ma soprattutto – elemento che spesso viene dimenticato – quando la liquidazione è finalizzata al risarcimento delle vittime di reati di mafia.

Fin qui parla la norma. Diversa l’esperienza.

PELLEGRINI, università Alma Mate Studiorum di Bologna. Tutto questo nella fase applicativa si scontra con una serie di problematiche che rischiano di vanificare tutti gli sforzi di gestione dell’azienda stessa. È fondamentale intervenire in una fase precedente, cioè nella fase del sequestro. È indispensabile intervenire nel momento in cui si appongono i sigilli nell’azienda, perché ogni giorno perso può essere deleterio per la sopravvivenza dell’impresa. (…) Il problema non è la chiusura dell’azienda ma la tutela dei lavoratori. Gli amministratori giudiziari fanno riferimento alla continuità aziendale, raramente si fa riferimento al lavoro, la prosecuzione del lavoro viene vista solo come una prosecuzione di bilancio.

Il problema principale di un’azienda sottratta a Cosa nostra è – per paradosso – il cosiddetto “costo della legalità”, ovvero l’insieme dei fattori finanziari e di mercato che un’azienda confiscata (come qualsiasi altra azienda che si muova sul mercato pubblico e privato senza scorciatoie, forzature o privilegi) deve saper affrontare.

Condizione che non vale per l’economia mafiosa che si muove in una bolla di impunità capace di far risparmiare, come ci dice la professoressa Pellegrini, fino al 30 per cento dei costi sostenuti da qualsiasi altra impresa.

PELLEGRINI, università Alma Mate Studiorum di Bologna. Ci sono due tipologie di aziende. C’è l’azienda che ha vissuto i vantaggi impropri della criminalità organizzata, avvantaggiata da questa alterazione delle regole del mercato e della concorrenza, che ha usato il potere intimidatorio per convincere i concorrenti, che ha potuto contare su una quantità enorme di denaro, che sfruttava i lavoratori, che non pagava i contributi… C’è stata una valutazione di questo risparmio di legalità intorno al 30%. Cosa vuol dire questo risparmio quando si partecipa a una gara al massimo ribasso? Ovviamente è un’alterazione della concorrenza. In più, si tratta di aziende che spesso non hanno avuto problemi con le richieste di autorizzazioni né con i controlli ai quali normalmente le aziende vengono sottoposte da parte degli enti territoriali. Tutte queste aziende hanno basato la loro prosperità su questi canali protetti e di privilegio.

Quindi, per capire gli esiti di una amministrazione giudiziaria, è fondamentale comprendere lo stato di salute dell’azienda nel momento dell’entrata in possesso dell’amministratore giudiziario nella fase del sequestro. Sapendo le difficoltà e le spese di un’azienda che deve affrontare al netto degli “oneri di legalità”, l’azienda sarà in grado di proseguire? L’amministratore giudiziario deve essere in grado di fare questa valutazione e assumersi la responsabilità di capire se è utile investire effettuando operazioni di riemersione aziendale… Non è più previsto un semplice business plan come prima: ora viene chiesto di valutare le reali difficoltà concrete legate a questa emersione.

SCHILLACI componente della Commissione. Volevo chiederle cosa pensa di un eventuale affiancamento in fase di sequestro dell’imprenditore che collabora (…) in maniera trasparente proprio per evitare la moria (…) Gli Amministratori giudiziari sono bravissimi esperti nelle loro materie, ma non hanno l’abilità di fare gli imprenditori.

PELLEGRINI, Università Alma mater Studiorum di Bologna. L’affiancamento dell’imprenditore è fondamentale, (…) che conosce esattamente le dinamiche e magari conosce anche il mercato, (…) ma l’Amministratore giudiziario deve sapere e conoscere e saper gestire le dinamiche di rapporto e di relazione con soggetti che hanno una determinata storia.”.

Tutto questo dovrebbe essere deciso all’inizio dell’iter del sequestro dal Tribunale per le misure di prevenzione in camera di consiglio, condividendo le decisioni sul percorso da seguire (prosecuzione o ripresa dell’attività oppure, in caso contrario, messa in liquidazione) con una serie di soggetti che però, nella realtà, quasi mai partecipano a quella decisione. L’A.N.B.S.C., ad esempio, deve essere sentita in Camera di Consiglio (ai sensi dell’art. 41, comma 1-sexies, ma la sua presenza non è obbligatoria) per contribuire consapevolmente alla definizione del futuro dell’impresa, visto che di quel bene dovrà poi occuparsene, al momento della confisca definitiva). Alla fine, però, l’Agenzia non partecipa mai. E anche la presenza degli altri soggetti indicati dalla legge è quasi sempre puramente simbolica: nella quasi totalità dei casi, il tribunale decide ratificando la proposta presentata dall’amministratore giudiziario. Ma perché l’Agenzia non partecipa mai a questo primo determinante momento istruttorio sul destino delle aziende?

CORDA, Direttore dell’A.N.B.S.C. Diciamo che dobbiamo molto approfondire questo argomento, non perché ci siano delle resistenze da parte dei Tribunali ma perché si tratta di un terreno previsto dalla norma che ancora non è stato esplorato.

In attesa di questo approfondimento, resta il dubbio che talune estreme criticità per le aziende sequestrate potessero essere rilevate già nella prima relazione dell’amministratore giudiziario: e non sempre questo accade. Ma anche su questo punto, esperienze ed opinioni divergono.

FAVA, presidente della Commissione. Il Codice prevede che l’Amministratore giudiziario faccia entro trenta giorni una relazione sulla concreta possibilità di prosecuzione di ripresa dell’attività, poi entro tre mesi un’altra relazione con una analisi più approfondita in cui in sostanza deve dire “liquidiamo oppure teniamo aperto”. Alla luce di quello che lei ci diceva, cioè la buona fede ma la lacunosa professionalità nella gestione delle aziende, non c’è il rischio che si dica “proseguiamo, andiamo avanti, proviamo a rilanciare…” e poi, invece, l’esito è la morte quasi inevitabile di quelle aziende?

AGATE, Presidente della sezione delle misure di prevenzione del Tribunale di Trapani. Io debbo darle ragione, il rischio c’è, perché noi cerchiamo di valutare quello che ci rappresenta l’Amministratore giudiziario. Dove, senza volere parlare di malafede, ci può essere anche un interesse anche legittimo alla prosecuzione dell’attività perché per l’amministratore significa poi avere anche un compenso maggiore e mantenere più a lungo la gestione di una azienda. Il rischio chiaramente c’è.

***

MICALI, Presidente della sezione delle misure di prevenzione del Tribunale di Messina. Devo dire che spesso nelle relazioni iniziali degli amministratori scorgiamo sin da subito la segnalazione della criticità e quindi la prospettiva sfavorevole. Ecco, non mi è mai capitato di verificare una descrizione ottimistica del quadro cui, invece, è seguita la morte dell’azienda.

Torniamo al cosiddetto shock da legalità per le aziende tolte alla mafia, ben sintetizzato anche dall’esperienza investigativa della DIA siciliana:

Col. AZZARONE, vice capocentro della DIA di Palermo. Siamo a conoscenza che le imprese sottratte al controllo di indiziati mafiosi cominciano un percorso di legalità per così dire accidentato, perché quando tali imprese sono nella diretta disponibilità del titolare indiziato mafioso, godono di quello che la giurisprudenza ormai definisce avviamento mafioso… Dopo il sequestro per molte imprese, purtroppo, si avvicina il momento del fallimento perché escono letteralmente dal mercato, non riescono più ad avere quel margine di utilità che riuscivano ad avere con il titolare mafioso.

Proviamo a capire, più in dettaglio, in che modo si manifesta questo costo aggiuntivo che le imprese sequestrate e confiscate devono assumersi.

Un primo elemento è certamente la responsabilità del sistema bancario, per consuetudine ostile – tranne rare eccezioni – a sostenere un’impresa sottratta per disposizione giudiziaria alla mafia. Questa è l’esperienza del dottor Luciano Modica, amministratore giudiziario della Geotrans, un’azienda di trasporto su gomma confiscata definitivamente alla mafia catanese (ce ne occuperemo diffusamente più avanti in questo capitolo).

MODICA, amministratore giudiziario Geotrans. Uno degli aspetti più delicati riguarda proprio l’accesso al credito, che è fortemente problematico… Una seria stortura, che non so come mai sia così poco conosciuta, è quella del rating. Quando qualsiasi azienda si reca in banca per cercare un qualsiasi prestito o affidamento, per prima cosa la banca si scarica un report da un istituto di derivazione delle camere di commercio che si chiama Cerved… Bene, se voi scaricate il report Cerved della Geotrans, così come di qualunque altra azienda sottoposta a sequestro o confisca, noterete che all’inizio proprio a caratteri cubitali c’è scritto: “azienda non meritevole di affidamento”. Quindi la prima cosa che nota qualunque istituto di credito è che il Cerved sta dicendo che l’azienda non merita fiducia! Se poi lei va a spulciare questo report nota che invece la Geotrans ha un rischio di insolvibilità bassissimo, perché noi non abbiamo avuto un solo decreto ingiuntivo, una sola diffida di pagamento, siamo puntualissimi nei pagamenti… ma allora questo giudizio negativo da che deriva? L’ho chiesto al Cerved che mi ha risposto: “Deriva dal fatto che voi siete un’azienda confiscata, questo semplice fatto per noi è pregiudizievole, è un rischio”. Ho detto: “Scusi, ma il rischio è il primo anno, lo posso capire, ma dopo tre, quattro anni di bilanci positivi lei continua a scrivere che non sono meritevole di affidamento?”. “Purtroppo il nostro istituto prevede questo”. Ma è un danno enorme perché l’accesso al credito sostanzialmente è impossibile.

FAVA, presidente della Commissione. Come avete rimediato?

MODICA, amministratore giudiziario Geotrans. Perché abbiamo conosciuto i responsabili del gruppo Banca Etica che invece si sono rivelati estremamente seri. Perché loro, fregandosene di quello che dice il Cerved, sono venuti in azienda, ci hanno conosciuto, hanno chiesto di ogni singola voce del bilancio tutti i possibili chiarimenti e a valle di un’istruttoria molto approfondita hanno ritenuto di concederci credito: due mutui, siamo perfettamente in regola con il pagamento delle rate, abbiamo acquisito una quota simbolica di mille euro come soci sostenitori di banca etica. Però se non ci fosse stata Banca etica noi non avremmo potuto comprare un solo mezzo. Ed è un problema se io non posso comprare un rimorchio quando il rimorchio diventa vetusto ed è pericoloso mandare in giro il camionista con un mezzo che non è in condizioni.

FAVA, presidente della Commissione. Ci faccia capire una cosa: nel momento in cui un’azienda confiscata cerca di accedere al credito e il Cerved dice: “non garantite abbastanza perché siete un’azienda confiscata”, c’è una sponda istituzionale con la quale affrontare e risolvere questo vostro problema di credibilità rispetto al sistema bancario?

MODICA, amministratore giudiziario Geotrans. C’è un fondo specifico del Mediocredito Centrale, che è un fondo di garanzia per le aziende confiscate. Ma lì c’è un problema: questo fondo di garanzia chiede che tu non debba avere debiti bancari precedenti in sofferenza. Ora, Geotrans non ne aveva e quindi lì il problema non c’era. Però parlo in generale: quando l’amministratore giudiziario arriva, la legge gli impedisce di pagare i debiti precedenti, che vengono congelati e sono soggetti a verifica da parte dell’amministratore delegato. Solo dopo che verranno ammessi, saranno pagati nella misura del 60 per cento.

FAVA, presidente della Commissione. Quindi se un’azienda confiscata ha un’esposizione con una banca, il debito viene congelato per poi essere eventualmente saldato al 60 per cento… Ma dal punto di vista del Mediocredito Centrale l’azienda risulta comunque in sofferenza?

MODICA, amministratore giudiziario Geotrans. Esatto, non puoi accedere al fondo di garanzia. Però così diventa un circolo vizioso!

Un paradosso, insomma. Lo Stato sequestra un’azienda alla mafia e il circuito bancario – che riteneva quell’azienda, fino a quando apparteneva a Cosa nostra, affidabile e solvibile – non si fida più. Un pregiudizio difficile da comprendere e da accettare, soprattutto se pensiamo che il recupero di un bene tolto ai mafiosi dovrebbe essere una sfida per tutta la società, sistema creditizio incluso, e non solo un problema dell’amministratore giudiziario.

Ma se l’accesso al credito è il problema più pressante, i fattori di indebolimento per le aziende tolte alla mafia sono molti. Alcuni di contesto sociale (un mercato ostile, nessun circuito virtuoso tra le aziende confiscate); altri legati ai tentativi di Cosa nostra di riprendersi il controllo dell’azienda o di condurla al fallimento, svuotandola dall’interno, per dirottare le commesse su altre imprese compiacenti; ci sono poi i casi di maldestra (o, in alcuni casi, fraudolenta) gestione da parte degli amministratori e dei coadiutori giudiziari; c’è infine il cappio di una burocrazia lenta e di un’Agenzia che non sempre risponde con la dovuta solerzia alle sollecitazioni che arrivavano dalle aziende confiscate.

Sono tutte situazioni che vedremo in dettaglio nelle prossime pagine analizzando la vicenda di alcune di queste imprese. È il caso qui di sottolineare come, in termini generali, si sconta l’assenza di una efficace cabina di regia: responsabilità e competenze funzionali – tutte puntualmente descritte dalla legge – vanno oggi spalmate su molti soggetti istituzionali (Agenzia, Prefetture, Tribunali, Amministratori e coadiutori giudiziari, tavoli provinciali, nuclei di supporto), non sempre utilmente e consapevolmente collegati tra loro.

Una conseguenza di questa frantumazione del tessuto delle responsabilità è l’assoluta incapacità di costruire sinergia tra le imprese sottratte alle mafie, come annota la professoressa Pellegrini.

PELLEGRINI, università Alma Mate Studiorum di Bologna. Sarebbe fondamentale la creazione di reti e di sinergie, che sono previste dal codice, però non vengono messe in atto. Cioè le aziende sequestrate devono potersi mettere in rete per poter creare degli accordi di produzione e di commercializzazione fra i prodotti di imprese in amministrazione giudiziale.

Un circuito virtuoso che dovrebbe attingere, ancor prima che alla norma di legge, alle regole del buon senso. Invece resta tra le premesse desolatamente incompiute. Le testimonianze e le esperienze che ha raccolto questa Commissione (e che adesso vedremo) non salvano nessuno. Aver rinunziato a impegnarsi per creare questo circuito della legalità (parola che per una volta non servirebbe semplicemente a risuonare vaga e retorica nelle aule delle scuole) è il frutto di un’incuria istituzionale e di una mancanza di spirito d’iniziativa che non può essere giustificata con lacune legislative o penuria di mezzi: è mancata, in questi anni, la volontà politica (parlamento e governi) di trasformare il destino delle aziende confiscate alle mafie in una vera, concreta e utile sfida civile del sistema paese. Tutta l’attenzione e la tensione morale è stata posta sul momento sanzionatorio; poco o nulla, su quello della ricostruzione (con le dovute, ripetiamo, eccezioni). E mentre la criminalità organizzata è ben capace di creare i propri circuiti affaristici e d’impunità tra le proprie aziende, lo Stato ha lasciato che ciascuna di esse, una volta liberata, fosse condannata alla propria solitudine.

  1. Buone e cattive pratiche

Il caso Geotrans

Una delle vicende paradigmatiche, in tema di aziende confiscate, è quella della Geotrans srl., azienda di trasporti tra le più grandi del Sud Italia, fiore all’occhiello del coté imprenditoriale mafioso in cui fluivano i denari delle famiglie Santapaola ed Ercolano1.

Negli anni di piombo di Cosa Nostra in Sicilia, mentre a Palermo i Corleonesi e i loro alleati decapitavano sistematicamente le istituzioni repubblicane (il Procuratore della Repubblica, i capi dell’Ufficio Istruzione, il Prefetto, il Presidente della Regione, il dirigente della Squadra mobile, il dirigente della Sezione catturandi, il segretario regionale del Partito Comunista Italiano…), a Catania la mafia faceva quietamente impresa senza nemmeno dover alzare la voce (eccezion fatta per l’omicidio del giornalista e scrittore Giuseppe Fava, unica deroga che le cosche catanesi si permisero alla regola di evitare, in quella parte di Sicilia, delitti clamorosi e rischiosi).

In questo contesto, il settore degli autotrasporti è sempre stato, storicamente, uno dei più vigilati dalle organizzazioni mafiose catanesi. E la Geotrans, proprietari Vincenzo Ercolano e Cosima Palma Ercolano, entrambi figli del Giuseppe Ercolano e di sua moglie Grazia Santapaola (sorella del boss Nitto Santapaola), con un fatturato di cinque milioni di euro, 120 mezzi e 30 dipendenti, era considerata il gioiellino della cosca. Fino al sequestro avvenuto nel maggio del 2014 (e alla definitiva confisca del marzo del 2019).

Qui termina la vicenda giudiziaria della Geotrans e inizia la faticosa narrazione di un’impresa liberata, sottratta alla peggior mafia e destinata a diventare una sfida all’egemonia di Cosa Nostra, alla sua pretesa di controllare il territorio nonostante i processi e le sentenze, e al tentativo mafioso di condizionare (volgendolo al fallimento) il destino dei beni che le sono stati sottratti.

