Inchiesta sui beni confiscati in Sicilia. Premessa

In questi anni l’applicazione della legge Rognoni-La Torre ha mostrato significative e preoccupanti battute d’arresto su tutto il territorio nazionale. Alla lungimiranza della norma s’è affiancata una prassi stanca e poco felice che ha progressivamente svuotato lo spirito profondo e positivo dell’intuizione legislativa.

I numeri sono severi e raccontano d’una applicazione che si è molto concentrata sul momento repressivo (sequestro e poi confisca del bene all’organizzazione mafiosa), accettando – con una sorta di fatalistica rassegnazione – che la fase propositiva e propulsiva della legge – ovvero la restituzione di quei beni al Paese come ricchezza sociale collettiva – finisse travolta nell’improvvisazione delle istituzioni e nella farraginosità della burocrazia.

Ma soprattutto è emersa una volontà politica blanda, minore, quasi dimessa, che ha manifestato tutta la propria impotenza nel modo in cui per molti anni l’Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati è stata considerata un ente minore di sottogoverno al quale destinare poca attenzione, poche risorse e poco impegno.

È un bilancio che emerge plasticamente dai consuntivi sull’attività svolta (pur con alcuni miglioramenti, nel corso del tempo, della performance gestionale): un altissimo tasso di mortalità delle aziende confiscate; la perdita di centinaia di posti di lavoro; episodici i casi di beni proficuamente affidati agli enti locali o ai soggetti del terzo settore a fronte di centinaia di immobili abbandonati, vandalizzati o, peggio, del tutto dimenticati; decine di terreni, strutture agricole, ville e appartamenti che continuano ad essere impunemente utilizzati ed abitati da coloro ai quali furono confiscati (con un danno economico e d’immagine, per lo Stato, di incalcolabile gravità).

Di questo bilancio, la Sicilia è la sintesi più dolente. Perché è qui, nell’isola, che sono allocate la maggior parte delle aziende e dei beni immobili sottratti all’economia mafiosa. Ed è anzitutto qui, in Sicilia, che sul destino finale di questi beni (recupero o fallimento; rilancio o definivo sabotaggio) si gioca la partita più difficile.

Le finalità di questa relazione, che ha impegnato la Commissione Antimafia dell’ARS a un lavoro di indagine lungo e complesso (otto mesi di inchiesta, oltre cinquanta audizioni svolte, centinaia di atti giudiziari e amministrativi acquisiti) si muovono in due direzioni.

La prima, necessaria e urgente: un check approfondito della situazione, ovvero i limiti della legge, i difetti di interpretazione, le fragilità organizzative, la povertà di strumenti, l’inadeguatezza di organici, la preparazione sommaria di molti stakeholders, l’assenza di censimenti aggiornati, la mancanza di risorse economiche ed umane, la scarsa capacità di iniziativa degli enti locali, la farraginosità di talune procedure, la mancata applicazione di altre, fino ai rischi – concreti, concretissimi – di nuove aggressioni mafiose. Di ciascun vulnus, questa relazione proverà a ricostruirne la genesi, a coglierne le ragioni (umane, giuridiche) e soprattutto ad ipotizzare il loro superamento in positivo.

L’altro obiettivo della relazione è una proposta di interventi regionali e nazionali, sulla norma giuridica e nelle prassi, che dovrebbe fornire la cornice giuridica e fattuale per rilanciare la Rognoni-La Torre recuperandone lo spirito, l’efficacia e le ambizioni: è il tema che sviluppiamo nell’ultima parte di questa relazione che si completa, in appendice, con i dati aggiornati che ci ha fornito l’ANBSC e con un riepilogo della legislazione regionale esistente fuori dalla Sicilia.

L’importanza di questa relazione deriva anche dalla circostanza che l’ultima inchiesta di rilievo generale è stata conclusa dalla Commissione nazionale antimafia nel 20141, quando sono state delineate alcune proposte di revisione normativa che sono confluite nella riforma del Codice Antimafia del 2017.

Il quadro, dicevamo, è preoccupante ma non è compromesso. Anche per la determinazione con cui talune parti si impegnano quotidianamente per restituire dignità e utilità a questa legge: pensiamo al lavoro faticoso, e con scarsità di mezzi, che svolgono oggi le sezioni per le misure di prevenzione dei Tribunali siciliani, e allo scatto di reni con cui hanno saputo lasciarsi alle spalle le tossine e le miserie della vicenda Saguto. Ma pensiamo anche alle associazioni del terzo settore che spesso – come documenta questa relazione – hanno svolto anche funzioni di supplenza (nel censimento, nella denunzia, nella proposta) rispetto ad altre figure istituzionali a cui quelle funzioni erano affidate.

Occorre adesso raccogliere i segnali che ci arrivano dall’esperienza quotidiana, spesso assai diversa dall’algida e astratta previsione normativa, per capire in che direzione intervenire. Il tempo è poco ma la posta in palio è molto alta.

