Come s’imbavaglia una città

La storia

Pentiti minacciati, mafiosi in redazione, vittime di cui è vieta­to parlare, notizie inventate a beneficio dei boss. Un giornale usato come un’arma, un monopolio che strangola la verità. Ed ecco un breve florilegio di alcuni casi esemplari.

Prologo in Assise (1997)

DOMANDA. – Lei si è mai occupato della ditta Avimec di Ca­tania come quotidiano?

CIANCIO. – Chi è la ditta Avimec? Io non so neanche chi sia.

DOMANDA. – Il signor Giuseppe Ercolano la conosce?

CIANCIO. – Giuseppe Ercolano padre o figlio?

DOMANDA – Padre?

CIANCIO. – Sì, lo conosco.

DOMANDA – Lei ricorda di un articolo senza firma pubblicato sul suo quotidiano il 29-12-93?

RISPOSTA – No.

DOMANDA – Allora come ha avuto modo di conoscere il si­gnor Er­colano?

RISPOSTA – L’ho incontrato in aereo in un viaggio da Roma a Cata­nia.

 

È il 21 marzo 1997 quando Mario Ciancio Sanfilippo, all’epoca non ancora imputato ma semplice testimone, compare davanti ai giudici della Corte d’Assise di Catania per spiegare con quali parole, e so­prattutto con quali intenzioni, il quotidiano «La Si­cilia» da lui diretto abbia raccontato le vicende della mafia ca­tanese.

La Procura della Repubblica lo cita come teste nel pro­cesso per l’omicidio di Giusep­pe Fava. E Ciancio, coperto dal­la certezza del si­lenzio mediatico – tutti i giornali e i telegior­nali al momento editi in questa parte dell’isola rispondono esclusivamente a lui – si presenta a raccontare una versione dei fatti costituita soprattutto di “non so” e “non ricor­do”.

 

Il boss in redazione (1993)

Della storia dell’informazione catanese, all’epoca dell’audizio­ne di Ciancio, sono stati già scritti i capitoli più importanti. L’omicidio Fava, avvenuto il 5 gennaio 1984; l’ostinazione con cui «La Sicilia», anche dopo il 5 gennaio, ha continuato a esibi­re il suo stupore e la sua indignazione ogni volta che si acco­stasse la parola “mafia” alla parola “Catania”; almeno un paio di grossolane interferenze con le indagini sull’uccisione di Fava, mentre i pentiti raccontavano, o sta­vano per raccontare, ciò che sapevano del delitto; e perfino un paio di necrologi ri­fiutati alle vittime di mafia, per l’inammissibile presenza nel te­sto dell’impronunciabile parola mafia.

Tra questi episodi ce n’è uno tutto sommato minore, ma desti­nato a rimbalzare a lungo nelle pagine di ordinanze e sentenze. Si tratta del­la visita di Pippo Ercolano, padre del boss Aldo Er­colano, alla reda­zione del giornale. Un’iniziativa, quella del pa­triarca della nota fami­glia mafiosa, assunta per lagnarsi con Ciancio della pubblicazione di un articolo in cui gli si dava del mafioso. E conclusasi con una in­tempestiva lezione di giornali­smo impartita da Ciancio, in presenza dello stesso Ercolano, al cronista autore dell’articolo.

È stato quest’ultimo, Concetto Mannisi, a raccontare in più ri­prese l’episodio agli investigatori. L’articolo uscì, per la preci­sione, il 24 ottobre del 1993. Portava come titolo Denunciati i sindaci dal ’78 a oggi e riferiva, tra l’altro, di controlli alla dit­ta Avimec, proprietà ap­punto di Ercolano. Una decina di giorni dopo la sua uscita, Mannisi viene convocato in direzione per rendere conto, personalmente ad Er­colano, di quanto da lui scritto.

 

A D.R.: Effettivamente nell’Ottobre u.s. ho pubblicato un arti­colo su «La Sicilia» avente per oggetto la denun­cia a piede li­bero da parte del Nucleo Operativo Ecolo­gico dei Carabinieri nei confronti di diversi titolari di aziende per violazione delle leggi sull’inquina­mento. Nell’articolo predetto facevo i nomi dei denunziati e, tra gli altri, citavo quello di Ercolano Giu­seppe, definendo­lo «massimo esponente della nota fami­glia sospettata di mafia» […].