Perché è questa, spesso, la soluzione finale, quando la confisca si fa definitiva e le famiglie mafiose pretendono di uscir di scena producendo il maggior danno possibile. Se si tratta di un immobile di pregio, andrà metodicamente vandalizzato; se si tratta di un’impresa florida, andrà svuotata di clienti e costretta a fallire. Affinchè tutti capiscano che applicare rigorosamente la legge Rognoni-La Torre e togliere i beni ai mafiosi non conviene a nessuno: tanto meno ai dipendenti di un’azienda confiscata.

È il copione che le famiglie Ercolano e Santapaola mettono in scena quando la Geotrans viene sequestrata. Muovendosi in due direzioni: da una parte si crea una società farlocca che si muove nello stesso ramo d’impresa (in questo caso, il trasporto su gomma), dall’altra si sfilano – con le buone o le cattive – uno ad uno, tutti i clienti alla vecchia azienda.

Le società di cartone in questo caso sono due. La prima è la C.O.P.P. srl. Quando anche questa società finisce sotto sequestro, se ne crea subito un’altra, la RCL, una società cooperativa senza dipendenti e con un capitale sociale irrisorio che già nel nome svela le intenzioni di chi l’ha inventata: “RCL” sono infatti le prime tre lettere del codice fiscale degli Ercolano (una tradizione di famiglia, quella di firmarsi: pensiamo alla PAM.CAR., storica concessionaria d’auto di Nitto Santapaola negli anni ottanta, dove “CAR” stava appunto per Carmela Minniti, moglie del capomafia e intestataria dell’autosalone!).

Non c’è da stupirsi di tanta arroganza. Certe operazioni, nel codice genetico di Cosa Nostra, non vanno mai taciute: devono essere esibite come prova muscolare della propria impunità. In questo caso, il messaggio è ancor più sfacciato visto che la C.O.P.P. srl. aveva deciso di prendere in affitto i propri uffici proprio all’interno della Geotrans, in modo che tutti – amministratore giudiziario, impiegati e dipendenti – andando ogni mattina al lavoro nell’azienda confiscata, fossero costretti a ritrovarsi faccia a faccia, dall’altra parte di un open space chiuso a vetri fino al soffitto, con Vincenzo Ercolano e Grazia Santapaola.

Che non si trattasse solo di un coup de théâtre o di una provocazione ma di una raffinata operazione di mobbing imprenditoriale, la Geotrans lo scopre quando i propri clienti cominciano ad abbandonare l’azienda (non più mafiosa) per migrare verso la nuova cooperativa (prestanome dei mafiosi).

Questo è il racconto, a tratti quasi surreale, che l’amministratore giudiziario ci ha fatto nel corso di due lunghe audizioni in Commissione:

MODICA, amministratore giudiziario Geotrans. Nel marzo 2014 mi insediai in questa società. All’epoca la famiglia Ercolano era ancora presente in azienda: all’interno dei locali della Geotrans vi era una stanza locata ad un’altra società di proprietà sempre della famiglia Ercolano, la C.O.P.P. srl, la quale non era soggetta a misura preventiva. Quindi c’era un regolare contratto d’affitto per cui loro potevano tranquillamente accedere… Questo di fatto consentiva l’ingresso in azienda del signor Vincenzo Ercolano, della sorella Cosima Palma e della loro madre, la signora Grazia Santapaola

Quindi inizialmente c’era questa convivenza… che fu interrotta con una successiva misura, in questo caso penale (a carico della C.O.P.P. srl, ndr). Solo a quel punto gli Ercolano non ebbero più il titolo ad entrare alla Geotrans. Lì sono iniziati problemi significativi perché a ridosso della prima confisca era stata costituita una società cooperativa, la RCL, e quando il signor Ercolano comprese di aver perso il controllo della Geotrans, iniziò un’attività di sviamento della clientela dalla Geotrans a questa RCL. Vedevo dal giorno alla notte i clienti scomparire…

FAVA, presidente della Commissione. Mi scusi, questa società cooperativa, la RCL, aveva come soci gli stessi familiari della famiglia Ercolano che erano proprietari della Geotrans?

MODICA, amministratore giudiziario Geotrans. No, avevano utilizzato dei dipendenti della Geotrans, alcuni inconsapevoli e alcuni invece consapevoli… uno fu licenziato perché lavorava alla Geotrans e contemporaneamente, a mia insaputa, lavorava per la RCL. Perché io inizialmente non capivo dove finivano i clienti, non era così semplice: i clienti sparivano e basta. Andavano da un altro gestore. Ma quale?

FAVA, presidente della Commissione. Quando si rese conto che c’era questa operazione di drenaggio dei vostri clienti a beneficio sempre di una società degli Ercolano, lo segnalò all’Autorità giudiziaria?

MODICA, amministratore giudiziario Geotrans. Certamente, lo segnalai per iscritto e anche verbalmente sia al giudice delegato La Mantia ed al Pubblico Ministero Antonio Fanara, tant’è che successivamente questa società cooperativa fu anch’essa oggetto di sequestro e mi fu dato il compito di chiuderla.

FAVA, presidente della Commissione. Quanto tempo trascorse dal momento dell’individuazione di questa società al suo sequestro?

MODICA, amministratore giudiziario Geotrans. Credo due o tre mesi, non di più… Consideri che la RCL riuscì a fatturare nel primo mese di attività circa seicentomila euro. Inizia e fattura subito seicentomila euro!

Un fatturato straordinariamente generoso per la nuova società degli Ercolano. A farne le spese però è la Geotrans. Dalla quale in poche settimane salpano via tutti i committenti.

MODICA, amministratore giudiziario Geotrans. C’erano aziende fra cui ad esempio la Cooperativa Arco di prodotti ortofrutticoli, che ha sede a Siracusa in contrada Cassibile, e che costituiva un fatturato piuttosto importante della Geotrans, che scomparirono. (…) Io andai da questa grossa cooperativa di Siracusa e cercai di comprendere per quale ragione non volevano più viaggiare con la Geotrans ma non mi venivano fornite motivazioni. Allora, in maniera un po’ provocatoria, attuai una campagna prezzi veramente aggressiva… Considerate che Geotrans per portare le arance da Catania a Città di Castello prendeva 1900 euro. Io arrivai a proporre di fare questi viaggi a 1500 euro, quindi con un risparmio fortissimo per la cooperativa. Non ci furono santi…

FAVA, presidente della Commissione. Quali furono le argomentazioni che vennero fornite dalla Cooperativa AR.CO?

MODICA, amministratore giudiziario Geotrans. Da un lato si trinceravano dietro la libertà del mercato, “il mercato è libero, andiamo dove vogliamo”. Poi, quando io insistevo, cominciavano a tirare fuori presunti disservizi da parte della Geotrans. Vi cito un altro episodio… una di queste società che produceva soprattutto fichi d’india, la Cooperativa Eurocitrus, un certo punto decide di non servirsi più della Geotrans. Non solo va via ma mi invia una mail dicendomi “siccome tu hai consegnato la merce con 5-6 ore di ritardo, a causa di questo ritardo io ho perso questo cliente che per me era il cliente più importante, un distributore pugliese, per cui adesso non viaggio più con te ma non ti pago neanche i 130 mila euro che ti dovevo per il lavoro che hai fatto, perché sei arrivato in ritardo”. Io scrissi una pec all’amministratore delegato di questo gruppo pugliese: “Scusate, ma voi avete estromesso questo cliente a causa di un nostro ritardo?”. Mi rispose il responsabile della logistica: “Guardi il ritardo è assolutamente ininfluente, poche ore, infatti noi la merce l’abbiamo ritirata. È vero che lo abbiamo estromesso ma per la qualità della merce. Non c’entra niente il ritardo”. Forte di questa mail, dissi (alla dittà che commerciava in fichi d’india, ndr) che, se non mi pagavano i 130 mila euro, li avrei denunciati per truffa. E infatti poi i 130 mila euro furono pagati alla Geotrans, ma loro se ne andarono comunque.

FAVA, presidente della Commissione. Corrisponde a verità che avete perso l’80 per cento dei vostri clienti nel giro di pochi mesi?

MODICA, amministratore giudiziario Geotrans. Assolutamente sì.

FAVA, presidente della Commissione. Avete avuto contezza se questi vostri clienti avessero abbandonato la Geotrans perché pressati dalla famiglia Ercolano?

MODICA, amministratore giudiziario Geotrans. C’erano le telefonate di Ercolano che aveva messo in campo questa nuova azienda e tutti i clienti li dirottava in questa nuova cooperativa. Noi ce ne siamo accorti perché ad un certo punto si era creata una certa confusione nei clienti che chiamavano la Geotrans e cercavano Ercolano da noi… Da lì io contattai i magistrati.

Ci sono molti modi per uccidere un’azienda sana. Il più semplice è quello, appena descritto dall’amministratore giudiziario della Geotrans: portar via tutti i clienti. Il secondo, più raffinato, è quello di far lievitare i costi: anche questo accade alla Geotrans. Si potrà obiettare che, sul mercato, un aumento delle tariffe (ad esempio quelle per il trasporto dei TIR sui traghetti) vale per tutti e colpisce tutti, senza che vi sia dolo da parte di alcuno. Non è il caso della Geotrans: le tariffe aumentano repentinamente e improvvisamente solo per loro mentre restano sensibilmente più basse per la società di facciata costituita dagli Ercolano. Solo una coincidenza?

MODICA, amministratore giudiziario Geotrans. Non solo mi sparivano i clienti ma improvvisamente mi vedo arrivare una mail da parte del gruppo navale Grimaldi il quale mi comunicava semplicemente un aumento del 10% (delle tariffe, ndr). Ovviamente io chiamai il responsabile commerciale della Grimaldi che mi disse: “Guardi, questo aumento dal punto di vista del mercato è semplicemente un aumento a pioggia…”. Quando poi fu sequestrata la cooperativa RCL, trovai contratti fra questa società e la Grimaldi: la RCL aveva delle tariffe un terzo più basse della Geotrans! La Grimaldi si giustificò dicendo che loro questi prezzi più bassi li facevano alle “start up”, per agevolare le “start up”.

Certo, definire “start up” la ditta di comodo messa su tramite prestanome dagli Ercolano è una lettura piuttosto generosa sulle vocazioni imprenditoriali di una delle più pericolose famiglie di Cosa Nostra. Abbiamo ritenuto opportuno convocare ed ascoltare sia gli amministratori del gruppo Grimaldi che quelli di alcune ditte che avevano scelto di abbandonare la Geotrans per rivolgersi alla cooperativa degli Ercolano. Le loro risposte, a giudizio di questa Commissione, sono illuminanti. Al punto da non richiedere alcuna parola di commento.

COA s.r.l.

FAVA, presidente della Commissione. Voi passaste, parliamo della primavera del 2014, alla RCL lasciando la Geotrans. Ci può dire la ragione per cui ci fu questo passaggio?

LARDARUCCIO, amministratore Coa srl. La RCL? E quale sarebbe questa RCL, onorevole? Io non ricordo neanche la RCL… Cosa sarebbe?

FAVA, presidente della Commissione. RCL sono le prime tre lettere del codice fiscale del signore Ercolano. Era un’azienda costituita dalla famiglia Ercolano nel momento in cui viene sequestrata l’azienda madre, la Geotrans. E molti clienti, tra cui anche la vostra azienda, decidono di passare dalla Geotrans alla RCL.

LARDARUCCIO, amministratore Coa srl. No, guardi, la verità è che io non ricordo… Cioè, personalmente non mi sono mai occupato di seguire i rapporti, perché io stavo più a Milano che qui in Sicilia. Però, le dico la verità, non ricordo neanche questa società…

FAVA, presidente della Commissione. Lei non la ricorda però la realtà è che voi lasciaste la Geotrans, che aveva delle tariffe più basse, per affidare le vostre spedizioni alla RCL per un anno, fino a quando poi anche la RCL della famiglia Ercolano viene sequestrata. Perché decideste di lasciare la Geotrans? Ci fu qualche pressione? E come mai vi rivolgeste ad un’azienda che vi faceva anche perdere soldi? Le tariffe per Genova, per esempio, erano 65 euro invece dei 60 euro a bancale (richiesti dalla Geotrans, ndr). Per Milano 66 euro, invece di 60 euro. E così via.

LARDARUCCIO, amministratore Coa srl. Il discorso che qualcuno ci abbia obbligato, no! Questo lo escludo categoricamente…

FAVA, presidente della Commissione. Dunque perché ha lasciato la Geotrans?

LARDARUCCIO, amministratore Coa srl. Perché la Geotrans era stata mi pare commissariata, una cosa di questo tipo.

FAVA, presidente della Commissione. Sì! Era stata tolta alla famiglia Ercolano. Era stata affidata ad un amministratore giudiziario ma continuava a stare sul mercato. Come mai voi decidete di lasciarla?

LARDARUCCIO, amministratore Coa srl. Benissimo… esatto, esatto… ecco, ecco adesso ricordo bene! La Geotrans fu sottoposta a questo sequestro. Dunque io ricordo benissimo che con alcuni dipendenti della Geotrans ci sentivamo tutti giorni o quasi e, dunque… con il signor Rosario che era quello che ci seguiva ai tempi della Geotrans… Quando arrivava l’ordine del cliente nostro di Genova, che di solito lo seguiva Geotrans, il signore Rosario, 99 su 100, ci diceva che non c’era più disponibilità o non avevano mezzi per poter caricare perché era troppo tardi.

FAVA, presidente della Commissione. E chi era questo signore Rosario, mi scusi?

LARDARUCCIO, amministratore Coa srl. Il signore Rosario è un dipendente della Geotrans.

Ar.Co. coop. agricola

CAPPELLO, amministratore AR.Co cooperativa agricola. Abbiamo iniziato a lavorare con la nuova gestione giudiziaria della Geotrans e contemporaneamente, però, abbiamo allacciato rapporti con la RCL. Praticamente alla RCL ci fu detto che erano alcuni ragazzi che facevano parte della Geotrans, che non avevano trovato lavoro nella Geotrans, volevano continuare nel settore e avevano fatto questa società.

FAVA, presidente della Commissione. Vi fu detto da chi?

CAPPELLO, amministratore AR.Co cooperativa agricola. Da questi stessi ragazzi.

FAVA, presidente della Commissione. Ma le fu detto che la RCL apparteneva sempre alla famiglia Ercolano?

CAPPELLO, amministratore AR.Co cooperativa agricola. No… ufficialmente non me l’hanno detto. È passato tanto tempo ora non vorrei dire una cosa per un’altra.

FAVA, presidente della Commissione. Ufficialmente non glielo hanno detto, ma lei si è accorto che lei continuava ad avere a che fare con i vecchi titolari della Geotrans? Cioè sempre la famiglia Santapaola-Ercolano?

CAPPELLO, amministratore AR.Co cooperativa agricola. Non me lo ricordo, ora sono passati molti anni, onestamente non me lo ricordo…

FAVA, presidente della Commissione. Come mai passaste con una società, la RCL, che vi faceva tariffe sensibilmente superiori? Noi qui abbiamo una serie di indicazioni… per un trasporto completo con nave la tariffa Geotrans era 1.500 euro, la tariffa RCL era 1.700 euro; via strada 1.700 euro mentre la tariffa RCL era 1.900 euro… Qual era la convenienza a lavorare con la RCL se vi faceva prezzi più alti della Geotrans?

CAPPELLO, amministratore AR.Co cooperativa agricola. Ma non è che noi altri abbiamo tagliato con Geotrans per motivi di convenienza economica, noi abbiamo tagliato con la Geotrans per problemi di disservizio.

FAVA, presidente della Commissione. Come mai questo disservizio si determina improvvisamente quando la Geotrans viene sequestrata agli Ercolano e prima, invece, questo disservizio non c’era?

CAPPELLO, amministratore AR.Co cooperativa agricola. C’è stato un periodo che abbiamo lavorato con la Geotrans, anche con la nuova curatela giudiziaria… Poi nel tempo sono emersi tantissime discrepanze, tantissimi disservizi…

Grimaldi Group

FAVA, presidente della Commissione. Tra i tanti fattori da considerare, vi siete posti anche il problema di contestualizzare la vicenda di queste due aziende (la Geotrans e la RCL, ndr)? Immagino che sapevate che una delle due aziende era stata appena sequestrata e l’altra, la RCL degli Ercolano, si era sostituita ad essa.

BISANTI, responsabile commerciale Grimaldi Group. Io non lo sapevo che l’avevano fatto, non li ho mai neanche incontrati, non sapevo neanche che la RCL avesse la sede alla Geotrans.

FAVA, presidente della Commissione. Ma non sapevate che apparteneva alla famiglia Ercolano?

BISANTI, responsabile commerciale Grimaldi Group. No, io sono stato contattato da una mail dal signor Ercolano, che mi proponeva altri flussi di lavoro, e mi proponeva dei volumi considerevoli.

FAVA, presidente della Commissione. Lei è stato contattato dal signor Ercolano, immagino, poco prima che venisse arrestato. Vincenzo Ercolano viene arrestato il 20 novembre 2014, la sua azienda, la Geotrans, viene sequestrata e resta in campo soltanto questa azienda fantoccio che è stata costituita ad hoc per poter recuperare il flusso del lavoro che prima gestiva la Geotrans…

BISANTI, responsabile commerciale Grimaldi Group. Ma io questo non lo potevo sapere.

