Il grande sonno

Una volta, diciamo verso gli anni ’70, girava una frase: “Se vuoi cambiare il mondo, cambia te stesso.” Era una bella frase Ci piaceva…

Così l’abbiamo ricopiata chi sui diari di scuola, chi col pennarello su una toppa dei jeans, chi su un foglietto attaccato al muro vicino alla foto in bianco e nero del Che. Da allora sono passati quarant’anni, non abbiamo cambiato il mondo, non pretendiamo più di fare la rivoluzione, l’idea stessa dell’ideologia ci suscita imbarazzo. Chissà in che direzione, personalmente, siamo cambiati.

Il mondo però è cambiato davvero. All’ampliamento potenziale della libertà di scelta ha corrisposto paradossalmente una reale diminuzione delle possibilità di scelta.

Una volta – per esempio – sul mercato discografico italiano su cinquecento titoli musicali se ne vendevano almeno trecento. Ciascuno poteva scegliere in base ai suoi gusti, che di solito (per età, estrazione sociale, cultura), erano diversi. Chi voleva si comprava Nicola Di Bari, chi i Beatles, chi De Andrè, chi Wilson Pickett, Miles Davis, Claudio Villa, Charles Aznavour, Donovan, i Dik Dik o il Duo di Piadena.

Adesso titoli disponibili sul mercato italiano – che nel frattempo è confluito in quello globale – ce ne sono centinaia di migliaia, e forse di più. Ma quelli che realmente si vendono sono solo pochi, proporzionalmente molto meno di prima,  e sempre degli stessi (pochi) artisti, che trovi dappertutto. Tutti gli altri vendono poco e niente.

Se ne facessimo un grafico, probabilmente assomiglierebbe a quello della divisione della ricchezza in questi anni: a pochi tutto, a molti niente.

Che cos’è successo? Nella musica – continuando l’esempio – quattro major hanno assorbito una dopo l’altra quasi tutte le altre etichette, e ora da sole controllano l’intero mercato del mondo: Warner, Sony, Universal, Emi, e basta.

Ma questo è solo uno dei lati, e da solo non basterebbe a fare la medaglia. E siccome la medaglia esiste vuol dire che esiste anche l’altro lato, ed è quello rappresentato dalla domanda, più esattamente dalla coincidenza della domanda con l’offerta. La domanda della gran parte del mercato occidentale coincide, guarda un po’, con l’offerta avanzata da una ristretta élite di fornitori.

Tutti contenti dunque, pubblico e produttori. Ma il punto d’incontro fra le parti è collocato miseramente in basso, ed è quello che identifica l’attuale status culturale.

Abbiamo parlato di musica, ma non c’è solo quella. Probabilmente è sulla nostra capacità di adattamento che bisogna riflettere, sul nostro istinto (o bisogno di sopravvivenza) a trovare giustificazioni e salvacondotti personali, anche laddove la loro inadeguatezza risulti palese. In sostanza, anche se ci brucia, gli artefici di questo mercato – così livellato al basso – siamo noi.

Gli “altri” sono solo una distinzione che ci siamo inventati per salvarci la coscienza e continuare a definirla critica. Siamo noi che – parlando sempre di musica – non siamo più in grado di ascoltarla in tutta la sua interezza e dignità, di tacere per ascoltarla, di capirla. La musica non è più una poesia, per le nostre orecchie, ma un rumore di fondo.

Pierre Boulez una volta disse che non pensava di avere fatto grandi cose con la sua musica, ma che forse era riuscito a evitare almeno un omicidio. E aveva ragione. Forse allora sarebbe opportuno, se possibile, togliersi le pantofole, mettersi un bel paio di scarponi da lavoro e andare su in soffitta a cercare quel foglietto che avevamo attaccato al muro vicino a una foto ormai ingiallita. Oppure lasciare definitivamente spazio ai ragazzini, e a tutta la loro irriverente e libera incoscienza.

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