Lo sgombero di ”Ciccio pasticcio”

Venti famiglie sul lastri­co, nel pieno dell’estate

Il fatto è che le vicende sono maturate nel pieno della calura estiva, con un vortice sempre più crescente, teso a buttare sul nudo lastrico cittadino venti famiglie, costituite da oltre sessanta persone. Molti i bambini trucemente in­teressati. Il “luogo del delitto” è un vo­luminoso palazzone ubicato nel semi­centro cittadino, a pochi passi da una delle principali strade della città, in via Furnari 41.

L’edificio esiste da oltre cinquant’anni, dall’inizio del 1960, “consolidando” la sua presenza e quella dei tanti umani resi­denti per tanti decenni. Certo, il suo ini­zio di vita è stato alquanto tribolato. A seguito di un vizio d’origine, dovuto alla realizzazione di opere difformi dal proget­to originario senza la presentazione di ri­chiesta di sanatoria dalle autorità preposte fu ordinata azione di demolizione. In cor­so d’opera l’impresa fallisce (1963).

Poi, “come fu come non fu”, le carte demolitorie caddero in sonno nei pubblici cassetti, sotto lo sguardo assente della sta­tua dell’elefante, detto liotru, che silente e sbigottito guarda il Palazzo. Erano quelli, e lo furono per lungo tempo, gli anni “stoici”. La città si sviluppava fremente sotto l’impeto tumultuoso dei nuovi trac­ciati cittadini, dove, nelle strade larghe “un palmo” si innalzavano i torrioni, pieni e zeppi di umane virtù bellamente “incar­cerate” negli angusti spazi urbani.

I “custodi delle leggi”? Assenti…

Tutti, compreso i “custodi delle leggi”, avevano lo sguardo rivolto altrove…

Si cresceva, con grande gioia, a pane, cemento e bottiglioni di spumante festeg­giante. Nel frattempo i pochi accumulava­no laute ricchezze, in beni mobili e in spe­cie immobili in grande quantità. A seguito del tracollo dell’impresa costruttrice dell’edificio di via Furnari 31 le redini ge­stionali furono assunte dai preposti alla cura fallimentare. Fin dall’inizio la schie­ra abitativa dell’edificio, costituita da “possessori, conduttori e occupanti” è stata sempre molto fitta. Ieri come oggi.

All’improvviso, il 17 luglio, mentre im­perversava una splendida e soleggiata giornata estiva, il “fulmine giustiziere” colpì il sito. Ai cittadini residenti fu notifi­cata, a firma del sindaco, l’ordinanza di sgombero, a carattere d’urgenza, intiman­do il rilascio delle abitazioni, per “poten­ziale pericolo per la pubblica e/o privata incolumità”.

Un vero e proprio colpo a ciel sereno. Da qualche solerte funzionario comunale era stato improvvisamente scoperchiato “l’armadio con le carte della vergogna” che, sordidamente, giaceva negli scantina­ti, ? NO, di tutto questo, per come pare!

Altresì, come raccontano le cronache, da quasi due anni roboanti ruspe si erano alacremente messe al lavoro in una grande area sita alle spalle del palazzo, proprio a ridosso, a pochi metri, effettuando conse­guenti profondi scavi. L’intento costrutti­vo è rivolto a realizzare siti edilizi, da adibire a strutture di privati servizi. Tutto in regola, certamente.

Le carte della vergogna

Per dovere di narrazione è utile leggere la sequenza degli eventi come dettaglia­tamente esposti dall’avvocato (Alessan­dro Pulvirenti) in rappresentan­za delle fami­glie interessate nel ricorso urgente al TAR presentato il 20 agosto: “In data 2 aprile, una relazione da parte del direttore dei lavori è stata inviata al Co­mune.

Una “soluzione” draconiana

Si evidenziava, da “esame visivo”, un “po­tenziale collasso strutturale”. Già il 27 marzo, il cura­tore fallimentare aveva inviato (al Co­mune) una nota di consu­lenza tecnica dove si ri­levavano: “una si­tuazione stati­ca e strut­turale delle parti comuni non idonea all’abitabilità” e il “non rispetto di tutte le norme di sicurez­za inerenti im­pianti nelle aree comuni”. A seguito del­le segnalazioni gli organi­smi del Comune si allertano prontamente, e senza ulterio­ri e vincolanti azioni, senza richiedere l’intervento del Genio Civile e delle strut­ture competenti comunali pre­poste alle perizie sul campo, da parte del Sindaco viene emesso l’ordine di sgom­bero. Nes­suna richiesta di eventuale in­tervento vie­ne avanzata ai cittadini inte­ressati rivol­ta a correggere la situazione in essere per impedire eventuali danni.”