FAVA, presidente della Commissione. Ma lei non ha appreso poi che Ercolano era stato arrestato nell’operazione Caronte?

BISANTI, responsabile commerciale Grimaldi Group. Dopo l’ho saputo che l’hanno arrestato, certo dai giornali…

FAVA, presidente della Commissione. E come mai avete continuato a lavorare con la RCL?

BISANTI, responsabile commerciale Grimaldi Group. La RCL era una società che faceva delle prenotazioni, pagava… Infatti, mi pare, che poi c’è stato un contenzioso perché poi non hanno più pagato.

FAVA, presidente della Commissione. Il fatto che la Geotrans fosse stata tolta ad una famiglia mafiosa e rimessa sul mercato per tentare di portarla alla legalità è una variabile di cui non avete tenuto conto nel momento di applicare le vostre tariffe?

BISANTI, responsabile commerciale Grimaldi Group. No, ripeto, noi facciamo valutazioni dettate da parametri di volumi. Io non mi sono soffermato a pensare se il signore Ercolano avesse fatto una altra società o meno… il signor Ercolano ancora era a piede libero, non è che io mi sono posto il problema. … Come non me lo pongo con altri quando si presentano con dei volumi considerevoli anche oggi… Signor Presidente, noi vendiamo posti-nave. Io mi limito a valutare i numeri e le richieste che mi fanno rispetto ad un costo di un biglietto proporzionato ai volumi che mi portano.

D’AGOSTINO, componente della Commissione. Dottore Bisanti, voi lavoravate con Geotrans prima del sequestro, giusto?

BISANTI, responsabile commerciale Grimaldi Group. Si.

D’AGOSTINO, componente della Commissione. E applicavate una tariffa di mercato rispetto ai volumi che gli erano concessi. Al momento del sequestro, e quindi del cambio di gestione, improvvisamente questa tariffa varia. Perché così repentinamente?

BISANTI, responsabile commerciale Grimaldi Group. Variano i volumi della Geotrans.

D’AGOSTINO, componente della Commissione. Quando la Geotrans cambia gestione, prima che varino i volumi, c’è una continuità… Perché voi applicate subito prezzi più alti?

BISANTI, responsabile commerciale Grimaldi Group. Abbiamo fatto degli aumenti tariffari a tutto il mercato ….

D’AGOSTINO, componente della Commissione. L’amministratore giudiziario è venuto a parlarvi e vi ha spiegato quello che stava accadendo, e cioè che c’era una società che era stata sequestrata alla mafia ed era stata affidata allo Stato….

BISANTI, responsabile commerciale Grimaldi Group. Non mi ricordo assolutamente.

D’AGOSTINO, componente della Commissione. Lei nel momento in cui la Geotrans viene sequestrata le aumenta i prezzi. Nel momento in cui, contestualmente, Ercolano realizza questa società fantoccio fate un prezzo del 30 per cento più conveniente.

BISANTI, responsabile commerciale Grimaldi Group. Evidentemente saranno calati i volumi della Geotrans… noi andiamo per tabelle …

D’AGOSTINO, componente della Commissione. I volumi certamente sono calati, anche per colpa dei vostri aumenti. Ma perché alla società di Ercolano avete fatto immediatamente prezzi bassi?

BISANTI, responsabile commerciale Grimaldi Group. Perché bisogna capire, in quel momento storico, se c’era una linea che aveva necessità di carico, i volumi che mi hanno proposto. Io chiaramente non mi ricordo adesso …

D’AGOSTINO, componente della Commissione. Vi viene a parlare l’amministratore di una società sequestrata alla famiglia mafiosa più importante che c’è nella Sicilia orientale, vi dice siamo in difficoltà, stiamo continuando a lavorare e voi gli aumentate i prezzi! E al mafioso che invece fa una nuova società gli fate i prezzi più bassi!

BISANTI, responsabile commerciale Grimaldi Group. Noi andiamo per parametri… Noi non abbiamo messo in difficoltà nessuno. C’è un libero mercato e c’erano altre compagnie di navigazione…

FAVA, presidente della Commissione. Dottore Bisanti, un’ultima domanda, per riepilogare e perché resti agli atti. Voi apprendete che la Geotrans è stata sequestrata a una famiglia mafiosa. Poi gli amministratori giudiziari della Geotrans ricevono una mail in cui voi comunicate che aumentate le tariffe del dieci per cento. Il dottor Modica vi chiama per capire la ragione di questo aumento. Voi spiegate, come ci sta spiegando adesso, che l’aumento è legato ai volumi di traffico e così via… Non avete mai pensato per un attimo che questo aumento poteva essere risparmiato ad un’azienda che era stata sottratta ad una cosca mafiosa e che aveva bisogno, come dire, di respiro e anche di un po’ di solidarietà di mercato per potere restare sul mercato?

BISANTI, responsabile commerciale Grimaldi Group. Assolutamente no! Io rappresento la famiglia, un gruppo armatoriale che mi chiama per vedere i numeri, fare tariffe, per strategie commerciali. Quindi io non me lo sono posto.

Ma è così raro che un’azienda confiscata subisca il mobbing della mafia? Come si può evitare che subisca le interferenze di Cosa Nostra? Lo abbiamo chiesto al dottor Carmine Mosca, capo centro DIA di Catania, Siracusa e Ragusa.

MOSCA, Capo Centro della DIA di Catania. Questo è frequente. Io credo che le aziende degli autotrasporti, quelle edilizie, quelle che si occupano della gestione di cave o della produzione di calcestruzzo oppure quelle che si occupano delle agenzie funebri, sono i settori che vedono l’organizzazione mafiosa più presente. Soprattutto edilizia, calcestruzzo e cave subiscono l’ostracismo del mercato che, evidentemente, è fortemente permeato dagli interessi e dalla presenza della mafia. Rispetto a questo, ritengo che l’unica forma di contrasto siano le indagini giudiziarie che disarticolano l’organizzazione anche nelle sue forme imprenditoriali. C’è una cosa, però, che ritengo di dovere dire: probabilmente una legislazione di favore, almeno nei primi momenti, nei primi tempi della gestione giudiziaria dopo il sequestro, sarebbe auspicabile per le aziende sequestrate dalla mafia.

Torniamo alla Geotrans. Il cui destino – dopo la confisca – sembra ormai segnato. In due mesi il suo portafoglio clienti è stato svuotato, il fatturato è crollato ed anche se l’operazione di pirateria degli Ercolano viene rapidamente smascherata dalla Procura, i clienti perduti non tornano più. Come fare a mantenere in vita un’azienda con quasi cento dipendenti senza che nessuno le affidi un solo trasporto? Come si supera una crisi di mercato frutto del mobbing mafioso senza che vi siano leggi o norme del codice immaginate a tutela di situazioni simili? In altre parole, come ci si sottrae alla violenta aggressione dei Santapaola e degli Ercolano che quella loro azienda, ormai confiscata, avrebbero voluto ridotta in macerie?

La risposta che ci arriva dall’esperienza della Geotrans è ardua e lucida al tempo stesso: occorre muoversi, e occorre farlo senza attendere ciambelle di salvataggio (che non arriveranno) dall’Agenzia per i beni sequestrati e confiscati. È ciò che decidono l’amministratore giudiziario e i dipendenti della Geotrans, mettendosi tutti in gioco. Una scelta che salverà la loro azienda.

MODICA, amministratore giudiziario Geotrans. Cercare di continuare l’attività puntando su quelli che erano stati i clienti della Geotrans durante la gestione di Ercolano era perfettamente inutile, una storia già scritta, nessuno avrebbe continuato a lavorare con noi. L’unica possibilità era guardarsi in faccia con i dipendenti della Geotrans e dire: “vabbè, siamo comunque un’azienda, abbiamo i mezzi, abbiamo il personale, abbiamo le capacità, possiamo stare sul mercato. E se non ci sono solo i clienti di prima, ce ne possono essere altri”. Attraverso associazioni di categoria siamo riusciti ad avere contatti diretti con il gruppo Coop. Il loro presidente Adriano Turrini ci ha ricevuti e ci ha detto: “guardi, per me lavorare con un’azienda che ha questo tipo di storia è un vantaggio perché sono sicuro della natura del vettore che sto utilizzando…. però questo non può essere un costo per me, cioè lei deve essere efficace ed efficiente nel servizio di trasporto che realizza…”. Per cui dissi: “presidente, ci metta alla prova io le faccio un euro in meno di quello che lei sta pagando oggi”. Così è stato. Il servizio è andato bene e il flusso di lavoro per questo grosso gruppo è aumentato…

FAVA, presidente della Commissione. Mi permetta una domanda dottor Modica. Nel momento in cui viene confiscata un’azienda come la Geotrans… e c’è un riflesso negativo, fornitori e clienti che decidono di non servirsi più di voi, c’è da parte dello Stato un sostegno? Se non era lei a cercare uno ad uno questi nuovi clienti, esistono vie istituzionali che tengano conto dell’eccezionalità della situazione e che vadano incontro all’azienda dicendo: “ok proviamo insieme a trovare i clienti”?

MODICA, amministratore giudiziario Geotrans. No, assolutamente no… Alla Geotrans ci siamo spesi tutti quanti per andarci a cercare, come dice lei, i clienti uno ad uno, e continuiamo a farlo, ma non abbiamo avuto un supporto, che so, dall’Agenzia dei beni confiscati. Zero totale. (…) l’Agenzia l’ho vista veramente poco, se non in quest’ultimo periodo perché abbiamo concordato col nuovo dirigente la concessione della Geotrans ad una cooperativa di lavoratori appena costituita. Ma nei precedenti cinque o sei anni il rapporto con l’Agenzia è stato pressoché inesistente.

Si trovano nuovi clienti, dunque. E nuove risorse finanziarie per poter rimettere in carreggiata l’azienda. Una strada oggi percorribile, grazie al coinvolgimento di INVITALIA a fianco delle aziende sottratte alla mafia2.

Per i dipendenti della Geotrans resta adesso da completare l’ultimo passo: assumere la piena titolarità dell’azienda. Nel dicembre 2019 è stata costituita una cooperativa dei lavoratori e adesso lo Stato dovrebbe concederle l’azienda in comodato gratuito, come è già accaduto (vedremo più avanti) per altre – pochissime – aziende che sono sopravvissute alla confisca e che adesso appartengono a coloro che vi lavorano.

PALELLA, responsabile legalità Cgil Catania. Abbiamo seguito l’iter di costituzione dei lavoratori in cooperativa. Dal febbraio 2020 i lavoratori sono entrati come soci nella CFI (l’Istituto Cooperativa Finanza & Impresa integralmente partecipato dal Ministero dello Sviluppo Economico, ndr). Cioè i lavoratori sono pronti ad avere attribuita la concessione dell’azienda da parte dell’Agenzia nazionale dei beni sequestrati e confiscati o per lo meno di arrivare alla definizione del comodato d’uso gratuito.3

Abbiamo interrotto il tavolo in Prefettura già avviato a causa del Covid però adesso abbiamo necessità di proseguire l’iter e di completarlo. Dall’altro lato occorrerà da parte di tutti i soggetti preposti un accompagnamento della cooperativa perché i lavoratori hanno investito il loro TFR, l’Istituto Cooperazione Finanza & Impresa è entrato come socio per sette anni con una cifra di 170 mila euro che è anche una cifra considerevole…

Va solo perfezionato, con la cessione in comodato gratuito, il definitivo passaggio di consegne fra l’Agenzia e la cooperativa dei lavoratori per consentire alla Geotrans, definitivamente liberata dall’ombra degli Ercolano, di stare sul mercato con le proprie forze, i propri clienti e soprattutto la propria dignità.

Ma non sempre i rapporti con l’Agenzia risultano fluidi. E sono proprio gli ultimi travagli burocratici che stanno pericolosamente rallentando la conclusione di questo iter, come scrivono i dipendenti della Geotrans in una nota indirizzata a questa Commissione.

(…) A seguito del piano industriale elaborato dal Dottor Modica con la nostra attiva collaborazione, l’Ente Cooperativa Finanza e Impresa ha deliberato la partecipazione alla nuova cooperativa (nel frattempo debitamente costituita…) ed è stata ufficializzata la concordata richiesta di assegnazione dei beni aziendali della Geotrans alla nuova società cooperativa.

Tale richiesta veniva ufficializzata lo scorso mese settembre.

Da allora non abbiamo più alcuna notizia ufficiale sul reale intendimento di A.N.B.S.C. di procedere alla effettiva assegnazione dei beni aziendali, e le uniche notizie fornite al dottor Modica (nella sua veste di coadiutore dell’Agenzia) sono di reiterati rinvii a nuovi consigli direttivi che si susseguono senza che ci venga data alcuna notizia in merito allo stato delle cose. (…)

Per quanto attiene alla delibera di partecipazione da parte di Cooperativa Finanza Impresa, condizionata all’assegnazione dei beni aziendali da parte di A.N.B.S.C., questa è già scaduta e prorogata più volte. Temiamo che un eccessivo e non motivato ritardo nell’assegnazione dei beni possa portare alla revoca di tale importante partecipazione finanziaria. (…)

Il percorso amministrativo è stato istruito, gli strumenti giuridici e finanziari ci sono ma il tempo stringe. Se si dovesse perdere il finanziamento di Cooperazione Finanza e Impresa per garbugli burocratici e indolenze operative dell’Agenzia sarebbe grave. Il prefetto di Catania, che abbiamo audito pochi giorni prima che lasciasse il suo incarico, ha inteso rassicurare sia questa Commissione che i lavoratori della Geotrans, riferendo i suoi solleciti all’A.N.B.S.C. perché si concluda l’iter per la cessione dei beni alla cooperativa.

SAMMARTINO, prefetto di Catania pro tempore. Proprio stamattina (16 dicembre 2020, ndr) ho parlato con l’attuale direttore dell’Agenzia dei beni confiscati, il Prefetto Bruno Corda, il quale mi ha assicurato che sia l’Agenzia che il Comitato direttivo continuano a seguire con attenzione il procedimento e stanno curando approfondimenti che saranno sviluppati in tempi celeri… È stata un’interlocuzione lunga, molto articolata, con un ruolo importante anche delle organizzazioni sindacali. D’intesa con il Direttore pro tempore dell’Agenzia, il prefetto Frattasi, si è svolto qui un incontro il 2 ottobre 2019, su mia richiesta, proprio per cominciare a lavorare su questa ipotesi di gestione diretta da parte dei lavoratori… In quella sede si delineò l’architettura che poi ha avuto sviluppo nei mesi successivi. È stata costituita la cooperativa, sono stati poi consumati tutti i passaggi amministrativi direttamente con funzionari e dirigenti dell’Agenzia… È stato un lavoro che è proseguito per mesi e continua a proseguire e ha come punto questo contatto che ho avuto direttamente con il Direttore dell’Agenzia proprio per capire questi approfondimenti a che punto sono. (…) Signor Presidente, io mi faccio carico di un’ulteriore interlocuzione con il Direttore dell’Agenzia e mi permetta di chiederle di segnalare ai lavoratori che l’interesse della Prefettura continua ad essere molto attivo.

Sul punto abbiamo chiesto chiarimento anche al prefetto Corda. Ecco quanto ha dichiarato in Commissione:

FAVA, presidente della Commissione. Sono ancora pendenti le pratiche relativa all’assegnazione in comodato dei beni aziendali che sono state avanzate dalle cooperative degli ex dipendenti della Geotrans. Cosa ci può dire…

CORDA, Direttore dell’A.N.B.S.C. Le posso dire che però sono in atto degli accertamenti in corso. La Geotrans è stata sottoposta all’analisi del Consiglio Direttivo in tre occasioni, ce ne sarà un’altra ancora, ma siamo, come dire, in una fase di carattere istruttorio per le comprensibili ragioni che sono legate, naturalmente, alla…

FAVA, presidente della Commissione. Alla situazione dell’azienda?

CORDA, Direttore dell’A.N.B.S.C. Esatto.

Questa Commissione si augura che il difficile percorso della Geotrans, soprattutto per il valore simbolico e strategico che esso assume, si perfezioni il più rapidamente possibile.

L’odissea della Calcestruzzi Belice

Per un’azienda confiscata le insidie non si limitano alle difficoltà – descritte nelle pagine precedenti – su accesso al credito, mercato ostile e lacune legislative. Le montagne russe su cui si avvia il destino di un’impresa sottratta alla mafia sono legate a molteplici fattori: giudiziari, burocratici, umani. Resistere, restare a galla, conservare i posti di lavoro diventa spesso un obiettivo impervio: come se il prezzo della legalità, in ultima analisi, si scaricasse sempre sulle spalle più fragili.

