Il deserto e la speranza

Giulia Biazzo, Viviana De Matteo

Appena una settimana per decidere a chi andranno i terreni del boss Aiello. Una settimana e non un soldo…

Foto di Davide Lamonica

L’asfalto brucia davanti alla concessionaria Bmw vicino alla provinciale che porta al carcere di Bicocca. Siamo qua nella Piana, a quindici minuti da Catania. La gente accovacciata sul guardrail in cerca di ombra ascolta l’agronomo che illustra la composizione dei terreni confiscati durante il processo Iblis al boss Vincenzo Aiello. Ci sono i microfoni, le videocamere, un altro agronomo con la mascherina di traverso, le signore in foulard e i contadini con le scarpe consunte. Porta mocassini alla moda, invece, l’architetto dell’Ufficio Patrimonio del comune appena arrivato: Giuseppe Catalano.

La proprietà è suddivisa in quattro lotti, due ad agrumeto (tre e un ettaro) in contrada Jungetto, con magazzini e un po’ di strada poderale, e due a seminativo in contrada Aragona-Caldara (quindici e due ettari); i primi richiedono a chi ne fa richiesta una specifica competenza “per non depauperare le colture già avviate”, nei secondi c’è invece “libera sperimentazione”.

Il comune di Catania li ha messi a bando il 3 giugno scorso per assegnarli  in comodato d’uso gratuito per sei anni ad associazioni del Terzo settore. Meglio essere associazioni ricche: se si è poveri e sovversivi è molto più difficile.

“Qui è un casino fare agricoltura che renda – dice Tano Malannino di Altragricoltura – ma questa terra confiscata alla mafia deve tornare alla comunità”. E’ sottinteso che bisogna capire se la comunità è un grosso imprenditore con tanti capitali o  un gruppo di contadini padroni solo delle loro zappe.

“I concorrenti possono compiere un sopralluogo presso l’immobile, perché non entrarci?”.

Così, dopo un po’ di trazzera, imbocchiamo l’entrata dei lotti ad agrumeto. Gli aranceti sono pochi filari di alberi curati, con qualche frutto sui rami, una gebbia per l’acqua sulla sinistra e un piccolo magazzino nuovo, di cui come al solito non non ci sono le chiavi.

“Il coadiutore non ce le ha e non sapeva dove fosse il terreno. Gliel’ho portato io” fa imbarazzato l’architetto, come tanti altri funzionari, in tanti altri terreni, prima di lui. Le mascherine, per fortuna, ci nascondono i sorrisi.

Si va ai seminativi: la ferrovia a sinistra, a destra un deserto arido ottimo per un bel film di cow-boy. Giallo, arso dal sole, sterpaglie, zolle spaccate. Qualche palo di luce è l’unica vegetazione,  con qualche fiore bianco selvatico. Non c’è l’acqua per irrigare. Ora è chiaro perché il bando lascia liberi di sperimentare.

“Che si può seminare senz’acqua? Manco il grano. Forse le fave” sogghigna Iabichella di Altragricoltura. “Magari un allevamento di galline, se non prendono fuoco” fa un rappresentante di Galline felici. Ci sono altre proposte, ma sono quasi tutte ironiche. La verità è che qui l’unico impiego immaginato fino ad oggi – investendo tanti soldi – è stato la cementificazione. A ridosso del MAAS, a due passi dal carcere di Bicocca. E l’impressione è che lo Stato, l’Agenzia nazionale dei beni confiscati, il Comune vogliano liberarsi di questi terreni e farlo senza spendere un euro: non sono previsti contributi a fondo perduto o agevolazioni. “Il periodo di concessione di sei anni è troppo breve per piantare qualcosa che rientri nelle spese” dice Dario Pruiti di Arci Catania, “il bando ignora i tempi della terra”.

“Qua non si fa impresa tipo Confindustria e Montante. La sfida nostra è più seria: dimostrare che il deserto mafioso può diventare qualunque altra cosa. Un campeggio sociale, una coltivazione redditizia, una cosa vera. Non per fare i milioni ma per fare una cosa bella e utile. Questa è la nostra sfida”.

C’è una settimana per superare l’esame della Commissione giudicatrice dei progetti. Naturalmente siamo tutti alla pari. Siamo in Italia, no?

 

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