Lettera da Istanbul - I Siciliani Giovani

Lettera da Istanbul

Cari amici miei,

ecco un riassunto di quello che sta succedendo qui a Istanbul in questi ultimi giorni. Alcuni fra voi potrebbero pensare che la Turchia sia uno “stato islamico moderato”, come l’attuale gover­no degli Stati Uniti vorebbe vederlo. Ma noi non lo siamo! La Turchia è “una repubblica democratica laica” dal 1923. Anche se la popolazione è prevalentemente musulmana, lo Stato è al 100% laico grazie al fondatore della Repubblica Turca, Mustafa Kemal Ataturk. A noi, donne turche, è stato dato il diritto di voto nel 1934, molto prima di diversi altri paesi (1944-Francia, 1946 Italia-solo per citarne alcuni). La costituzione turca defini­sce che una persona è un cittadino di questa repubblica indipen­dentemente dalle origini etniche, religiose, socio-culturali.

Ogni volta che l’AKP (il partito di governo attuale) è stato elet­to, ha aumentato con forza la pressione sui nostri stili di vita e sulla libertà di espressione. Sopratutto nell’ultimo periodo le azioni dell’AKP e del primo ministro Erdoğan sono diventati sempre più opprimenti. Chi osa parlare contro di loro si ritrova o in carcere (alcuni giornalisti e quasi tutti i funzionari di alto grado dell’esercito che sono ancora in attesa di un atto di accusa nel loro quarto anno di detenzione illegale) oppure sono com­pletamente zittiti (soprattutto i media).

Il coinvolgimento fuori luogo della Turchia negli affari della Si­ria (nonostante il motto di Ataturk: ‘pace nel paese, pace nel mondo’), il silenzio dei media per quanto riguarda il recente at­tentato nel sud della Turchia (Reyhanlı), la detenzione ingiusta di ufficiali dell’esercito e giornalisti, il tentativo dell’anno scorso per vietare l’aborto, il divieto di vendita di alcol dopo le 22 in un paese dove la bevanda nazionale èil “raki” il tentato divieto di utilizzo dei rossetti rossi dalle hostess della compania aerea Tur­kish Airlines, la rimozione del servizio di bevande alcoliche in molte compagnie aeree turche, la cancellazione di celebrazioni nazionali, il blocco da parte della polizia dei cittadini che mar­ciavano con le bandiere turche durante la Festa della Repubbli­ca nella capitale Ankara, e, infine, l’uso eccessivo e sproporzio­nato della forza e del gas lacrimogeno da parte delle forze di po­lizia hanno fatto perdere la pazienza a una gioventù prevalente­mente apolitica.

In sostanza, il Primo Ministro ci ha voluto imporre, cosa bere, quanti bambini avere, che tecniche di parto utilizzare (è contra­rio al cesareo), cosa festeggiare e cosa non festeggiare.

Quello che era iniziato come una manifestazione pacifica e de­mocratica per salvare gli alberi di Gezi Park, nel cuore di Istan­bul, si è trasformata in una pubblica indignazione contro l’ingiu­stizia. Le persone per le strade in tutta la Turchia e in molte città di tutto il mondo stanno cercando di esprimere la no­stra sempli­ce causa: “ non diteci come dobbiamo vivere”.

Le persone che vedete sulle notizie non sono solo i manife­stanti, sono persone ordinarie come me e un sorprendente nu­mero di miei amici che gridano la loro indignazione. Non ne possiamo più!

Dopo tanti anni, abbiamo di nuovo speranza per il futuro di que­sto paese. Il livello di maturità, la buona volontà e la solida­rietà dei manifestanti pacifici ci dà speranza per un futuro mi­gliore. I media nazionali, controllati dal gorverno, non danno ri­salto né spazio a quello che sta succedendo in questi giorni. Twitter, Fa­cebook, Whatsapp e Sms sono stati la nostra princi­pale fonte di informazione e di comunicazione.

Grazie per il vostro ascolto.

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