Altra storia paradigmatica, in questo senso, è quella della Calcestruzzi Belice di Montevago (AG), un’azienda di estrazione e vendita di inerti calcarei. La società nasce nel 1969 e si sviluppa negli anni successivi al terremoto del Belice utilizzando due cave tra loro contigue. Trascorrono quasi quarant’anni e nel 2008 i proprietari dell’azienda di Montevago, Rosario e Vitino Cascio, vengono arrestati nell’operazione antimafia “Scacco Matto” (il processo, dopo due annullamenti della Cassazione, è ancora in corso). Assieme alla Calcestruzzi, ai Cascio vengono sequestrati 200 appezzamenti di terreno fra Trapani ed Agrigento, nove stabilimenti industriali, 120 tra auto e mezzi pesanti, 90 tra appartamenti, magazzini e ville. Scriveranno i giornali: “Era la mafia che all’ombra delle stragi si faceva impresa”.4

Con la nomina di un amministratore giudiziario si cerca di rimettere in careggiata la Calcestruzzi. L’azienda è florida, il materiale prodotto tra i migliori che si trovino in Sicilia, le due cave hanno un potenziale estrattivo di almeno otto milioni di metri cubi: con un’oculata gestione, può bastare a dare lavoro per i prossimi cinquant’anni. Insomma, le premesse per tenere in vita l’azienda tolta alla mafia trapanese ci sono tutte. Nei due anni successivi al sequestro vengono stipulati due importanti contratti di fornitura di calcestruzzi con l’Agrigento Consortile s.r.l. e con la Calcestruzzi s.p.a. di Bergamo, entrambe impegnate nei lavori di raddoppio della strada statale 640 Agrigento-Caltanissetta.

Nel 2012 la situazione improvvisamente precipita. A luglio viene meno la commessa con la Agrigento Consortile, che rinuncia all’appalto della s.s. 640. Nel marzo dell’anno successivo salta anche la fornitura con l’altra impresa, la Calcestruzzi s.p.a. di Bergamo, che decide di servirsi esclusivamente di un’altra cava, anch’essa sequestrata e sotto amministrazione giudiziaria, la Inerti srl., tagliando fuori la Calcestruzzi Belice nonostante un contratto sottoscritto per altri quattro anni. E siamo al primo dei molti paradossi che conoscerà questa vicenda: amministratore della Calcestruzzi Belice e della Inerti srl è la stessa persona, l’avvocato Vincenzo Leone. Dunque: due aziende concorrenti, sullo stesso territorio e nello stesso settore; identico l’amministratore per entrambe; una delle due perde l’appalto a vantaggio dell’altra: eppure di questo manifesto conflitto d’interessi in Tribunale nessuno si accorge.

Venute meno le commesse più importanti, comincia il declino della Calcestruzzi Belice. Nel 2016, quando arriva la confisca definitiva e passa sotto il controllo dell’A.N.B.S.C., l’azienda è ormai alle corde. Il colpo di grazia arriva con una sentenza del Tribunale di Sciacca che decreta il fallimento della società su istanza presentata dall’ENI per un debito presunto di circa 27.300 euro: un’inezia, rispetto ai flussi di fatturato complessivi, 1,2 miliardi di euro l’anno! Peraltro si tratterebbe di un debito contratto prima del sequestro, dunque nemmeno riconducibile all’amministrazione giudiziaria. Ma l’Eni è irremovibile, il tribunale inflessibile e l’azienda viene dichiarata fallita.

Un mese dopo l’A.N.B.S.C., con una PEC a firma della dalla dott.ssa Maria Antonietta Manzo, comunica che, in conseguenza del dichiarato fallimento, la Calcestruzzi Belice è diffidata “dal compiere ogni attività aziendale” decretando di fatto la morte dell’azienda e aprendo la strada al licenziamento dei lavoratori, gli unici a pagare in una vicenda surreale in cui lo Stato fa guerra a se stesso (l’Eni contro l’Agenzia per i beni sequestrati e confiscati).

Ma ai problemi della Calcestruzzi si aggiunge un ulteriore paradosso, ricostruito puntualmente in un articolo di Giuseppe Lo Bianco sul Fatto Quotidiano5:

Nel mirino dei sindacati c’è il numero eccessivo di ‘colletti bianchi’, amministratori (tre!) e consulenti (sei!) stipendiati dall’azienda a fronte degli 11 operai, e un conflitto d’interesse denunciato sottovoce che investe uno dei membri del consiglio di amministrazione, che è (al tempo stesso) amministratore della Inerti, un’azienda concorrente, anch’essa confiscata alla mafia…”.

Riepiloghiamo: un decreto di fallimento, le lettere di licenziamento, la diffida dell’Agenzia, una pletora di nove amministratori e consulenti (a fronte di 11 dipendenti!) da retribuire generosamente (500 mila euro l’anno!). All’inizio del 2017 la sorte della Calcestruzzi Belice, come accade per buona parte delle aziende siciliane confiscate, sembra ormai segnata. Gli unici a non darsi per vinti sono loro, i lavoratori dell’azienda: si mobilitano e per sei mesi organizzano un presidio davanti alla cava. La loro determinazione, il sostegno del sindacato e la mobilitazione dell’opinione pubblica non sono inutili: nel luglio del 2017, quando finalmente la corte d’appello di Palermo annulla il decreto di fallimento, i lavoratori vengono riassunti, grazie anche ad un accordo sottoscritto dal Ministero dell’Interno. Di più: gli operai si sono intanto riuniti in una cooperativa e si profila la possibilità di concedere loro in comodato gratuito i beni della Calcestruzzi.

E qui – siamo ai giorni nostri – ancora una volta, tutto si blocca. Come scrivono in una nota alla Commissione i dipendenti dell’azienda: “…siamo ancora in attesa di riscontri che purtroppo non stanno ancora arrivando da A.N.B.S.C. e siamo in attesa di una convocazione da parte della stessa Agenzia”. Per gradire, arriva anche l’ingiunzione di alcuni amministratori e consulenti della Calcestruzzi Belice che chiedono il pignoramento dei beni dell’azienda vantando crediti, affermano, per mezzo milione di euro.

Una lunga storia dolente, ancora non conclusa, sulla quale pesa soprattutto un dubbio: questa azienda ha subito, solo per una congiuntura negativa, l’accanirsi di inerzie, svogliatezze ed eccessi sul piano istituzionale e giudiziario? Oppure dietro questa somma di fatti c’era un disegno concreto, ovvero la volontà di sbarazzarsi della Calcestruzzi Belice perché qualcuno potesse accaparrarsi i loro appalti e le loro cave?

Su questo punto abbiamo sollecitato, in audizione, alcuni dei protagonisti di questa storia, ovvero i dirigenti sindacali, Mimma Argurio (segretaria regionale della CGIL) e Pina Palella (responsabile legalità della CGIL), e il presidente del CdA della Calcestruzzi, Riccardo Polizzi.

FAVA, presidente della Commissione. Ci sono state due commesse affidate alla Calcestruzzi Belice, prima dall’Agrigento consortile e poi dalla Calcestruzzi S.p.A. di Bergamo: una commessa, quest’ultima, condivisa con un’altra cava palermitana, la Inerti. Improvvisamente questa fornitura viene totalmente dirottata verso la Inerti. Anche la Inerti è una società confiscata, e l’amministratore giudiziario coincide con l’amministratore della Calcestruzzi Belice, esatto? Ma allora, come mai il medesimo amministratore giudiziario decide di chiudere la committenza con la Calcestruzzi Belice e di dirottare tutto il lavoro sulla Inerti? E come si giustifica che questa persona che si trovasse in una sorta di conflitto di interesse professionale?

ARGURIO, segretaria regionale Cgil Sicilia. Questo problema noi lo abbiamo sollevato all’Agenzia dei beni confiscati, alla presenza della dottoressa Ribera, avevamo detto della situazione imbarazzante… Da allora, però, è rimasto tutto alla stessa maniera, anzi, nel corso degli anni 2018 e 2019 sono arrivati i decreti ingiuntivi di questi professionisti, per dirvi lo stato delle cose… È pazzesco che uno venga nominato coadiutore dall’agenzia e poi faccia il decreto ingiuntivo!

(…) Perché dico che è stata inquietante questa vicenda? Primo, perché questa Azienda rischiava di essere messa all’asta e venduta a dei privati! Dall’oggi al domani si è trovata in fallimento al Tribunale di Sciacca per una somma modesta, e l’Eni – e non un’aziendina che aveva problemi economici, ma l’Eni – pretese il fallimento! Quelli furono mesi pesantissimi… si cercò, in tutte le maniere, di bloccare l’attività dell’Azienda.

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POLIZZI, presidente del consiglio di amministrazione della Calcestruzzi Belice srl. Devo dirvi che io allora ero amministratore, ho interloquito con l’Ufficio legale dell’ENI, con diverse mail dove io precisavo che noi eravamo impossibilitati per legge a pagare un debito precedente l’amministrazione giudiziaria. Ho spiegato che dovevano fare una procedura, il cosiddetto incidente di esecuzione presso il Tribunale, per veder riconosciuta la loro buona fede; è una procedura prevista dalla legge per pagare i debiti precedenti al sequestro. Ora, l’ENI, non so perché, se per ignoranza, non curanza o imperizia, è andata avanti come un treno facendo l’istanza di fallimento… La cosa che più suona strano in questa vicenda non è tanto l’istanza di fallimento dell’ENI, è che il Tribunale di Sciacca abbia proclamato il fallimento e abbia bloccato l’attività della Calcestruzzi Belice. Per fortuna poi la Corte d’appello di Palermo ha revocato il fallimento, tra l’altro condannando anche l’ENI al pagamento delle spese legali. Io non so perché l’ENI abbia voluto insistere sull’istanza di fallimento però ha avuto la complicità, tra virgolette, del Tribunale di Sciacca che ha emesso una sentenza, mi permetto di dire, scandalosa.

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PALELLA, responsabile legalità Cgil Catania. Abbiamo chiesto all’Eni per quale motivo si erano così intestarditi su somme così modeste… la verità, ed è una mia opinione… c’era la volontà di fare chiudere la Calcestruzzi Belice…

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FAVA, presidente della Commissione. Perché si perde la commessa con la società di Bergamo, la Calcestruzzi SpA? Come mai improvvisamente decidono di spostare tutto il pacchetto della commessa sull’altra azienda, la Inerti srl?

POLIZZI, presidente del consiglio di amministrazione della Calcestruzzi Belice srl. Non mi è dato saperlo…

FAVA, presidente della Commissione. Ebbe su questo punto un’interlocuzione con la Calcestruzzi SpA, chiedendo perché se ne stessero andando?

POLIZZI, presidente del consiglio di amministrazione della Calcestruzzi Belice srl. Presidente, lo dico senza falsa modestia, io credo che la Belice abbia i prodotti migliori della Sicilia, però su questa fornitura ricordo che ci fu una contestazione sulla qualità delle sabbie che noi abbiamo voluto comunque confutare… È una mia impressione, tengo a precisarlo, ma ritengo che ci siano anche altre ragioni oltre a quelle tecnico-commerciali.

FAVA, presidente della Commissione. Quindi non reggeva l’obiezione che è stata fatta?

POLIZZI, presidente del consiglio di amministrazione della Calcestruzzi Belice srl. No, non reggeva…. L’amministratore giudiziario della cava Buttitta, se non ricordo male, era l’avvocato Cappellano Seminara.

FAVA, presidente della Commissione. La cava Buttitta era l’altra, quella che ebbe interamente la commessa?

POLIZZI, presidente del consiglio di amministrazione della Calcestruzzi Belice srl. Sì.

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FAVA, presidente della Commissione. Il responsabile Legalità e sicurezza della Cgil nazionale, Luciano Silvestri, ha detto: “Siamo di fronte ad una trama di azioni operate per determinare il fallimento di un’azienda che non ha alcuna ragione per chiudere. Siamo di fronte a un fallimento pilotato”. La domanda è: chi vuole pilotare questo fallimento, perché e a beneficio di chi?

PALELLA, responsabile legalità Cgil Catania. Dico solo una cosa, se il direttore commerciale della Calcestruzzi Belice Onofrio Costanza è massone, perché risulta nelle carte6, qualche collegamento lo doveva avere con qualcuno… Secondo il mio avviso avevano l’intenzione di soffocare e prendersi la Calcestruzzi Belice. Chi c’era dietro non lo so… Noi abbiamo cercato di parlare con l’Eni e l’Eni non ci ha mai risposto… la vicenda sarebbe finita in maniera diversa se non fosse intervenuta Susanna Camusso a Sciacca… la Camusso obbligò il prefetto Postiglione (all’epoca direttore dell’A.N.B.S.C., ndr) a fare l’appello contro questo fallimento.

FAVA, presidente della Commissione. Ma appena un mese e mezzo dopo c’è una nuova PEC, sempre dall’Agenzia nazionale, questa volta a firma della responsabile siciliana, la dottoressa Manzo che, visto il decreto di fallimento del Tribunale di Sciacca, diffida gli amministratori a procedere a qualsiasi attività aziendale decretando il blocco. Come si giustifica questo cambio di rotta così repentino? Il Prefetto Postiglione dice “Ci opponiamo al fallimento e si continua a lavorare!”; la dottoressa Manzo dice: “C’è il fallimento, l’azienda deve fermarsi!”.

PALELLA, responsabile legalità Cgil Catania. C’erano due scuole di pensiero dentro l’Agenzia dei beni confiscati. Cioè abbiamo avuto la sensazione che in questa vicenda della Calcestruzzi Belice c’era chi remava per non farla fallire e c’è chi, non so per quale interesse, cercava di bloccare questa cosa. Tant’è che, se la Calcestruzzi Belice si è salvata, è perché i lavoratori dopo quella lettera della dottoressa Manzo hanno occupato l’azienda e non hanno fatto entrare nessuno…

FAVA, presidente della Commissione. Il punto importante per questa Commissione è esattamente quello a cui avete fatto riferimento più volte: ovvero, c’era chi voleva far chiudere questa azienda. Chi voleva fare chiudere la Calcestruzzi Belice? I vecchi proprietari? Altre aziende che competevano sullo stesso settore di mercato?

PALELLA, responsabile legalità Cgil Catania. Secondo me c’era interesse di altre aziende di prendersi la Calcestruzzi Belice. Io la leggo così.

Il caso RIELA

La Riela è un’azienda catanese leader nel settore del trasporto su gomma (fatturato di 30 milioni di euro, 250 dipendenti e un parco mezzi di 200 unità), confiscata nel 1999 per i legami dei proprietari, i fratelli Lorenzo e Francesco Riela (il primo é deceduto, mentre il secondo sta scontando l’ergastolo per omicidio), entrambi organici al clan Santapaola.

La vicenda giudiziaria del gruppo ‘Riela’ è uno dei molti episodi di inquinamento mafioso del settore degli autotrasporti nella Sicilia Orientale. E anche in questo caso, come accade per la Geotrans, piuttosto che subire rassegnati il sequestro e la confisca, la mafia decide di riappropriarsi dell’azienda perduta ricorrendo ad ogni mezzo, o – in subordine – di farla a pezzi. Lo descrive bene l’articolo di Andrea Sessa7.

Subito dopo la confisca i Riela non si sono dati per vinti e hanno cercato in tutti i modi di rientrare in possesso del loro gioiellino. E visti i risultati ottenuti ci sono andati molto vicino. Attraverso dei prestanome costituirono nel 2007, anno in cui furono estromessi definitivamente dalla gestione dell’azienda, un consorzio di autotrasportatori denominato Se.Tra. In breve tempo molti dipendenti della Riela passarono a lavorare per il consorzio Se.Tra, il quale letteralmente “rubò” diverse commesse all’azienda confiscata in virtù di una politica dei prezzi al ribasso. Il consorzio, nel giro di pochi anni, riuscì a mettere in ginocchio la Riela divenendone il maggiore creditore, per un importo pari a circa 6,5 milioni di euro.

Gli inquirenti percependo il torbido che si celava dietro il consorzio decisero di porlo sotto sequestro, ipotizzando che dietro di esso si celasse una manovra speculativa degli antichi proprietari per riprendere il controllo dell’azienda.

Il sequestro durò poco: il tribunale della libertà provvide al dissequestro, ma il pubblico ministero Antonino Fanara fece ricorso e lo vinse in Cassazione. Nonostante la vittoria in sede giudiziaria sul destino della Riela sono rimasti i decreti ingiuntivi del tribunale etneo che costringono l’azienda a versare i 6 milioni e mezzo di euro al consorzio Setra.”

Una sorta di gioco delle tre carte, simile a quello già visto all’opera tra la Geotrans e l’azienda fantoccio, la cooperativa RCL, che gli Ercolano volevano utilizzare per riprendersi clienti, appalti e mercato. In quel caso (come sappiamo), il tentativo della mafia catanese è naufragato di fronte all’intervento congiunto dell’amministratore giudiziario e della procura etnea. Nel caso del gruppo ‘Riela’ le cose sono andate diversamente: segno che il destino delle aziende tolte ai mafiosi è legato in minima parte all’efficacia delle norme di legge e in massima parte alle capacità e alla determinazione di chi è chiamato ad applicarle. Se quelle capacità e quella determinazione mancano, non ci sarà codice antimafia in condizione di salvare l’azienda e i suoi posti di lavoro.

Ma in questa vicenda, come abbiamo letto, c’è di più e di peggio: ovvero un’azienda sequestrata alla mafia, svuotata dal suo interno e fatta poi fallire proprio dalla mafia! Perché a determinare il definitivo collasso del gruppo ‘Riela’, come ricostruisce il cronista, è stato proprio il debito di oltre 6 milioni di euro contratto con il consorzio Se.Tra., la società farlocca messa in piedi dagli stessi fratelli Riela. Come dire: lo Stato ci toglie l’azienda? E noi la facciamo fallire!