Nel corso di cinquantuno audizioni, questa Commissione ha ascoltato: i Direttori dell’ANBSC, prefetto Bruno Frattasi e prefetto Bruno Corda; il responsabile della sede di Reggio Calabria dell’ANBSC, Massimo Nicolò; i Prefetti di Palermo, Catania, Messina e Trapani; i Presidenti di sezione delle misure di prevenzione dei Tribunali di Palermo, Catania, Messina, Caltanissetta e Trapani; i capi centro della DIA di Catania e Caltanissetta ed il vice capo centro della DIA di Palermo; il comandante della Compagnia dei Carabinieri di Palagonia; i responsabili dei consorzi di legalità (Antonina Marascia, responsabile del Consorzio Trapanese per la Legalità e lo Sviluppo; Luciano Guarino, direttore generale del Consorzio Sviluppo e Legalità; Anna Bongiorno, segretario del Consorzio Etneo per la legalità e lo sviluppo); dirigenti comunali (Carmela Agnello, dirigente Servizio “Beni confiscati, inventario e demanio” del Comune di Palermo; Renata Bertuccini, responsabile Servizio “Patrimonio‘” del Comune di Messina; ing. Maurizio Trainiti, dirigente Direzione “Patrimonio” del Comune di Catania); dirigenti regionali (Emanuela Giuliano, Dirigente Servizio 5° Coordinamento in materia di beni confiscati alla criminalità organizzata); amministratori e coadiutori giudiziari (Andrea Aiello, Angelo Bonomo, Francesco Carpinato, Luciano Modica e Andrea Passannanti); rappresentanti e amministratori di aziende confiscate e sequestrate (Riccardo Polizzi e Alessandro Virgara della “Calcestruzzi Belice s.r.l.”; Giacomo Messina e Gisella Mammo Zagarella della cooperativa “Calcestruzzi Ericina Libera”; Gaetano Salpietro della cooperativa “Progetto Olimpo”; Maurizio Faro della “Geotrans s.r.l.”); sindacalisti (Mimma Argurio, segreteria regionale C.G.I.L.; Salvatore Lo Balbo; responsabile territorio, beni e aziende sequestrate e confiscate della C.G.IL. Sicilia; Monja Caiolo, segreteria generale FILCAMS C.G.I.L. Sicilia; Mario Ridulfo, segretario generale FILLEA C.G.I.L. Sicilia; Piero Ceraulo, segretario generale FILLEA C.G.I.L. Palermo; Vito Baglio, segretario generale FILLEA C.G.I.L. Agrigento; Francesco Spanò, segretario generale FILT C.G.I.L. Sicilia; Pina Palella, responsabile legalità C.G.I.L. Catania; Angelo Alessandro Grasso, segretario generale FILT C.G.I.L. Catania); soggetti assegnatari di beni confiscati: Calogero Parisi, “Lavoro e non solo”; Valentina Fiore, “Consorzio Libera Terra Mediterraneo”; esponenti del Terzo settore (Davide Pati e Lillo Ganci associazione “Libera”; Giuseppe Di Natale, “Forum del Terzo Settore della Sicilia”; Giulio Campo e Davide Carella, “AGESCI”; Dario Pruiti, Arci Sicilia; Nicola Grassi, “ASAEC”; Matteo Iannitti, “I Siciliani giovani”; Filippo Parrino e Giovanni Pagano, “Legacoop Sicilia”; fondazioni e banche (Carlo Borgomeo, “Fondazione con il Sud”; Paolo Morerio, “Fondazione Vismara; Gaetano Mancini, Cesare Arangio e Rosa la Plena “Confcooperative Sicilia”; Nazzareno Gabrielli e Sandro Antonioli, “Banca Popolare Etica”); operatori economici (Alessandro Bisanti, “Grimaldi Group”; Rocco Larderuccio, “Coa s.r.l.”; Antonino Cappello, “AR.CO”; Sandra Monge, “Monge Spa”); giornalisti (Marco Bova e Salvo Catalano); imprenditori destinatari di misure di prevenzione (Pietro Cavallotti, Massimo Niceta e Francesco Lena).

Un ringraziamento non formale va agli uffici della Commissione, sempre attenti e disponibili, anche in condizioni e ritmi di lavoro proibitivi.

Un apprezzamento particolare ai nostri consulenti: il dottor Agatino Pappalardo, il presidente Bruno Di Marco, il professor Nicola Gullo, il dottor Francesco Giacalone: il loro contributo, sempre prezioso, ha trovato su questo tema un’occasione di impegno, di competenza e di lucidità d’analisi senza le quali non avremmo potuto portare a termine questa inchiesta.

1 . Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere, XVII Legislatura, “Relazione sulle prospettive di riforma del sistema di gestione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzataapprovata dalla Commissione nella seduta del 9 aprile 2014.

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