La “soluzione” prescelta è draconiana: si devono abbandonare i locali!

I cittadini residenti, gente semplice, “umile popolino” direbbe qualche solerte e sapiente sociologo, di fronte all’incalza­re degli eventi piovuti sulle loro teste come una mannaia, senza nessun ammani­gliamento con “ chi conta”, orga­nizzano la resistenza. Usano la sapienza e la forza della disperazione del “debole” che non vuole essere sopraffatto. In po­chissimo tempo nasce e si consolida una solerte e proficua unione di gruppo. Co­minciano a bussare al Comune richieden­do “ conto e ragione”. Intanto la notizia si espande. La cosa è troppo grossa. Sessan­ta persone, privare dalle casa, sono buttate sulla stra­da. Cominciano ad arrivare gli organi di informazione. Se ne parla in cit­tà. Grazie anche alla tenacia propulsiva di “qualche” giornalista che svolge il ruolo del battito­re, scevro da condizionamenti. I tentativi di mediazione con il Comune, ri­volti an­che ad avere assicurata un’altra abitazio­ne, falliscono.

Il 21 agosto, giorno della scadenza dell’ordinanza di sgombero, nella parte di strada di fronte all’edificio c’è gran fer­mento. A dar man forte nella solidarietà ai “ dannati “ che presidiano il loro tetto sono presenti anche decine di cittadini di varie organizzazioni sociali cittadine. Di fronte all’arbitrio grande è la civica e de­mocratica indignazione. La drammatica vicenda è diventata alta. La gran parte delle strutture informative locali è presen­te sul luogo del misfatto. Forte è la deter­minazione a lottare.

Il Tar blocca lo sgombero

La mattinata scorre, nessuno viene della controparte per eseguire gli “ordini”.

Rinasce la speranza.

Il giorno dopo piomba come un tuono la buona novella. La Giustizia c’è ancora, vede e provvede. La sentenza del TAR è lapidaria. Sospende il provvedimento co­munale, firmato del Sindaco.

Il giudizio recita, tra l’altro “ …in assen­za di ade­guati accertamenti d’ufficio che facciano fede della sussistenza di un effet­tivo peg­gioramento delle condizioni di staticità dell’immobile, atti a supportare l’adozio­ne del provvedimento impugnato, circo­stanza questa non smentita dall’orga­no comunale all’uopo convocato presso que­sto Tribunale, che si è dichiarato im­possibilitato a presentarsi in data odierna, a rendere i chiarimenti del caso;

– che dell’esigenza di tutela dell’interes­se pub­blico a garanzia della pubblica in­columità cui è ispirata l’ordinanza sinda­cale qui in contestazione deve necessaria­mente co­niugarsi con gli interessi privati di cui gli istanti sono titolari, interessi che attengo­no al fondamentale diritto all’abi­tazione per sé e per le proprie famiglie;

– che, per­tanto, in quest’ottica, in assen­za di com­provate sopraggiunte situazioni di perico­lo, può essere disposta la sospen­sione del provvedimento contestato; il co­mune do­vrà comunque adottare i necessa­ri ulterio­ri provvedimenti che si rendesse­ro neces­sari a seguito degli opportuni ac­certamenti finalizzati a verificare la sussi­stenza di sopravvenute situazioni di ag­gravamento, in concreto, dello stato di pe­ricolo in cui potrebbe versare l’immobile in questione; quali accertamenti dovranno essere effet­tuati a cura degli organi pub­blici a ciò preposti, entro ristretti tempi, e ferma ogni responsabilità in capo al co­mune di caso di ritardo nei conseguenziali provvedi­menti d’urgenza ove necessari”.

E’ bene notare che il Comune si è di­chiarato impossibilitato a presentarsi.

Questa è la positiva conclusione della prima parte. La questione rimane tutta an­cora aperta. Un dato è certo. L’ingiustizia non è passata! Il giusto diritto all’abitazio­ne è un valore democratico supremo, da garantire sempre. A Catania molte perso­ne, non solo migranti, sono costrette ad arrangiarsi “sotto le stelle”, dormendo sui cartoni, in strade, piazze ed anfratti im­provvisati.

In condizioni di assoluta precarietà

Una situazione drammatica ed indegna che nel corso del tempo si è ac­cresciuta sempre più. Cinquemila fami­glie attendono una casa popolare. In tante migliaia, indigenti, vivono in condizioni abitative di assoluta precarietà. Si violano i principi fondamentali costituenti la no­stra Repubblica che innalzano a valore su­premo la salvaguardia della dignità delle persone nell’essenza di vita nella propria quotidianità.

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