Dulcis in fundo, al tentativo mafioso di svuotare e poi sopprimere la Riela si è aggiunto anche il rilevante danno economico ricevuto dall’amministratore giudiziario, Gaetano Siciliano8, condannato con sentenza definitiva a due anni di reclusione per peculato per essersi appropriato di 860 mila euro dell’azienda a titolo di “acconto” sui compensi pretesi.

Sfibrata, svuotata, indebitata, la Riela è stata posta in liquidazione nell’aprile 2012.

Si arriverà ben presto a un epilogo inaspettato: i lavoratori della Riela che avevano creduto al progetto di legalità si troveranno prima in mobilità e poi senza lavoro a seguito della liquidazione, mentre il consorzio Se.Tra potrà ricevere i soldi che gli spettano.”9

Abbiamo provato a ripercorrerne i passaggi più drammatici e ad approfondire le cause di questo epilogo con la responsabile legalità della CGIL di Catania, la professoressa Pina Palella. Anche per aver conferma che esistono (ma non sempre vengono utilizzati) strumenti di diritto e di prassi istituzionale che potrebbero evitare, se opportunamente utilizzati, sia il danno del fallimento che la beffa di sapere che quel fallimento lo ha determinato proprio la mafia.

Il primo dato che emerge riguarda i tempi: più si allungano, più si incancreniscono le cause che determinano la sofferenza dell’azienda.

PALELLA, responsabile legalità CGIL Catania. Credo che ‘Riela’ sia stata una delle prime se non la prima azienda confiscata nel territorio catanese. Eppure i lavoratori della ‘Riela’ si rivolsero a noi quando l’azienda era ormai decotta, cioè quando già si era già decisa la sua liquidazione. È un dato significativo, cioè i lavoratori non cercano il supporto e l’appoggio dalle forze sociali, in questo caso dei sindacati, se non quando sono arrivati ad una condizione irrecuperabile, come in questo caso…

Ritardi, diffidenze ma anche colpevoli distrazioni di chi avrebbe dovuto vigilare – l’amministratore giudiziario anzitutto, ma non solo – sulle condizioni di reale agibilità dell’azienda al momento di assumerne la gestione. Per la ‘Riela’, così non è stato.

PALELLA, responsabile legalità CGIL Catania. Nel momento della confisca, dentro la ‘Riela’ sono rimasti a lavorare parenti e affini dei Riela, nel frattempo arrestati e processati. Quindi per un arco di tempo, che durò parecchio, quasi dieci anni, all’interno dell’azienda, tra i lavoratori, c’erano persone – legate alla gestione precedente – che hanno continuato a “svuotare” la ‘Riela’. Svuotarla significava portare tutto all’azienda che nel frattempo era stata costruita dal nulla, la ‘Se.Tra.’, una società prestanome sempre dei Riela. C’erano complicità interne notevoli, anche di chi amministrava il bene, perché non si può arrivare a tutto questo senza rendersi conto che dentro l’azienda ci sono lavoratori che continuano ad avere rapporti di parentela (con i proposti, ndr). Il primo dovere dovrebbe essere quello di controllare i dipendenti… Spesso sparivano anche documenti all’interno dell’azienda, anche perché questi lavoratori legati alla gestione precedente, all’interno dell’azienda avevano ruoli significativi e quindi potevano avere accesso alle documentazioni. I clienti, in sostanza, venivano trasportati nell’altra azienda, la ‘Se.Tra.’, e così la ‘Riela’ si svuotava…

FAVA, presidente della Commissione. La vicenda della Se.Tra., la società di facciata, ha avuto poi un epilogo giudiziario?

PALELLA, responsabile legalità CGIL Catania. Sì, c’è stata un’indagine aperta alla Procura, l’azienda Se.Tra. è stata riconosciuta come prestanome dei Riela. Però, nonostante tutto, aveva accumulato un cospicuo credito nei riguardi della ‘Riela’… Ora, se tu amministri non ti rendi conto di cosa sta succedendo? È impossibile. Credo proprio che sia palese che lì gli errori sono stati troppi.

Azienda in liquidazione, dipendenti licenziati. Il destino comune a nove imprese su dieci tolte alla mafia. Certo, una via c’è per evitare questo epilogo ci sarebbe, la stessa via percorsa dalla Geotrans, dalla Calcestruzzi Ericina e dalla Calcestruzzi Belice: lo Stato, per il tramite dell’Agenzia, può dare l’azienda in comodato gratuito ai lavoratori, opportunamente riuniti in una cooperativa. Ci provano anche i dipendenti sopravvissuti della ‘Riela’, ma anche questa strada si trasforma in un vicolo cieco.

PALELLA, responsabile legalità CGIL Catania. Quando venne fuori la situazione della ‘Se.Tra.’ e quindi fu palese che la ‘Se.Tra.’ era una scatola vuota che serviva come facciata, e che gli stessi Riela dal carcere controllavano tutto, ebbene in quel momento la gran parte dei lavoratori se ne andarono, si licenziarono… L’Agenzia nazionale cercò di recuperare i lavoratori dalle liste di collocamento e arrivarono una ventina di lavoratori che non avevano avuto rapporti in precedenza con la ‘Riela’.

Quando poi si arrivò alla fase della liquidazione, perché non c’erano più commesse, non c’era la possibilità di andare avanti per la condizione debitoria dell’azienda, questi lavoratori decisero di formare una cooperativa… con l’intenzione, così come consentiva la norma, di avere attribuito il bene. Perché comunque l’azienda, pur essendo gravata da questa situazione economica, aveva ancora mezzi, aveva capannoni, aveva spazi… avrebbe potuto continuare a lavorare se inserita in una rete di aziende confiscate, in un rapporto virtuoso, anche con le amministrazioni pubbliche che in passato a volte si erano servite dei mezzi della ‘Riela’.

FAVA, presidente della Commissione. In che anno siamo?

PALELLA, responsabile legalità CGIL Catania. Tra il 2014 e il 2015.

FAVA, presidente della Commissione. Che accade alla cooperativa dei lavoratori?

PALELLA, responsabile legalità CGIL Catania. L’Agenzia non parlerà mai con i lavoratori, nel senso che non verrà mai attribuito (alla loro cooperativa, ndr) ciò che restava, cioè il capannone e ciò che c’era attorno.

FAVA, presidente della Commissione. Perché?

PALELLA, responsabile legalità CGIL Catania. Ufficialmente non abbiamo avuto una risposta. Abbiamo sollecitato diverse volte il direttore dell’Agenzia, allora era il prefetto Postiglione, abbiamo sollecitato la Prefettura di Catania per avere risposte sul perché non si concretizzasse questo atto di cedere il bene in comodato gratuito ai lavoratori, così come previsto dalla legge. Una risposta ufficiale non ci fu mai data… Ci hanno fatto capire, in maniera ufficiosa, che tra i lavoratori che avevano formato la cooperativa possibilmente c’era qualcuno che aveva a proprio carico qualche aspetto poco chiaro dal punto di vista legale. Naturalmente, essendo noi un sindacato non ci è concesso di avere contezza di determinate situazioni… Ci siamo dovuti fermare di fronte ad una situazione in cui, comunque, l’Agenzia allora ebbe gran parte di responsabilità nel non seguire, nel non volere andare a fondo, nel non controllare tutto ciò che avveniva. (…) Se c’erano altri rilievi, che tipo di rilievi, se riguardassero o meno un lavoratore… ecco, non siamo stati mai informati né dall’Agenzia né dalla Prefettura…

FAVA, presidente della Commissione. Qual è stato l’esito di questa vicenda?

PALELLA, responsabile legalità CGIL Catania. I pochi lavoratori rimasti che avevano formato la cooperativa sono andati dispersi, qualcuno ha avuto anche difficoltà a trovare lavoro, qualcun altro è andato in pensione, solo due sono rimasti dopo la liquidazione perché dovevano vigilare su ciò che era rimasto dell’azienda.

Si sarebbe potuto evitare questo epilogo? Secondo la professoressa Palella, sì.

PALELLA, responsabile legalità CGIL Catania. Io credo, senza presunzione, che molto dipenda da chi amministra il bene, che intenzioni ha, come si pone… Nella ‘Riela’ si è perso tempo perché le commesse inizialmente c’erano, certo che c’erano… L’impressione è stata che chi ha amministrato il bene aveva tutto l’interesse per farlo perdere. Assolutamente! Per dare la possibilità ad altre aziende di sfruttare il bacino delle commesse che la ‘Riela’ aveva. Non c’è stata nessuna capacità d’iniziativa interna da parte di chi ha amministrato e neanche dell’Agenzia. (…) La ‘Riela’ è stata un fallimento da parte di tutti.

Il caso LA.RA.

La La.Ra., una società di Motta Sant’Anastasia operante nel settore meccanico (il principale committente era la base USA di Sigonella), è stata sequestrata nel 1997 e confiscata nel 2000 a Carmelo La Mastra, ritenuto vicino al clan Santapaola-Ercolano10.

Perduti gli appalti con Sigonella, i dipendenti dell’azienda hanno provato a tenere in vita la società con un progetto di riconversione d’avanguardia: creare un polo sportivo, Green Energy, da realizzare in un’area anch’essa oggetto della confisca La Mastra ed assegnata al comune di Motta Sant’Anastasia. Tuttavia, l’allora sindaco Angelo Giuffrida si oppose al progetto e l’Agenzia non è riuscita a mediare tra le due posizioni. Accantonato il progetto Green Energy, nel maggio 2016, a far precipitare definitivamente la situazione, con l’azienda ormai in stato avanzato di crisi, per decisione della Corte d’Appello di Catania metà delle quote della La.Ra. sono state restituite a Salvatore La Mastra, figlio di Carmelo. La sentenza, non impugnata dall’Agenzia, è divenuta definitiva ed è stata il colpo di grazia.

Anche in questo caso dinanzi al fallimento di un’azienda confiscata alla mafia (almeno “per metà”, dopo la sentenza della Corte d’Appello) ci si interroga per la somma di comportamenti contraddittori, e a volte poco comprensibili, che hanno portato alla liquidazione di un’impresa tra le più solide sul mercato, con un eccellente portafoglio di commesse e una comunità di dipendenti di sicura esperienza e professionalità. Com’è potuto accadere? Lo abbiamo chiesto ai nostri auditi: la professoressa Palella, responsabile legalità della CGIL di Catania, che ha seguito da vicino questa vertenza, e il dottor Bonomo, amministratore civilistico della La.Ra. nominato dall’Agenzia.

PALELLA, responsabile legalità CGIL Catania. Per la “La.Ra.” ci credevo, devo dirlo con molta sincerità, perché i lavoratori avevano esperienza, lavoravano bene, avevano competenza. Il problema era stata la perdita di alcune grosse commesse, tra cui quella di Sigonella, però eravamo riusciti egualmente e con tanta fatica a costruire un percorso virtuoso, dopo gli errori della “Riela”. Avevamo costruito un tavolo in Prefettura con l’Agenzia nazionale, la Prefettura stessa, noi come parti sociali e sindacali, un percorso possibile per evitare che la perdita di determinate commesse potesse significare mancanza di lavoro in un’azienda che aveva competenza, poteva stare sul mercato e poteva essere utilizzata anche dalle amministrazioni pubbliche… Quando, purtroppo per la La.Ra. arriva la sentenza che restituisce, ahimè, il cinquanta per cento delle quote societarie ai figli di La Mastra, ritenendo che queste somme non abbiano origine mafiosa. Da quel momento in poi l’Agenzia ha interrotto il percorso.

FAVA, presidente della Commissione. Non si poteva continuare quel percorso con il rimanente cinquanta per cento dell’azienda?

PALELLA, responsabile legalità CGIL Catania. L’Agenzia nazionale diceva che lo Stato non avrebbe potuto continuare a fare un’azione di questo tipo quando dall’altro lato ci stavano, comunque, i familiari della famiglia mafiosa. Il punto è un altro: perché i familiari hanno avuto restituite le quote? Sappiamo che in diverse udienze del processo, lo Stato, cioè l’Agenzia, si doveva presentare e invece non si è presentato…

FAVA, presidente della Commissione. La sentenza non è stata impugnata dall’Agenzia?

PALELLA, responsabile legalità CGIL Catania. La sentenza non è stata impugnata. No.

FAVA, presidente della Commissione. La ragione?

PALELLA, responsabile legalità CGIL Catania. Non abbiamo avuto contezza della ragione.

Una sentenza non prevista, l’assenza de facto dell’Agenzia dal processo, la scelta incomprensibile dell’A.N.B.S.C. di non ricorrere in Cassazione. Un percorso ad ostacoli che si aggiunge alla perdita delle commesse di Sigonella, a un mercato sempre più ostile e all’assenza di collaborazione da parte del pubblico.

BONOMO, amministratore civilistico LA.RA. La società, che prima era un main contractor della base di Sigonella, aveva perso tutte le qualifiche ed era diventata un sub appaltatore delle altre società, per cui si trovava in una situazione di difficoltà anche nel pagamento degli stipendi e nell’impossibilità a trovare nuovi lavori. Io mi sono fatto anche il giro per andare a chiedere all’Anas o altre società di poter lavorare, però di fatto nessuno ci ha dato questa possibilità.

FAVA, presidente della Commissione. Quando lei ha provato a convincere ANAS e altre aziende a partecipazione pubblica, a servirsi di questa azienda confiscata per i loro lavori, qual è la ragione per cui le dicevano no?

BONOMO, amministratore civilistico LA.RA. Ci sono aziende ed aziende che arrivano alla confisca. Alcune di queste hanno indubbiamente la capacità di poter stare sul mercato in maniera molto proficua e la LA.RA, a mio avviso, era una di queste…Nel momento in cui io mi recavo all’ANAS a chiedere una mano, non mi veniva detto: “no, dottor Bonomo”. Il problema di fondo è che nessuno ti dice di “no”, ma fanno in maniera tale da farti scontrare contro una sorta di muri di gomma e alla fine non ti danno lavoro, anche se magari uno sa che il lavoro c’è.

FAVA, presidente della Commissione. Provi a spiegarci questa cosa dei muri di gomma…

BONOMO, amministratore civilistico LA.RA. “Diremo, faremo, non si preoccupi, ritorni, ripassi…”.

Ultimo atto: il naufragio definitivo del progetto di riconversione.

PALELLA, responsabile legalità CGIL Catania. I lavoratori della La.Ra. pensavano di ampliare la loro attività utilizzando un terreno limitrofo all’azienda, che nei fatti faceva parte del patrimonio dell’azienda. Solo che è stato affidato al comune di Motta Sant’Anastasia… Poi, il comune si è opposto… Facemmo un incontro in Prefettura invitando il sindaco di Motta e chiedendo, appunto, di venire meno a quella decisione di non fare utilizzare il terreno perché l’azienda aveva bisogno di avere anche questi beni per continuare ad andare avanti. La restituzione dei beni del cinquanta per cento ha bloccato tutto.

Il direttore dell’Agenzia Postiglione aveva promesso il rilancio attraverso fondi europei e la possibilità di sottoscrivere nuovi contratti di lavoro…” commenterà uno dei dipendenti, al termine dell’ennesimo, infruttuoso incontro in prefettura, “ma venti giorni dopo il deposito della sentenza l’amministratore della ditta, Angelo Bonomo, ci ha comunicato che lo Stato non poteva dare soldi a un’azienda per metà nuovamente privata».11

Nel 2017 la La.Ra. è stata dichiarata fallita.

La Calcestruzzi Ericina Libera

La vicenda della Calcestruzzi Ericina è particolarmente significativa, anche se piuttosto isolata nel panorama delle aziende siciliane confiscate alla mafia. Ci racconta di un’azienda sequestrata, poi confiscata ma destinata – per ostilità del mercato, incurie istituzionali e accanimento mafioso – ad essere cannibalizzata a vantaggio di altre aziende del ramo. Un settore, quello delle cave e della produzione di calcestruzzo, sul quale la presenza imprenditoriale di Cosa Nostra è quasi egemone (come accade anche nel settore dei trasporti su gomma).

La cooperativa Calcestruzzi Ericina Libera nasce nel 2008 sulle ceneri della vecchia azienda attiva dal 1992 a Trapani nel settore dei materiali di costruzione e della produzione di calcestruzzo.

Il percorso della nuova azienda incomincia tra il 1994 ed il 1996 quando, accertato che la Calcestruzzi Ericina appartenesse al clan mafioso di Virga, si procedette al sequestro preventivo delle quote societarie. In realtà il controllo mafioso della Calcestruzzi Ericina srl, con alterne vicende, durò anche dopo il 1994, terminando solo con la confisca definitiva nel giugno del 2000, come ricorda in un’intervista il sostituto procuratore presso la Procura di Trapani, Andrea Tarondo:

Abbiamo accertato che fino al 1999 i figli del capomandamento, cioè i figli del boss mafioso (Virga, ndr), anche loro arrestati e poi condannati, erano presenti tutti i giorni nell’impianto, decidevano il prezzo da fare ai vari imprenditori, quindi l’imprenditore che andava a comprare il calcestruzzo non trovava lo Stato ma trovava il boss mafioso o suo figlio e doveva contrattare il prezzo con loro. Addirittura abbiamo verificato che per un certo periodo le fatture venivano emesse dalla società confiscata, quindi dallo Stato, ma venivano pagate al mafioso. Tutto questo fino al 2001. Poi nel 2001 il boss mafioso Vincenzo Virga, che era l’originario proprietario, è stato arrestato, c’è stato un forte intervento da parte dello Stato, sono stati sostituiti gli amministratori… e quindi si può dire che l’impianto è finalmente entrato veramente sotto il controllo dello Stato…”12

Ma la confisca definitiva non risolve i problemi della Calcestruzzi Ericina. Esclusa definitivamente dal controllo dell’azienda confiscata, la mafia tenta comunque di portare al fallimento l’azienda per potersene spartire le spoglie.

