Vogliamo un anno sabbatico per le parole - I Siciliani Giovani

Vogliamo un anno sabbatico per le parole

“Le parole sono importanti!” urlava Nanni Moretti. Il linguaggio è la cartina di tornasole più eloquente della qualità del vivere sociale: le parole definiscono l’orizzonte in cui viviamo. La lingua ci fa dire le parole a cui la società l’ha abituata.

Noi siamo le parole che usiamo, e purtroppo anche quelle che ascoltiamo. Il rapporto tra linguaggio e politica è uno dei temi centrali del nostro tempo, Orwell l’intuì prima degli altri. C’è una forte connessione tra le qualità delle forme di comunicazione e la qualità della cultura politica di un Paese, e a maggior ragione di un Paese democratico. Essendo la democrazia una convivenza basata sul dialogo, il mezzo che permette il dialogo deve essere oggetto di una cura particolare.

I rappresentanti delle istituzioni, i membri della classe dirigente che usano il linguaggio con rigore e correttezza ossigenano la sfera pubblica; coloro che fanno il contrario dai palazzi e dalle piazze, o mentono a ogni piè sospinto, o insultano le persone o mostrano il dito medio, introducono nella sfera pubblica tossine pericolose. Contribuiscono in modo determinante a erodere quel patto sociale di credibilità e di fiducia su cui sono fondate le democrazie.

È il linguaggio che consente di abitare nel regno del politico, ma la politica intreccia reti di discorsi in cui troppi ormai si perdono. Bisogna recuperare il senso delle parole, sottraendole da un lato alla ripetizione coattiva, dall’altro all’uso improprio: bisogna prendere in mano i giornali insieme ai giovani, leggerli insieme, ricuperare con loro e per loro i significati di termini pesanti come ‘democrazia’ e ‘libertà’; ritrovare il nesso tra ‘polis’ e ‘politica’, e tra ‘politica’ e ‘sguardo sul mondo’. Bisogna addestrarli a capire che dietro le frasi fatte, le metafore abusate, gli slogan reiterati, i messaggi di fittizia facilità, sono in agguato i rischi della manipolazione.

Come possono farlo da soli, se fin da quando sono nati hanno assistito al tradimento delle parole? Lo storpiamento ne rovescia il senso: la moralità degenera in moralismo, la laicità in laicismo, la giustizia in giustizialismo; la libertà viene schiacciata sul liberismo. Si è sdoganata la professione di faccendiere chiamandola lobby, quella di puttana chiamandola escort, la vendita dei corpi femminili chiamandola liberazione, la compravendita dei parlamentari chiamandola responsabilità, la xenofobia chiamandola folklore … vedete che significa scherzare con il lessico? 

La prima operazione di impoverimento passa per una banalizzazione del linguaggio, che si traduce spesso in un impoverimento dei pensieri e delle azioni che da questi seguono. Le parole, come i simboli, prendono senso dal contesto in cui vivono. Se c’è effervescenza collettiva, sono effervescenti. Se sono private del rapporto con le passioni collettive che le avevano alimentate, cambiano natura: diventano deboli e provvisorie, si riducono a segni grafici, a loghi pubblicitari. Se sono immerse in un universo di merci, diventano merci esse stesse (come accade con le tag di Google). 

Linguaggio e pensiero sono interconnessi: non avere segni per esprimere una realtà non significa soltanto non poterla comunicare, ma non possederla nel proprio mondo simbolico. Quando la lingua perde forza e bellezza diventando anonima, piatta, afona, il contagio si estende alla mente. Il progressivo contrarsi del linguaggio ha per effetto prima l’impoverimento, poi l’inibizione del pensiero. 

Quando il nostro linguaggio si fosse rattrappito al punto di poter pronunciare solo sì e no, saremmo pronti per i plebisciti; e quando conoscessimo solo più i sì, saremmo nella condizione del gregge che può solo obbedire al padrone, scrive Gustavo Zagrebelsky in quel “Lessico della politica” la cui lettura mi ha spinta a scrivere queste pagine.

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