Macerie

Che cos’hanno fatto della mia città.

Una panca di legno riciclato. Un pavimento dissestato. Una grande porta rugginosa con su una sigla che non si legge più. Un rumore di passi. Una ragazza e un ragazzo.

“Sediamoci qui, su questa panca. Da piccola io stavo al primo piano. Guardavo giù fra le sbarre del balcone. Poi un giorno arrivarono tanti ragazzi e ragazze, dall’altra parte della città e allora tutto cambiò”.

“Ma cosa accadde di così importante?”.

“Vieni, facciamo una passeggiata tra queste strade dove ho vissuto”.

Evitando auto e motorini, si fermarono davanti a un caseggiato.

“Qui tutto è devastato, erbacce e vetri rotti. Ma che c’era pri­ma?”.

“C’era una scuola, una bella scuola! Si facevano tante cose, ma chi comanda in città la volle chiudere e non si videro più i bambini e le bambine. Adesso ogni sera ci monta di guardia un pusher che aspetta la prima auto che si ferma per lanciarci una pallina di cocaina”.

S’infilarono in un vicolo, che in fondo si al­largava.

“Qui era chiuso alle auto. La gente passeggiava, le signore curavano i i fiori, e i bambini scorazzavano in bici”.

E questa piazzetta cos’è? Con queste mura alte pare un fortino!”.

“Qua si veniva a giocare e chiacchierare nelle giornate di primavera.

Ora è diventato un deposito di fieno per le stalle clandestine. La ma­fia non vuole che la gente viva con dignità la sua povertà. Tutti de­vono avere paura e ubbidire”.

“E quei due ragazzi in motorino?”

“Lasciali perdere, sono sentinelle. Disgraziati costretti a lavorare per quelli li. Andiamo via”.

Un altro vicolo, e i due fidanzatini continuano la passeggiata.

“Ma qui c’è un giardino”. “C’era. Era un parco piccolo e carino. Guarda quell’ulivo rimasto! Era tutta campagna. Poi arrivarono sem­pre loro e fecero fuggire gli abitanti. Un ragazzino che giocava qui una volta vide due di quelli che tiravano fuori un sacchetto con den­tro bustine e una pistola. E non ci tornò,più”

“E quei buchi su quella lastra che cosa sono? E quel cavallo in quella baracca che ci fa?”.

“I buchi sono fori di proiettili, di quando vengono qui a provare le armi nuove. Il cavallo è per le corse clandestine dei mafiosi”.

“Ma nessuno dice niente?”.

“Sai la paura che cos’è? È quella cosa che ti fa stare zitto a pensare: mi faccio i fatti miei. Questa è la vita qui. Perciò scappiamo via”.

“Ma i nostri amici non ne sanno niente? Ma la “città civile” è a pochi metri da qui! Non lo sanno? O non lo vogliono sapere?”.

Cadde un silenzio lungo, forte come un rumore.

“Per favore portami via da qui!”.

“Si, andiamo via. Speravo di trovare qualcosa di cambiato… Ma chi comanda non vuole, e perciò non cambia nulla”. nulla cambia”

Si presero per mano e se ne andarono via, mentre il buio più profon­do calava sul quartiere.

 

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