Se quell’operazione non andò in porto, il merito fu soprattutto dell’allora prefetto di Trapani, Fulvio Sodano, come ricostruisce il giornalista Umberto Lucentini:

Solo l’intervento dell’allora prefetto Fulvio Sodano, e le indagini della Squadra mobile di Trapani e della Direzione distrettuale antimafia di Palermo, hanno fatto scoprire una manovra che doveva convincere lo Stato a svendere a prestanomi di Virga l’impianto: con quest’accusa è finito in carcere un funzionario dell’Agenzia del Demanio di Trapani, il geometra Francesco Nasta (avrebbe sottostimato il valore della Calcestruzzi Ericina dopo essere stato contattato da prestanomi e costruttori legati al boss Virga), e oggi alla Dda di Palermo sono in corso indagini per scoprire altre complicità (Sodano ha denunciato di essere stato trasferito proprio per essersi opposto a questa svendita)”.13

Il pretestuoso trasferimento del prefetto Sodano, avvenuto nel 2003 (ne parliamo più avanti), non fermò il travagliato percorso di rigenerazione aziendale che proseguì nel 2004 con l’azione congiunta di Luigi Ciotti e di Libera che, insieme ai lavoratori, coinvolsero LegacoopLegambiente e Anpar (l’Associazione Nazionale Produttori di Aggregati Riciclati) nel pianificare la fondazione, nel 2010, dell’attuale cooperativa Calcestruzzi Ericina Libera, interamente costituita dai dipendenti della vecchia azienda confiscata.

L’anno successivo, come previsto dalla legge 7 marzo 1996, n. 109 sull’uso sociale dei beni confiscati alle mafie, i beni aziendali della vecchia Calcestruzzi Ericina vennero affidati alla nuova società: la prima cooperativa di lavoratori che ottiene l’assegnazione del bene aziendale.

Da dieci anni la Calcestruzzi Ericina Libera rappresenta una delle realtà più positive in Italia, il segno concreto che un riscatto sia possibile, anzitutto nel segno della tutela dei lavoratori.

È importante capire a questo punto quali fattori – umani, normativi e istituzionali – abbiano reso possibile questo salvataggio; ma è altrettanto istruttivo riepilogare le reticenze, le resistenze e le violenze che l’azienda confiscata ha dovuto subire e superare nel corso di un ventennio: anche dopo esser rinata come cooperativa dei lavoratori.

Lo spiega, con parole che non richiedono chiose né commenti, l’ingegnere Gisella Mammo Zagarella, anima costruens ed amministratore delegato della cooperativa Calcestruzzi Ericina Libera.

MAMMO ZAGARELLA, amministratore delegato “Calcestruzzi Ericina Libera” Ormai siamo un po’ stanchi di raccontare la storia come buona pratica… dal 2011, abbiamo la gestione come cooperativa e in questi dieci anni abbiamo avuto l’impressione che quando nei tavoli istituzionali andiamo a rappresentare quelle che sono le problematiche della gestione, è come se fossimo un elemento di disturbo… Mi riferisco, ad esempio, al mancato confronto con l’Agenzia dei beni confiscati: è dal 2014 che scriviamo all’Agenzia per alcune problematiche e non abbiamo nessun risultato. Laddove troviamo qualcuno che ha voglia di collaborare, poi cambia il Direttore e, come il gioco dell’oca, ricominciamo da capo a riscrivere…

Ma cosa significa concretamente per un’azienda riscattata dalla mafia operare in un mercato legale? Quali effetti produce il cosiddetto shock da legalità? E quali sono concretamente le insidie e le solitudini cui va incontro un’azienda come la Calcestruzzi Ericina Libera, dopo averne cacciato via la mafia?

MAMMO ZAGARELLA, amministratore delegato “Calcestruzzi Ericina Libera”. Noi operiamo in un settore particolare, perché quello dell’edilizia è un mercato molto viziato, quindi stare sul mercato riesce molto difficile… perché è un settore dove è molto semplice riuscire a lavorare non rispettando la norma. E noi che andiamo a rispettare tutte le normative paghiamo praticamente il pegno, perché non riusciamo ad essere concorrenziali, perché invece chi riesce a fare prezzi fuori mercato riesce a lavorare…

Nel 2000, quando si è passata alla confisca definitiva c’è stato un vero e proprio boicottaggio ed un calo delle commesse, tanto che poi abbiamo rischiato il fallimento. Lo scopo era quello di farci fallire per riacquistarci a pochi soldi e lì entra il merito dell’azione del Prefetto Sodano…

Il prefetto Sodano ha pagato duramente l’impegno a fianco della Calcestruzzi Ericina sul cui destino s’erano scatenati gli appetiti di Cosa Nostra. Nel 2003, come detto, il prefetto venne bruscamente allontanato da Trapani e trasferito ad Agrigento. Nella determina del Viminale, la Procura di Trapani riconobbe il risultato delle forti e illecite pressioni esercitate dall’allora sottosegretario all’Interno, il trapanese Tonino D’Alì, che in un’occasione apostrofò il prefetto definendolo un “favoreggiatore” di beni confiscati.

Oggi il senatore D’Alì è a processo per concorso in associazione mafiosa.14 Il Prefetto Sodano invece è scomparso nel 2014, dopo una lunga e dolorosa malattia. Fra gli ultimi suoi scritti, una accorata lettera in cui ricorda l’impegno profuso nella provincia di Trapani: “Fu allora – scrive – che compresi che lo Stato non sempre stava dalla parte dello Stato”.15

Vale la pena riportare qui parte di ciò che il prefetto Sodano dichiarò in cinque pagine fitte di verbale del 22 luglio 2004 al PM Tarondo:

Non appena assunte le funzioni di prefetto di Trapani mi resi conto che la situazione dell’amministrazione dei beni confiscati alla mafia era estremamente grave, nel senso che erano numerosissimi i beni confiscati ma mai assegnati e che molti di tali beni erano ancora nella materiale disponibilità dei soggetti mafiosi cui erano stati confiscati. Immediatamente mi attivai per promuovere incontri con tutti gli enti interessati per tentare di fare attivare le procedure burocratiche di assegnazione incontrando difficoltà ed inerzie, per asserita mancanza di personale.

Mi rappresentarono (gli amministratori della Calcestruzzi Ericina, ndr) l’immobilismo del Demanio rispetto alle loro richieste e mi dissero che nonostante l’ottima qualità di calcestruzzo prodotto, venduto ad un prezzo più basso degli altri concorrenti, incontravano fortissime difficoltà di mercato e il fatturato ogni giorno scendeva sempre di più. Mi dissero che l’azienda rischiava di chiudere… Decisi che un bene acquisito dallo Stato che aveva sia un forte valore simbolico sul territorio sia una incidenza importante in un settore strategico per la mafia quale quello del calcestruzzo, doveva essere salvato e diventare l’emblema della rivincita dello Stato sull’antistato. (…)

Durante una manifestazione ufficiale in prefettura fui avvicinato dal senatore D’Alì Antonio, sottosegretario all’Interno, il quale mi chiese spiegazioni in ordine al mio comportamento relativamente al “favoreggiamento” operato nei confronti della Calcestruzzi Ericina che in base a notizie che aveva avuto da altri avrebbe alterato il libero mercato del calcestruzzo, determinando una sleale concorrenza alle altre aziende del comparto. Gli spiegai quali fossero le motivazioni del mio comportamento e anzi mi meravigliai di quelle doglianze perché in realtà il mio atteggiamento tendeva esclusivamente a contrapporre una azione forte dello Stato ai poteri mafiosi. In sostanza avrei voluto che un bene ormai di proprietà dello Stato potesse sopravvivere in maniera emblematica contro tutti i tentativi della mafia di riappropriarsene o di distruggerlo”

Come fare a liberarsi di quell’impresa che toglieva affari agli amici degli amici? Se risulta difficile farla fallire, magari è più semplice rilevarla! Certo, c’era prima da convincere il prefetto Sodano che vendere era conveniente.

Mi fu chiesto un incontro da parte del presidente di Assindustria. All’incontro si presentò anche l’imprenditore Vito Mannina… Durante la riunione fu avanzata la proposta di acquisizione da parte dell’impresa Mannina della Calcestruzzi Ericina con assorbimento da parte dell’impresa Mannina di manodopera e acquisizione dei beni aziendali… Per me portare avanti quella richiesta significava abdicare alle mie iniziali decisioni che andavo perseguendo, incaricai il capo di gabinetto di contattare l’associazione degli industriali per dire che della loro proposta non se ne faceva nulla…”

La Calcestruzzi Ericina non fu venduta. Ma Sodano venne rapidamente trasferito.

Ho avuto conoscenza del mio trasferimento nel tardo pomeriggio del giorno precedente la seduta del Consiglio dei Ministri. Mi telefonò il capo di gabinetto del ministro facendomi presente che l’indomani sarei stato nominato prefetto di Agrigento. Alle mie rimostranze basate sul mio momento non facile di salute, noto al ministero, e per il quale avevo chiesto di rimanere a Trapani almeno altri sei mesi, ebbe a dirmi che la distanza che rispetto ad Agrigento c’era con Palermo era identica a quella con Trapani, mi invitò a prendere servizio ad Agrigento16.”

Tornando ad oggi, e cioè ad una Calcestruzzi Ericina Libera, che appartiene ai suoi lavoratori e che ha festeggiato il proprio decimo anno di vita. Ma la strada resta in salita.

MAMMO ZAGARELLA, amministratore delegato “Calcestruzzi Ericina Libera”. Di sicuro c’è ancora un mercato viziato… le ultime notizie che mi sono arrivate sono che alcuni impianti riescono ad acquistare il cemento in nero… Poi la solita storia del lavoro nero, i contributi non pagati… In più c’è una mancanza di controllo sul mercato perché ad oggi i controlli, mi riferisco in questo caso a quelli del calcestruzzo, sono tutti demandati alla direzione dei lavori, quindi alla professionalità e alla sensibilità delle direzioni dei lavori ed è un mercato particolare che necessiterebbe di controlli H24. Non c’è questo controllo, non c’è controllo né sulla qualità dei materiali né sulla tracciabilità dei prodotti.

Il tema dei rapporti – spesso episodici, sempre faticosi – con l’A.N.B.S.C. è un altro dei punti dolenti che ci sono stati proposti dagli amministratori di tutte le aziende confiscate che abbiamo ascoltato nel corso della nostra indagine. Non fa eccezione la Calcestruzzi Ericina Libera. L’amministratore delegato ce lo spiega portandoci l’esperienza di una delle tante contorsioni istituzionali e burocratiche che, per un’azienda già fortemente provata come la sua, rischiano di compromettere il lavoro di vent’anni.

MAMMO ZAGARELLA, amministratore delegato soc. coop. “Calcestruzzi Ericina Libera” Abbiamo saputo che a 5 km dalla Calcestruzzi Ericina c’erano dei mezzi nuovi, mi riferisco a quelli della ‘Sicil Calcestruzzi’ della confisca “Pace”… parliamo di autobetoniere di valore commerciale da 200 a 250 mila euro. Diversi confronti istituzionali, diverse lettere, nulla di fatto. Risultato: quei mezzi sono stati lasciati abbandonati, vandalizzati e oggi valgono zero… Cambia direttore, riscriviamo di nuovo, si individuano altri mezzi, per arrivare sempre allo stesso risultato…

Ed ancora, erano stati individuati i mezzi della confisca Scinardo, a Militello Val di Catania. Questi mezzi, autobetoniere e autobetonpompe, erano stati affidati ai vigili del fuoco. I vigili del fuoco di questi mezzi non sanno che farne perché con quelle puoi soltanto trattare il calcestruzzo… Quest’anno a gennaio abbiamo avuto l’incontro con il nuovo Direttore dell’Agenzia, i Vigili del fuoco hanno rinunciato… quindi, veniva fuori il problema di come trasportare questi mezzi da Enna a Trapani. Io ho risposto: “Nello stesso modo in cui l’avete trasportati da Catania a Enna”, “E no”, perché poi per il trasporto eccezionale c’erano degli oneri da affrontare quindi dice: “non possiamo creare un precedente”. Ora, noi come cooperativa abbiamo sempre fatto la nostra parte, ci siamo sempre presi la nostra fetta di responsabilità, quindi quando mi sento dire: “non vogliamo creare un precedente” io lo trovo un po’ un controsenso…

La nuova normativa parla di nuclei di supporto sui beni confiscati nei tavoli prefettizi, ma anche di quello non si ha nessun tipo di notizie, non sono stati avviati, abbiamo difficoltà a capire chi sia il nostro.

Sul punto abbiamo ritenuto opportuno audire il prefetto di Trapani, Tommaso Ricciardi, per ricostruire con lui che cosa sia accaduto.

RICCIARDI, prefetto di Trapani. Chi le parla a gennaio di quest’anno si è recato a Roma insieme a loro (la Calcestruzzi Ericina Libera, ndr) all’Agenzia nazionale, dove avevamo raggiunto l’intesa di poter far sì che questa ‘Calcestruzzi Ericina’ si potesse avvalere di mezzi, di betoniere che erano state assegnate al Corpo nazionale dei Vigili del fuoco, ma che rimanevano inutilizzate e ferme al Comando provinciale dei Vigili del fuoco di Enna. L’allora capo dell’Agenzia nazionale, il Prefetto Bruno Frattasi, me presente, convenne con i Vigili del Fuoco che questi beni potevano essere benissimo destinati alla ‘Calcestruzzi Ericina’. Devo dire che poi quello che ci ha in qualche modo tarpato le ali è stata l’emergenza sanitaria che stiamo tutt’ora vivendo… per altro, come lei sa, a luglio scorso c’è stato il cambio al vertice dell’Agenzia nazionale, quindi non c’è più il Prefetto Frattasi, ma in questo momento c’è il Prefetto Corda…

FAVA, presidente della Commissione. Però ci aiuti a capire signor Prefetto. A gennaio con la sua encomiabile iniziativa, andate a Roma, trattate con l’Agenzia nazionale, si conviene sull’opportunità di destinare mezzi affidati ai Vigili del fuoco a questa azienda. A prescindere dal Covid, che cosa impedisce che da gennaio a dicembre, per 12 mesi, non si riesca a formalizzare questo passaggio?

RICCIARDI, prefetto di Trapani. Guardi, mi creda, sto cercando e cercherò al più presto di scoprirlo anche perché, sinceramente, preso poi dal Covid, non ho più seguito questo aspetto della consegna dei mezzi, degli automezzi perché la davo per scontata… Invece, devo assolutamente verificare questo altro parco di automezzi inutilizzato presso Sicilfert. Anche questo cercheremo di affrontarlo con il Nucleo operativo e cercheremo di dare una risposta alla dottoressa, all’ingegnere Zagarella.

Nella faticosa triangolazione tra aziende, prefetture e A.N.B.S.C., un ruolo determinante, dal punto di vista delle politiche di coordinamento e di impulso, spetta all’Agenzia. E al prefetto Corda, attuale direttore dell’Agenzia, abbiamo chiesto di aiutarci a capire cosa possa impedire di risolvere per un anno intero – a costo zero e all’interno del perimetro istituzionale – un problema semplice come quello sollevato dalla Calcestruzzi Erice: ovvero una betoniera tolta ad un’azienda confiscata e data ai vigili del fuoco, la constatazione che con le betoniere non si spengono gli incendi, la decisione di girare il mezzo alla Calcestruzzi Belice che ne aveva fatto richiesta.

Questa la risposta del prefetto Corda.

FAVA, presidente della Commissione. Ci dicevano gli amministratori della “Calcestruzzi Ericina” e anche di un’altra cooperativa, “Non solo lavoro”, della difficoltà di superare tempi e avvallamenti burocratici per poter ottenere di utilizzare mezzi e macchinari che appartengono ad altre aziende confiscate… Perché c’è questa difficoltà nell’andare rapidamente ad una soluzione anche di buon senso creando un circuito naturale tra le aziende confiscate?

CORDA, Direttore dell’A.N.B.S.C. Ma, le posso dire che in realtà il circolo virtuoso, da questo punto di vista, c’è. La collaborazione tra le diverse aziende è un qualcosa di assolutamente quotidiano. Poi nel caso di specie quali possano essere state le problematiche di questa betoniera, obiettivamente non le so dire… posso chiedere ai miei collaboratori, vi faremo sapere senza meno quali siano le ragioni, ma è una problematica che non mi è stata sottoposta… Comunque la norma prevede una forma di privilegio per quanto riguarda i beni mobili nei confronti del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco…

FAVA, presidente della Commissione. La betoniera non gli serviva…

CORDA, Direttore dell’A.N.B.S.C. Evidentemente… Ma la logica della collaborazione anzitutto nei confronti delle società e delle aziende confiscate, beh, questa è una nostra regola.

