“Anvedi er spread!”: tanto per capirci

Berlusconi? Vive e lot- ta insieme a noi. Se non col suo governo, certo coi suoi modi di pensare. E di parlare. La Neolingua di Orwell è già arrivata…

Ora che il governo Berlusconi è morto e, molto probabilmente, non risorgerà (è una fase storica che si è chiusa), la cosa più urgente sarebbe riparare i guasti provocati dal “berlusconismo”. Compito enorme, ma non impossibile. Bisogna ripartire dal linguaggio, cioè da zero, restituire valore e nitore alle parole, asservite in questi anni alla falsità e alla menzogna.

Le parole della politica sono stata svuotate di significato, deprivate di spessore, sottoposte a un processo di “decostruzione” semantica che permettesse al falso di subentrare al vero. Come sappiamo, la prima istituzione occupata dai regimi “golpisti” è sempre stata, da quando è nata, la televisione pubblica: non soltanto per dare la massima risonanza alla propaganda politica, ma per imporre una lingua costruita a loro uso e consumo (la Neolingua, come in Orwell). Manipolare le parole significa manipolare direttamente i pensieri e, di qui, i rapporti sociali, l’agire individuale e quello collettivo.

Una delle tecniche più comuni, come abbiamo verificato, è costruire falsità con parole di cui chiunque crede di conoscere il significato per poi ripeterle un numero di volte talmente elevato da trasformarle in verità (credenze) condivise.

“L’usurpazione, il furto delle parole, è un fenomeno lento, progressivo e ricorrente”, ha scritto Gianrico Carofiglio in un suo recente saggio intitolato “La manomissione delle parole”. Nel libro si ricorda un passo di Tucidide sulla guerra civile di Corfù del V secolo a.C.: “Cambiarono a piacimento il significato consueto delle parole in rapporto ai fatti”. Perlomeno di quelle più “pericolose”.

La parola giustizia, la parola libertà, la parola cittadino, la parola società, la parola antimafia sono le prime a essere “disinnescate” ed espropriate del loro “potenziale civile”. È un’operazione propria dei regimi dittatoriali o semi-dittatoriali, come è stato l’esecutivo Berlusconi che ha governato a colpi di decreti legge e voti di fiducia, esautorando il Parlamento, un governo che assumeva le decisioni più delicate non a Palazzo Chigi ma nei palazzi privati del presidente del consiglio, come se la cosa pubblica fosse cosa sua.

Il lessico “tecnico”, benché ideologico, del governo Monti, che non fa ricorso ad aneddoti privati o a barzellette per “sdrammatizzare” il concetto di crisi e capovolgere il senso del discorso, garantisce per fortuna una prima pulizia della parola (e dell’immagine) della politica.

A dispetto dei telegiornali e delle trasmissioni berlusconiane che insistono sulla conservazione di un mondo che è crollato, il cambiamento del linguaggio e, più in generale, della comunicazione del governo ha consentito un allentamento della cappa di menzogna con cui il “grande Illusionista” soggiogava il Paese.

Si tratta di un primo passo, ma insufficiente. Il rischio è di passare da un azzeccagarbugli a un altro azzeccagarbugli, uno che ai fini del controllo e della manipolazione dell’opinione pubbblica ricorre all’uso di tecnicismi, anglicismi, statistiche facilmente orientabili, ovvero al “verbo” del capitale. Che cosa sono lo spread, il default, il rating, se non nuove parole-trappola, che possono avvelenare la lingua forti del loro contenuto di oscura violenza?

“Colpa dello spread”, dice già l’uomo dello strada. Occorrono la massima semplicità e chiarezza.

Riccardo De Gennaro

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