Il mondo dei cianci

C’è chi ciancia e chi è cianciato. Chi si ciancia centocinquanta mi­lioni e chi quindi, senza lavoro, si fa emigrante. Chi fa il giornalista di corte, ma “niente sapevo”, e chi fa la fame per dare al popolo che se ne fotte un briciolo di verità. “Ma dov’è l’antimafia, ma dov’è il giornalismo?” Eccoli, signora mia. Stanno proprio qua.

Omero non riusciva a raccontare tutta la guerra di Troia (e capirai: dieci anni di battaglie) e quindi s’è abilmente limitato a tre o quattro episodi principali, sperando che bastassero a dare una qualche idea della faccenda al lettore. Qua, altro che guerra di Troia! L’Iliade di Ciancio, e dei suoi sventurati concittadini, dura da quarant’anni.

I giudici, che ci lavorano da quando è stata rifatta la Procura di Cata­nia (sette anni circa) emergono ogni tanto da una valanga di carte, e mandano carabinieri e finanza: quell’appalto! Quell’altro! Il boss Ti­zio! Il boss Caio! I soldi in Lussemburgo! E quelli in Svizzera! E in Inghilterra! Insomma, altro che Omero. Qua ci sarebbe voluta tutta Scotland Yard, più la redazione del Times, più Tito Livio e Momm­sen per raccontare l’intera storia. Perciò ci siamo saggiamente ristret­ti, anche noi, a ricordare qualche episodio più eclatante, peraltro di solito noti – poiché ne parlavamo già molto prima dei giudici – ai no­stri cari lettori.

E’ il poema di Mario Ciancio? Certo sì, ma solo secondariamente. E’ più che altro la storia di un intero Sistema, giornalisti, politici, cava­lieri d’industria, boss mafiosi, gente di stato, funzionari, uomini di businnes, gestori di grandi e piccoli e piccolissimi affari.

Più ancora, putroppo, è l’odissea di alcune centinaia di migliaia di es­seri umani che, dalle angherie del Sistema, sono stati scientificamen­te cacciati fuori da ogni possibilità di una vita normale.

Secondo la Svimez 1 milione e 883mila siciliani hanno lasciato la Si­cilia negli ultimi quindici anni. Metà avevano da 15 a 34 anni. Quest’anno, solo da Catania, sono andati via circa quattrocento ra­gazzi – parecchi appena diplomati – e “andar via” oggigiorno non si­gnifica Torino o Bologna ma Australia, Canada, Inghilterra o Germa­nia. Non c’è più il Treno del Sole e la valigia di cartone, ma il bigliet­to Ryanair e lo zainetto sulle spalle; non più coppole e calli nelle mani ma visi di ragazze e ragazze che sanno tutto di questa o quella scienza, e che abbiamo perso per sempre.

E’ in corso, in queste settimane, una campagna contro l’antimafia (“maledetta Libera! Mafia e antimafia sono uguali!”) che ha l’obietti­vo finale di rimettere sul “mercato” i beni confiscati ai mafiosi, asse­gnati al popolo grazie al sacrificio di Pio La Torre e al milione di fir­me raccolte da don Ciotti.

Si arriva al paradosso che se un giornale antimafia come i Siciliani riesce, per esempio, a smascherare un Montante, nessuno – innanzi­tutto – si permette di ringraziare i Siciliani per questa vittoria giorna­listica difficile e pericolosa, e che l’esistenza di Montante – fal­so anti­mafioso – e dei numerosi giornalisti ciancizzati che l’hanno sostenu­to viene presa a pretesto per accusare i giornalisti in generale e l’antimafia senza virgolette. Così è la vita.

* * *

Questo libro è dedicato alla memoria del giudice Giambattista Scidà, che anni fa è stato fra i fondatori di questa nuova serie dei Si­ciliani. Con noi è stato protagonista della battaglia per la rigenerazio­ne della Procura di Catania, che ha portato alla ristrutturazione degli uffici giudiziari in questa città e quindi fra l’altro, dopo decenni di omertà e tolleranza, all’apertura delle indagini e dei processi su Cian­cio e sul suo Sistema.

“Titta” Scidà è morto il 20 novembre 2011, in questa sua città per cui aveva combattuto e noi lo ricordiamo così, combattendo.

 

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