Una regola. Resta poi la prassi, che non sempre obbedisce allo spirito di quelle regole. L’opinione della professoressa Pellegrini su questo punto è netta:

PELLEGRINI, università Alma Mater Studiorum di Bologna. Oggi la norma prevede la costituzione di reti (tra le aziende confiscate, ndr.), sta di fatto che le reti vengono ostacolate. L’esperienza della Calcestruzzi è emblematica in senso negativo. Un’occasione che poteva essere un punto di riferimento nel creare una rete tra aziende di calcestruzzo sottoposte ad amministrazione giudiziaria, un consorzio che sarebbe stato un interlocutore di mercato molto forte e competitivo. (…) Non si può aspettare mesi e mesi la risposta di una pec come è successo, con i mezzi che non solo deperiscono ma vengono anche vandalizzati… ed è una perdita incredibile economica per l’erario. Se esiste una Corte dei Conti per danno erariale a carico di amministratori giudiziari, per quale motivo anche dirigenti dell’Agenzia che non sono intervenuti tempestivamente non devono essere sottoposti a questa valutazione? E perché non ha funzionato la Calcestruzzi: per mancanza di prontezza o per mancanza di volontà, perché faceva paura che ci potesse essere realmente un interlocutore di mercato molto forte rispetto ad un mercato così contaminato come quello del calcestruzzo?

Alla fine restano i fatti: gli unici a cui l’ing. Zagarella ritiene di affidare un commento conclusivo alla vicenda che l’ha vista protagonista durante questi anni.

ZAGARELLA, amministratore delegato soc. coop. “Calcestruzzi Ericina Libera” Fin quando non si prenderà la consapevolezza che la vera lotta di contrasto alla criminalità organizzata non si ferma al sequestro e alla confisca, ma la vera lotta sono le aziende che continuano a lavorare, affidate alle cooperative, che continuano a lavorare e a creare economia pulita… Ecco, è quello il vero contrasto alla criminalità!

Le “best practices”: San Paolo Palace e Sigonella INN

Nell’ambito delle confische “aziendali” c’è poi un settore che da sempre (crisi economica e sanitaria permettendo) registra un trend positivo che significa continuazione dell’attività lavorativa e salvaguardia dei livelli occupazionali. È quello del comparto turistico-alberghiero.

Due le best practices che questa relazione vuole ricostruire: la storia del San Paolo Palace Hotel di Palermo e quella del Sigonella INN di Motta Sant’Anastasia (CT).

Partiamo dalla prima. Il San Paolo Palace Hotel viene sequestrato nel 1994 perché appartenente al patrimonio dei fratelli Graviano, i boss di Brancaccio. Nel 2000 arriva la confisca definitiva e la struttura viene acquisita al patrimonio dell’erario. Una governance statale “vincente” – così come definita dallo stesso direttore dell’Agenzia, il prefetto Postiglione17 – che dura da più di vent’anni (con tanto di recente conversione a struttura covid-1918) e che il dottor Andrea Passannanti, presidente del CdA della Sea Beach Immobiliare, società (con socio unico il Ministero delle Finanze) che gestisce l’attività alberghiera, ha riferito a questa Commissione nel corso della sua audizione.

PASSANNANTI, amministratore San Paolo Palace Hotel di Palermo. La mia nomina è del 2013, vengo nominato dall’Agenzia come liquidatore della società Sea Beach Immobiliare S.r.l. Era un momento in cui si discuteva sulla destinazione di questo bene… c’era un accordo tra il Comune e l’Università di Palermo per farne un campus universitario… siamo in un momento in cui i canali di booking erano bloccati, l’albergo era chiuso, non c’era assolutamente attività alberghiera… Si è fatta una scelta di riaprire l’attività alberghiera già a febbraio del 2014(….) Cerchiamo di cambiare un po’ le strategie a livello commerciale, ma, chiaramente, scontiamo un albergo che ha più di 25 anni di età quindi già vetusto anche come impiantistica… (…) A maggio del 2014 l’Agenzia nazionale ritiene proficuamente di fare una sinergia con un’altra società confiscata, la confisca “Coppola” su Trapani, in cui era presente una struttura alberghiera, “Residence Xiare” a Valderice… A giugno sistemiamo questa struttura alberghiera che ormai risultava vandalizzata, e anche lì c’erano tante cose da recuperare anche a livello di funzionalità e riusciamo a fare un accordo con la Prefettura di Trapani per ospitare i contingenti delle Forze dell’Ordine che gravitavano nel trapanese… Cominciamo ad aumentare il fatturato, il fatturato è più che raddoppiato dal 2013 al 2017.

Il dato non è di poco conto, soprattutto se letto in controluce rispetto alle considerazioni e alle testimonianze finora raccolte: un’impronta manageriale da parte dell’Agenzia ma anche –parafrasando Umberto Eco – un esempio concreto di confische che “parlano tra loro”. Resta da chiedersi perché questo approccio non sia stato quasi mai applicato anche ad altri contesti produttivi. Queste le risposte del dottor Passannanti.

FAVA, presidente della Commissione. È un’esperienza che non è stata replicata molte volte, mi pare di capire…

PASSANNANTI, amministratore San Paolo Palace Hotel di Palermo. Che io sappia qualche altra realtà positiva, sì… sull’agrigentino si è parlato molto di un’altra struttura alberghiera “Il Mosè19”. (…) Credo che si cerchi sempre la migliore delle destinazioni possibili, perché come sempre riferito dai vari dirigenti e prefetti che si sono avvicendati, lo Stato non può essere imprenditore e quindi deve prima o poi destinare la struttura.

FAVA, presidente della Commissione. È stata mai presa in considerazione la possibilità che, invece, a gestirlo fosse una cooperativa di dipendenti?

PASSANNANTI, amministratore San Paolo Palace Hotel di Palermo. Sì, è stata valutata in questi anni, però il personale, per quanto mi risulta, non ha valutato positivamente questa ipotesi… È chiaro che ci vogliono anche impegni di spesa non indifferente per poter farsi carico di una struttura alberghiera di questo genere.

FAVA, presidente della Commissione. Il brand bene confiscato alla mafia” per questo tipo di azienda è stato un limite o un valore aggiunto?

PASSANNANTI, amministratore San Paolo Palace Hotel di Palermo. Entrambe le cose posso dire… C’è stata una fase di studio con cui lavoravamo con l’Università, avevamo anche pensato di fare una campagna promozionale basata sul messaggio “l’Hotel San Paolo confiscato alla mafia”, poi, però, abbiamo fatto un passo indietro. Abbiamo pensato che l’albergo è, comunque, un‘attività d’impresa che deve potere andare avanti da sola, senza il brand del bene confiscato… Agli operatori poco importa se la struttura è confiscata o meno. Un operatore si basa sul servizio, sullo standard offerto e firma i contratti.

PASSANNANTI, amministratore San Paolo Palace Hotel di Palermo. Il fatto che noi non abbiamo più gestito la ‘Torre Xiare’, questo chiaramente ha creato un problema nel bilancio 2019 perché ci è venuta a mancare quella componente di copertura dei costi della struttura ‘Sea Beach’ con quei ricavi, quindi, le sinergie sono queste, la strada da perseguire, del resto già la normativa, l’ultima versione lo prevede, questa sinergia tra imprese confiscate ho bisogno di servizi di manutenzione di avvalermi di imprese confiscate, quindi, un maggiore integrazione è un canale, un sistema di comunicazione anche più diretto, più trasparente che consenta a noi…

Utili anche le riflessioni che il dottor Passannanti ha offerto alla Commissione in merito all’interazione con l’Agenzia e ai possibili correttivi da adottare:

PASSANNANTI, amministratore San Paolo Palace Hotel di Palermo. Punti critici o da migliorare: il sistema decisionale! A volte, proprio perché l’Agenzia vuole dare un controllo elevato, il sistema decisionale non c’è… è rallentato da istanze che attendono di essere autorizzate, e se non arriva l’autorizzazione non puoi svolgere quell’attività mentre un’azienda ha bisogno di tempestività nel prendere le decisioni… Ci vorrebbe un sistema di deleghe, un sistema di responsabilizzazione dei funzionari locali, soltanto una responsabilizzazione delle persone più vicine a noi amministratori giudiziari o a noi coadiutori dell’agenzia consente di potere prendere decisioni in tempo rapido…

Decisamente più travagliata è invece la storia del Sigonella Inn, struttura alberghiera sottratta al patrimonio di Placido Aiello20, genero del cavaliere Gaetano Graci. Le ragioni le aveva riassunte sinteticamente il prefetto Postiglione dinanzi la Commissione Nazionale Antimafia il 20 settembre 2016:

POSTIGLIONE. Questo albergo era ancora gestito da una società alla quale l’aveva affittato il mafioso Placido Aiello che aveva affittato questo albergo a una società che aveva sede a Londra. Noi avevamo l’albergo fra i beni consegnati, ma c’era questo contratto di affitto. Insomma, abbiamo ottenuto dalla magistratura competente la possibilità di intervenire e finalmente siamo riusciti a sgomberare l’albergo, preoccupandoci anche, unitamente alla prefettura di Catania, del destino degli ospiti momentanei, che sono stati sistemati in un altro albergo. Alle 5 di mattina siamo entrati lì dentro, in forza con carabinieri e polizia, e abbiamo buttato tutti fuori.21

Ricapitolando: una delle società sequestrate ad Aiello, Gli Ulivi s.r.l., ha un albergo, il Sigonella Inn per l’appunto. L’albergo viene data in affitto ad una società inglese, la Finglade limited, che resta nel possesso anche dopo il sequestro e la conseguente confisca. Finchè l’Agenzia riesce a riprendersi tutto.

Una riconquista da parte dello Stato, cui ha fatto seguito – così come ci racconta l’avvocato Carpinato (presidente del CdA della Siciliana Fontanazza s.r.l., società anch’essa confiscata al quale è stata poi affidata la gestione del Sigonella Inn) – un’importante quanto intensa attività di restart.

CARPINATO, Presidente del Consiglio di Amministrazione ‘Siciliana Fontanazza srl’. Ovviamente appena poi ci siamo immessi nel possesso di questo bene, ci siamo accorti in effetti che era un po’ come quando si mette la polvere sotto il tappeto, l’albergo era apparentemente in attività, però molte erano le attività manutentive trascurate negli anni. Abbiamo dovuto necessariamente fare una ricognizione, che è durata circa 6 mesi, di tutte le strutture, degli impianti tecnologici, impianti antincendio, impianto di rilevazione fumi, impianti elettrici.

FAVA, presidente della Commissione. Adesso l’Agenzia dice che questo bene è un modello tra beni confiscati22.

CARPINATO, presidente consiglio di amministrazione “Siciliana Fontanazza srl”. In sei mesi, non avevamo un euro e abbiamo riaperto l’hotel… e da lì è partita la rinascita di questa attività che è stata abbastanza faticosa perché non è un hotel tipico, cioè non è un hotel turistico, è un hotel in una zona di campagna, però ha un posto strategico perché è esattamente di fronte la base americana di Sigonella, il 95 per cento degli utenti sono americani, il resto sono italiani o passanti, ma che comunque orbitano intorno alla base americana.

Quali rimedi per le molte disfunzioni?

Quali rimedi, dunque? Vedremo nelle pagine successive gli interventi di profilo normativo (regionale e nazionale) che questa relazione si permette di proporre. Ma, de iure condito, in quali direzioni è opportuno muoversi per invertire il trend che i numeri dell’Agenzia ci offrono? Cosa fare per non collezionare ancora convulsioni burocratiche, sofferenze economiche ed incomprensioni istituzionali?

Ne abbiamo parlato, tra gli altri, con Carlo Borgomeo, presidente della Fondazione con il Sud, attiva da molti anni sul terreno della valorizzazione dei beni confiscati. Negli ultimi anni la Fondazione ha lanciato quattro bandi rivolti a soggetti del “terzo settore”. Centodue i beni complessivamente valorizzati, 27 dei quali in Sicilia, per un investimento superiore ai 5 milioni di euro.

BORGOMEO, presidente Fondazione con il Sud. Qual è il nostro criterio? Il soggetto proponente deve avere in concessione il bene per almeno dieci anni, e questo ci ha portato ad avere rapporti – come potete immaginare – piuttosto faticosi con alcune amministrazioni comunali. In alcuni casi abbiamo trovato una cultura non del tutto condivisibile, tipo che io comune faccio un bando e assegno i beni solo per due anni. Due anni significa fare un giro turistico, non impegnare le associazioni nella valorizzazione del bene…

Tre anni fa la Fondazione con il Sud, assieme ad altre fondazioni e all’Università di Bologna, ha elaborato una proposta che s’intitolava “Per una radicale modifica del sistema di gestione dei beni confiscati”. Abbiamo chiesto al dottor Borgomeo di indicare alla Commissione quali fossero i punti centrali.

BORGOMEO, presidente Fondazione con il Sud. A noi pare che la cultura che sostiene questi interventi è una cultura importantissima di affermazione della legalità. Noi pensiamo che a questo approccio bisogna aggiungere, non sostituire, anche la percezione che questa è un’opportunità straordinaria di sviluppo e di occupazione del Mezzogiorno… La vera vittoria della legalità c’è quando la legalità consente anche operazioni economicamente sostenibili: nel territorio il consenso ce lo facciamo su queste battaglie, non solo se gli portiamo via la roba. Le due questioni fondamentali erano che l’Agenzia diventasse un ente pubblico economico con tutte le competenze necessarie e con contratti di lavoro di diritto privato, perché a noi pare indispensabile che ci siano le competenze necessarie e che la generosità dei funzionari dell’Agenzia non basta. L’altra nostra proposta è che le risorse del FUG (il Fondo Unico per la Giustizia, ndr) siano destinate in parte ai beni confiscati…

FAVA, presidente della Commissione. Perché questa vostra proposta ipotesi di ripensare l’Agenzia, di rilanciarla dal punto di vista della mission, delle funzioni e delle risorse è caduta nel vuoto?

BORGOMEO, presidente Fondazione con il Sud. Una delle grandi resistenze è sull’attuale utilizzazione delle risorse dei FUG, che come lei sa sono destinate in massima parte alle forze dell’ordine e alla giustizia, scelte legittime, per carità, ma secondo me troppo dispersive. La seconda resistenza invece è connessa alle aziende confiscate… quando c’è la confisca di un’attività imprenditoriale, per capire se quell’azienda può sopravvivere senza avere più rapporti mafiosi ci vogliono quindici giorni, non gli anni che conosciamo…

Della stessa opinione anche il rappresentante della Legacoop della Sicilia:

ARANGIO, vicepresidente regionale Confcooperative Sicilia. Nella legislatura passata nazionale, quando è stato approvato il codice antimafia, che c’era stata la proposta di prendere una cifra che era intorno ai sette milioni del Fondo FUG e metterla a garanzia per i progetti sui beni confiscati. Questa proposta è passata dalla Camera al Senato e poi dal Senato alla Camera è ritornata senza questa. Cioè è stata approvata senza questa postilla. Erano solo sette milioni di euro, però erano un segnale per dire che di tutti i soldi dormienti dei beni confiscati che vanno a finire al Fondo unico Giustizia per le spese correnti, una parte ritornassero per far funzionare questi beni confiscati. Nessuno ha mai sollevato questo problema tranne noi…

Ripensare l’A.N.B.S.C., dunque. Ripensare il suo profilo istituzionale, per farne un ente pubblico economico con vocazioni, dotazioni e autonomia sufficienti a ridefinire il proprio ruolo nella gestione e valorizzazione dei beni confiscati. Un punto di vista condiviso anche dalla professoressa Pellegrini:

PELLEGRINI, università Alma Mater Studiorum di Bologna. Un problema essenziale dell’Agenzia è quello del personale, pochi e male formati. Spesso c’è personale che chiede il trasferimento da altre amministrazioni ma non hanno la competenza necessaria per svolgere questo lavoro. Buona parte del personale c’è per distacco, non è stato formato… Due o tre dirigenti vengono a formarsi al nostro master perché hanno necessità di capire, di formarsi, di comprendere…

FAVA, presidente della Commissione. Forse andrebbe pensata una riforma dell’Agenzia non solo per completare e qualificare l’organico ma anche immaginare un altro profilo per la direzione dell’Agenzia, senza dover puntare solo sui prefetti.

PELLEGRINI, università Alma Mater Studiorum di Bologna. In realtà la norma prevede che il direttore dell’Agenzia non debba essere necessariamente il prefetto, sta di fatto che da allora è sempre stato nominato un prefetto23.

In alternativa, se s’intende mantenere la sua fisionomia organizzativa connessa all’amministrazione della sicurezza, è indispensabile puntare sull’inserimento di specifiche professionalità di ordine economico-finanziario e di carattere manageriale.

Altro tema su cui si sono concentrate le valutazioni e le preoccupazioni di quasi tutti gli auditi riguarda, come abbiamo visto, individuazione, formazione e ruolo degli amministratori giudiziari (e, con loro, dei coadiutori). Alcuni rimedi proposti riguardano i meccanismi normativi per la loro scelta.

