E ora tocca a noi

I giorni della ricostruzione

Quando gli amministratori giudiziari presero possesso della squadra di calcio Città di Misterbianco, sequestrata perché a disposizione del clan Placenti, non rimasero che pochissimi giocatori, nessun dirigen­te, nessun allenatore. Furono allontanati tutti coloro che avevano le­gami, anche lontani, col clan. Magistrati e amministratori decisero di cambiare tutto. Ed era solo una squadra di promozione, girone C.

Quando il Tribunale di Catania dispose il sequestro e la confisca del patrimonio di Mario Ciancio, le cose andarono diversamente. Eppure si trattava di alcune tra le più importanti aziende della Sicilia. Così funzionano le cose qui da noi, tra impunità e prudenza.

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Il direttore. Antonello Piraneo era il caporedattore de La Sicilia del direttore-editore Mario Ciancio. “La linea editoriale – scrivono i giu­dici – era di sopire i toni ed evitare risalto indesiderato a fenomeni od avvenimenti che potessero risultare sgraditi agli ambienti malavito­si”. Ma i giudici e gli amministratori giudiziari, quando Mario Cian­cio e suo figlio furono costretti ad abbandonare la direzione, decisero che fosse proprio Piraneo l’uomo giusto per fare il diret­tore.

I giornalisti. “Al direttore Mario Ciancio Sanfilippo, che nei decenni ha portato avanti questa testata con orgoglio, con passione e, soprat­tutto, con grande umanità, va il nostro affettuoso ringraziamento, cer­ti che sarà in grado di chiarire la sua posizione giudiziaria. Al nuovo direttore Antonello Piraneo, sicuri che continuerà a garantire la liber­tà di espressione, assicuriamo il nostro pieno sostegno”. Queste le pa­role unanimi dell’assemblea di redazione qualche ora dopo il de­creto di sequestro e confisca. Nessun distinguo, nessun dissidente, nemmeno i più bravi, nemmeno i più democratici.

Domenico Ciancio. È il figlio di Mario Ciancio, condirettore de La Sicilia fino alla confisca. Insieme al padre gli sono state sequestrati società e patrimoni. Dipendente della società editrice Domenico San­filippo Editore, confiscata dal Tribunaleè rimasto indisturbato al suo posto. Non gli è neanche man­cata l’occasione per farsi fotografare con importanti ospiti che in visita in redazione.

Le stanze di Ciancio. Anche Mario Ciancio è rimasto al suo posto, evidentemente autorizzato a mantenere i suoi uffici al terzo piano del palazzo di viale Odorico di Pordenone, sede de La Sicilia e di molte delle società confiscate. Anche ora – dicono – fa gli onori di casa.

L’aeroporto di Comiso. Mario Ciancio, attraverso la società Sie, pos­sedeva il 40% della società Intersac, a sua volta proprietaria del 65% della società Soaco, proprietaria dell’aeroporto di Comiso insieme al Comune. Un cattivo investimento: l’aeroporto ha di fatto chiuso i bat­tenti, con solo un paio di voli al giorno. Nonostante ciò gli ammini­stratori giudiziari sono riusciti a vendere le quote di Intersac per un milione di euro alla società pubblica SAC che gestisce l’aeroporto di Catania e che possedeva già le restanti quote. “La proprietà – scrive Laura Distefano su LiveSicilia – che non controlla più direttamente le quote perché oggetto della confisca da parte del Tribunale di Catania, ha firmato una liberatoria che ha dato lo start alla vendita”.

I soldi. Secondo Lorenzo Gugliara, collaboratore de La Sicilia, a no­vembre s’è tenuta l’udienza per la definizione dei crediti di giornalisti e collaboratori verso la società Domenico Sanfilippo Edi­tore. La Si­cilia funziona così: una redazione di giornalisti strutturati e poi qual­che centinaio di collaboratori sparsi per le province, che all’occorren­za mandano l’articolo da Erice, da Palagonia, da Palma di Montechia­ro. Pochi euro a pezzo e la gloria di rappresentare il gior­nale nei terri­tori, corteggiati da sindaci, assessori, imprenditori e politici. Ne­gli anni La Sicilia verso que­sti collaboratori, ma anche verso i gior­nalisti e i pensionati, ha accumulato parecchie migliaia di euro di de­biti, ora nel­le mani degli amministratori giudiziari. Si è così procedu­to a censire i creditori della Sanfilippo Editore in modo da permettere alla gestione commissariale di pagare il dovuto. Nella lista dei “cre­ditori” figura­no, senza pudore, Mario Ciancio, il figlio Domenico e le figlie Ange­la, Carla e Natalia.

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Questo è quanto. Prudenza garantista? Forse. Però a Catania vale solo per chi è potente, per chi ha un nome importante, per chi baro­neggia all’Università, per chi ha gli amici e i fratelli giusti. In viale da Pordenone i bookma­kers davano per scontato che la confisca non avrebbe retto in appello e tutto sarebbe stato restituito a Ciancio:per­ciò non c’era da scanda­lizzarsi del modo in cui è stato gestito il perio­do del sequestro. Una­nime, prima della sentenza, la Catania che con­ta già sentenziava: “ha esagerato il procuratore”, “hanno sbagliato i giudici”, “sbraitava­no per invidia certi giornalisti”.

Ma “c’è un giudice a Catania”, finalmente. La “moderata prudenza” ha lasciato il posto alla verità e a una – pur tardiva – giustizia. Trema la Catania bene ora che il Tribunale dimostra di controllare sul serio le origini delle fortune imprenditoriali e delle ricchezze; ora che è svelata la melma di collusioni e amicizie, di patti occulti e riciclaggi, di regno della mafia incravattata.

Quanti ragazzi sarebbero rimasti a Catania se le istituzioni non si fos­sero voltate dall’altra parte? Quanti si sarebbero salvati la vita? Quan­ti risparmiati dal carcere? Quante umane sofferenze in meno?

Ciancio non controlla più l’informazione a Catania. Nessun comitato d’affari sarà più impunito. Se saremo capaci, potremo cambiare tutto. Alla faccia della mafia e dei cavalieri.

 

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