PELLEGRINI, università Alma Mater Studiorum di Bologna. L’elemento della nomina dell’amministratore è un punto cruciale perché sappiamo che si tratta di una nomina fiduciaria. Io non sono molto d’accordo con il criterio della circolarità delle nomine: si rischia di arrivare ad una nomina a caso, a rotazione, mentre è molto importante effettuare la nomina di un amministratore che ha competenze rispetto alla tipologia di bene… Aggiungo, ma so che la mia opinione non è popolare, che l’amministratore giudiziario dovrebbe fare una scelta di campo: non può essere contemporaneamente commercialista ed amministratore giudiziario perché entrerebbe in conflitto di interesse, dovrebbe fare una scelta, nel nostro caso occuparsi solo di amministrazione giudiziaria.

Altra questione: la loro formazione.

CAVALLOTTI, imprenditore. Non si può pensare che un avvocato, un commercialista possa fare l’imprenditore, lì è l’errore di fondo…. Ma perché non devono essere scelti con un concorso pubblico per titoli ed esami? […] Sapete come venivano selezionati gli amministratori giudiziari? Si facevano dei corsi di alta formazione… si davano degli attestati alle persone che partecipavano, quindi, in due giorni si pensa di insegnare a degli avvocati e a dei commercialisti come si amministrano le aziende… Chi li teneva questi corsi? I giudici, gli amministratori giudiziari, i prefetti… ma che competenze manageriali possono avere questi soggetti?

***

PELLEGRINI, università Alma Mater Studiorum di Bologna. Gli amministratori giudiziari vengono formati solo nella gestione, nelle questioni tecniche e aziendalistiche della gestione, a loro non viene data la visione di insieme. Chi fa amministrazione giudiziaria invece dovrebbe comprendere le caratteristiche di quel bene, perché è stato sottoposto a quel vincolo particolare, per la commissione di quali reati… Non è un bene anonimo! Ci sono dinamiche che non si possono non conoscere, un tecnico non può entrare asetticamente a gestire un’azienda perché non ha a che fare solo con i libri contabili ma anche con il preposto, anche con i lavoratori che, in alcuni casi sono delle vittime, ma in alcuni casi sono soggetti che lavorano in quei contesti perché sono legati da legami clientelari, perché amici di amici.

FAVA, presidente della Commissione. Abbiamo esempio di un’azienda in cui alcuni dipendenti erano legati al proprietario e hanno svuotato dall’interno l’azienda confiscata portando le commesse ad un’altra azienda creata nel frattempo dal vecchio proprietario…

PELLEGRINI, università Alma Mater. Studiorum di Bologna La visione di insieme, se manca, renda l’amministratore giudiziario del tutto miope, si concentra su questioni tecniche e non ha l’abilità di interagire con i titolari di quelle aziende che, ahimè, non sono solo imprenditori… Se non si conoscono gli atteggiamenti, le dinamiche, la comunicazione simbolica non si capisce, per esempio, il legame che potrebbe continuare a legare i lavoratori al titolare. Non si capisce il valore simbolico di uno sguardo, di una frase. Ho constatato che ci sono state tante ingenuità su questo.

In sintonia anche la proposta che arriva dal Presidente delle misure di prevenzione del tribunale di Caltanissetta.

SERIO, Presidente della sezione delle misure di prevenzione del Tribunale di Caltanissetta. Vorremmo stimolare, tramite la vostra autorevole Commissione, la possibilità di una certificazione di professionalità che provenga anche dai consigli dell’Ordine sia degli avvocati che dei commercialisti, nel senso che siano loro a sottoporci delle professionalità… Sui giudici popolari facciamo delle verifiche tramite la Polizia giudiziaria su chi siano, quale provenienza abbiano e quali contatti intrattengano, mentre per quanto riguarda gli amministratori giudiziari queste sono informazioni che a noi sono precluse.

Insomma, un albo di professionisti che vogliano fare solo gli amministratori giudiziari, con una formazione specifica e la capacità di uno sguardo d’insieme sull’azienda, la sua storia, il contesto sociale, economico e criminale in qui quell’azienda è cresciuta. Molto più che occuparsi semplicemente di gestirne i libri contabili.

In linea con l’ipotesi avanzata dalla della professoressa Pellegrini sono anche i correttivi suggeriti dal presidente Agate (Tribunale di Trapani) e dal dottor Petralia (Tribunale di Caltanissetta):

AGATE, Presidente della sezione delle misure di prevenzione del Tribunale di Trapani. Il correttivo dovrebbe essere un’assunzione di responsabilità da parte dello Stato con propri manager di Stato, specializzati in settore farmaceutico, piuttosto che nel settore dell’edilizia, piuttosto che nel settore sanitario o alberghiero.

***

PETRALIA, giudice assegnato della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Caltanissetta. Anche io mi trovo d’accordo nel pensare de iure condendo alla possibilità che si creino figure professionali intranee alla Pubblica Amministrazione, con un concorso pubblico ad hoc per il ruolo di amministratore giudiziario. Ovviamente un profilo ben retribuito… ma questo garantirebbe, rendendo il concorso particolarmente selettivo, meno difficoltosa la scelta del professionista che deve gestire.

Ecco, su questo punto, qual è infine l’opinione del prefetto Corda, direttore dell’Agenzia:

FAVA, presidente della Commissione. Ci dicono i presidenti delle misure di prevenzione che di fatto l’albo serve assai a poco… Molti ci dicono di essere costretti ad affidarsi al destino, alle buone intenzioni degli dei, perché non sempre ci sono elementi oggettivi per scegliere gli amministratori giudiziari… Dal suo punto di vista, quanto funziona oggi il sistema di individuazione di questi amministratori e soprattutto la loro qualità e la loro preparazione?

CORDA, Direttore dell’A.N.B.S.C. Sulla qualità e la preparazione degli amministratori non voglio entrare nel merito. Entrerei nel merito su un altro aspetto di fondo e cioè questo del criterio della rotazione…

SCHILLACI, componente della Commissione. Attualmente l’Agenzia come sceglie i coadiutori, al netto del criterio della rotazione? Volevo capire se si basa sugli albi oppure se sono scelte fiduciarie…

CORDA, Direttore dell’A.N.B.S.C. In questo momento una scelta nel senso letterario del termine non interviene, perché è una lunga coda dell’attività che il medesimo soggetto svolge da amministratore giudiziario…

SCHILLACI, componente della Commissione. La concentrazione degli incarichi sempre nelle mani dei soliti soggetti c’è ancora oggi…

CORDA, Direttore dell’A.N.B.S.C. Sono assolutamente d’accordo con lei. Noi intendiamo comunque dar luogo ad un’attività di rotazione dei nostri coadiutori. A noi non piace l’idea che i medesimi soggetti svolgano le medesime attività o comunque che ci sia una percentuale molto di bassa di quelli che poi fanno le cose più importanti a fronte di altri che fanno soltanto quelle secondarie.

SCHILLACI, componente della Commissione. Il cinquanta per cento dei beni confiscati risiedono in Sicilia, quindi, io mi auguro che ci sia da parte dell’Agenzia, (…) la possibilità di attenzionare (…) la sede periferica della Sicilia, perché i beni immobili si trovano per lo più qui, tantissimi, quindi, abbiamo bisogno di maggiore personale.

CORDA, Direttore dell’ANBSC. Una proposta formulata da parte del Ministro del Mezzogiorno è proprio legata alla valorizzazione dei beni confiscati nel Meridione, (…) una sezione dedicata sulla Sicilia, dunque, io mi ritrovo (…) ad una strutturazione, prevista per legge, delle sedi, quella di Reggio Calabria, dall’altra parte Palermo.

Resta l’altro vulnus, l’accesso al credito. Un’alternativa alle diffidenze del circuito bancario è l’esperienza di Banca Etica, di cui ci ha riferito – come abbiamo visto, in termini positivi – l’amministratore della Geotrans.

Ne abbiamo parlato in audizione con il vicedirettore e con il responsabile del dipartimento crediti dell’istituto di credito.

GABRIELLI, Vicedirettore della Banca popolare etica. Banca Etica nasce nel ’99 su spinta del terzo settore, come primo e purtroppo ancora oggi, unico istituto che promuove esclusivamente la finanza etica…. Banca Etica è stata la banca che ha permesso l’esperienza della cooperativa sui terreni confiscati a Corleone che oggi è un’azienda, la ‘Placido Rizzotto’, che produce vino e lo commercializza nel circuito della grande distribuzione. Questa esperienza è nata l’anno dopo che la Banca si era costituita, quando ancora era una realtà molto piccola. Oggi Banca Etica è una banca che opera su tutto il territorio nazionale con 20 filiali, i numeri che ha dato lei, Presidente, sono aggiornati rispetto ai beni confiscati ad alcuni mesi fa. Ad oggi abbiamo erogato oltre quindici milioni di euro a circa 65 aziende confiscate o aziende, assegnatarie di beni confiscati che impiegano 880 dipendenti e fatturano complessivamente quasi 55 milioni di euro…

FAVA, presidente della Commissione. Ci può spiegare come funziona concretamente l’accesso al vostro credito da parte di un’associazione che gestisce un bene confiscato o di un’azienda che è stata confiscata, cioè come funziona, che condizioni?

ANTONIOLI, Responsabile del dipartimento crediti. Diciamo che il tema che ci caratterizza, è probabilmente oggi è ancora distintivo rispetto al settore tradizionale, è il fatto che la Banca effettua due tipi di valutazione nel momento in cui arriva una richiesta di accesso al credito. La prima è una valutazione di tipo ovviamente economico, nel senso che i numeri devono poter quadrare… L’altra valutazione che facciamo è di tipo socio-ambientale, cioè capire l’impatto che quel finanziamento, quell’esperienza genera sul territorio… il fatto, per esempio, che in alcune zone finanziare cooperative di lavoratori volesse dire mantenere un tessuto lavorativo per noi è stato un elemento di valutazione positiva. Questa è una valutazione che viene fatta dai soci che la banca ha sul territorio… nel momento in cui arriva una richiesta di finanziamento questi soci vanno materialmente a visitare quest’impresa e viene compilato un questionario, insieme anche agli imprenditori e ai soci lavoratori. L’esito di questo questionario è un elemento che la Banca tiene in considerazione per la valutazione positiva o negativa del finanziamento… La banca, in questi vent’anni di esperienza, ha dimostrato che finanziare il mondo del sociale – che era sempre stato un po’ malvisto dal settore bancario tradizionale – paga anche dal punto di vista economico: oggi Banca Etica ha un livello di sofferenze tra i più bassi del sistema bancario.

FAVA, presidente della Commissione. Avete un rapporto con l’Agenzia dei beni sequestrati e confiscati?

GABRIELLI, vicedirettore generale Banca popolare etica. Abbiamo un canale aperto, io ho incontrato Frattasi, il precedente direttore… però è un rapporto abbastanza superficiale…

Molte voci critiche, molti rimedi proposti, molti suggerimenti per un restyling concreto dell’Agenzia e della normativa sulla disciplina dei beni sequestrati e confiscati. È una bocciatura senza appello della riforma voluta dal legislatore quattro anni fa? La professoressa Pellegrini pensa di no:

PELLEGRINI, università Alma Mater Studiorum di Bologna. La riforma del 2017 è una buona riforma, perfettibile, magari scaturita dall’emotività, dai fatti in Sicilia della Saguto, una questione criminale più che di amministrazione. Io ritengo però ci sono tanti elementi buoni perchè ha reso norma quella che era buona prassi nei tribunali. Un elemento importante è che le aziende sequestrate venivano immediatamente aggredite dalle amministrazioni locali che pretendevano la messa in regola di tutte le autorizzazioni degli impianti per l’agibilità. Come mai queste amministrazioni locali non intervenivano prima e improvvisamente, quando l’azienda viene tolta alla mafia, attuano con questo accanimento legalitario? Molto spesso per mettere immediatamente in regola l’azienda bisogna bloccare l’attività e l’azienda muore. Con l’art 35 bis della 161 è previsto che ci sia una sospensione dei sei mesi per la sanzione, in questi sei mesi però l’amministratore giudiziario si deve attivare per chiedere una sanatoria e arrivare alla regolarizzazione di tutte le autorizzazioni necessarie. Una buona cosa.

1 In data 11.06.2020 questa Commissione si è recata in visita istituzionali presso la sede della Geotrans.

2 La Geotrans S.r.l ha richiesto al Ministero delle Sviluppo Economico un finanziamento a valere sul Fondo per le aziende Sequestrate e confiscate. In seguito all’istruttoria, curata da Invitalia, la Geotrans ha ottenuto un finanziamento pari ad euro 1.620.000. La somma prevede due anni di preammortamento e una successiva restituzione in 10 anni senza l’addebito di interessi.

3 La società Cooperativa Geotrans s.c.p.a., costituita da 10 lavoratori dipendenti, al fine di ottenere l’assegnazione dei beni aziendali della Geotrans, a seguito di presentazione di un dettagliato piano industriale, ha ottenuto che l’Istituto Cooperativa Finanza & Impresa (CFI) entri nel capitale della cooperativa con una quota di minoranza. Tale partecipazione è subordinata all’effettiva assegnazione dei beni aziendali della Geotrans alla Geotrans Società cooperativa da parte di A.N.B.S.C., assegnazione a tutt’oggi non deliberata.

4 Cfr. “L’assurdo fallimento dell’azienda tolta alla mafia” di Giuseppe Lo Bianco (Il Fatto Quotidiano, 8 febbraio 2017).

5 Cit., Il Fatto Quotidiano, 8 febbraio 2017

7 Cfr. “Riela, l’azienda sequestrata alla mafia e poi… fatta fallire dalla mafia” di Andrea Sessa (Linkiesta, 12 maggio 2012), qui consultabile:

Riela, l’azienda sequestrata alla mafia e poi… fatta fallire dalla mafia

8 Cfr. “Caso Riela, condanna per Gaetano Siciliano” di Antonio Condorelli (LiveSicilia, 27 settembre 2012) qui consultabile:

9 Cit., Linkiesta, 12 maggio 2012.

10 Per una ricostruzione giornalistica cfr. “Storia della La.Ra, sequestrata alla mafia 18 anni fa, in fallimento dopo la perdita dell’appalto a Sigonella di Luisa Sant’Angelo (MeridioNews, 28 gennaio 2015), qui consultabile:

https://catania.meridionews.it/articolo/31154/storia-della-la-ra-sequestrata-alla-mafia-18-anni-fa-in-fallimento-dopo-la-perdita-dellappalto-a-sigonella/

11 Cfr. La.Ra., metà azienda torna al figlio del mafiosodi Marco Di Mauro (Meridionews, 18 maggio 2016), qui consultabile:

https://catania.meridionews.it/articolo/43518/la-ra-sciopero-dopo-revoca-confisca-per-mafia-niente-ricorso-meta-azienda-al-vecchio-titolare/

12 “La mafia che non spara” di Maria Grazia Mazzola, Report Rai Tre, 15 gennaio 2005.

13 Cfr. “Dalle mani del boss di Cosa Nostra ad azienda libera: la storia della Calcestruzzi Ericina” di Umberto Lucentini, (IlSole24Ore, 10 novembre 2007).

14 D’Alì è stato processato col rito abbreviato e nei procedimenti di primo e secondo grado è uscito fuori con una pronuncia di prescrizione per i fatti antecedenti al 1994 e di assoluzione per il periodo successivo. La Cassazione ha annullato la sentenza di appello disponendo la ripetizione del dibattimento, sostenendo che andava considerata la continuità del reato e non una sua divisione in due periodi, come hanno fatto i giudici di primo e di secondo grado. È attualmente in corso il processo di appello.

15 https://www.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2013/05/La-lettera-del-prefetto-Fulvio-Sodano.pdf

16 Rino Giacalone, gennaio 2009, https://www.comune.trapani.it/ente/sodano-favoreggiatore-dello-stato/

17 Cfr. nota precedente.

18 Cfr. “Palermo, la nuova vita del San Paolo: l’ex hotel dei Graviano è un centro Covid” di Giorgio Ruta (La Repubblica, 10 luglio 2020), qui consultabile:

https://video.repubblica.it/edizione/palermo/palermo-la-nuova-vita-del-san-paolo-l-ex-hotel-dei-graviano-e-un-centro-covid/363827/364383

19 Cfr. Agrigento, l’albergo confiscato guadagna quattro stelle di Salvo Palazzolo (La Repubblica, 26 settembre 2016), qui consultabile:

https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2016/09/25/agrigento-lalbergo-confiscato-guadagna-quattro-stellePalermo06.html

21 Cfr. Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere, XVII Legislatura, seduta n. 170 del 20 settembre 2016, qui consultabile:

http://documenti.camera.it/leg17/resoconti/commissioni/stenografici/html/24/audiz2/audizione/2016/09/20/indice_stenografico.0170.html

23 Ai sensi del comma 2 dell’art. 111 del Codice Antimafia il Direttore viene scelto tra figure professionali che abbiano maturato esperienza professionale specifica, almeno quinquennale, nella gestione dei beni e delle aziende: prefetti, dirigenti dell’Agenzia del demanio, magistrati che abbiano conseguito almeno la quinta valutazione di professionalità o delle magistrature superiori. Il soggetto scelto è collocato fuori ruolo o in aspettativa secondo l’ordinamento dell’amministrazione di appartenenza. Il Direttore è nominato con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del Ministro dell’interno, previa deliberazione del Consiglio dei ministri.

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