Il giorno 3 Novembre u.s., mentre mi trovavo in servi­zio nella reda­zione del giornale, sono stato avvicinato dal capo cronista dottor Vittorio Consoli il quale mi chiese se ero stato autore di un articolo su Ercolano, ag­giungendomi che nella stanza del Direttore era pre­sente proprio l’Ercolano che voleva avere conto e ragione di quanto era stato scritto sulla sua persona. Risposi al Consoli che effettiva­mente avevo scritto un articolo sull’Ercolano e, su richiesta dello stesso, cercai nella raccolta il predetto articolo che consegnai allo stesso Consoli. Dopo circa 15 minuti venni convocato dal Di­rettore, tramite il Con­soli, e mi trovai davanti Ercolano Giuseppe che mi venne pre­sentato dal dott. Ciancio. […]

Il dott. Ciancio mi rese edotto del fatto che l’Ercolano era ve­nuto per protestare per l’articolo da me pubblicato che offu­scava la sua immagine di imprenditore. Aggiun­se che l’Erco­lano aveva manife­stato l’intenzione di que­relare la testata, cosa confermata in mia presenza da quest’ultimo, per il tenore dell’articolo; io risposi che, pur potendo comprendere il disap­punto dell’Ercolano, non avevo fatto altro che dare indicazioni che già erano di dominio pubblico […]. Precisai anche, su ri­chiesta del Direttore, che avevo appreso dai Carabinieri che Er­colano Giuseppe era esponente di rilievo del­la predet­ta “fa­miglia” mafiosa Santapaola-Ercolano. […]

Il dott. Ciancio mi fece rilevare che se la qualificazione di “mafio­so” proveniva dal Ministro degli Interni, sa­rebbe stato giusto ripor­tarla. Ma ciò in occasione della successiva pubbli­cazione di un arti­colo che avrei dovu­to scrivere a proposito del Comune di Acicatena o co­munque in un altro contesto in cui si fosse parlato della mafia a Catania; mi faceva, invece, rilevare che era sta­ta inopportuna la mia affermazione sul conto dell’Erco­lano nel contesto dell’articolo sulle violazioni ambienta­li. […]

Certamente rimasi infastidito per il fatto che il dottor Ciancio aveva fatto dei rilievi sul mio articolo in pre­senza dell’Ercola­no e infatti in separata sede ebbi modo di far notare la predet­ta circostanza al Di­rettore. […]

Il Ciancio mi spiegò che aveva ritenuto opportuno convocarm­i in presenza dell’Ercolano per far intendere a co­stui che non c’era nes­suna malizia nel mio comporta­mento e che in sostanza avevo dato pubblica notizia di informazioni ricevute da fonti ufficiali.

Quando compare come testimone al processo Fava, poco più di tre anni dopo quest’episodio, Mario Ciancio non sembra ricor­dare nulla della visita di Ercolano, e men che meno della sgra­devole lavata di capo al suo giovane cronista. Ammette però di conoscere Pippo Erco­lano, pur dicendo di averlo incontrato una volta in aereo e basta più. Molti anni dopo, quando gli investi­gatori lo interrogheranno in veste di indagato, il suo ricordo si farà più ricco e articolato. E la vicenda della visita di Ercolano in redazione assumerà, nelle sue parole, i contorni di un’amabi­le, cordialissima e scherzosa conversazione. Vissuta da Ciancio – non sappiamo se anche da Ercolano – nel segno della più as­soluta, quotidiana normalità.

A D.R.: Effettivamente nel novembre u.s. ho ricevuto la visita del signor Ercolano Giuseppe che è venuto a tro­varmi nel mio ufficio per lamentare la pubblicazione di un articolo nel corso del quale egli veniva indicato come “noto boss mafioso”. All’incontro era presente an­che il capo cronista Vittorio Con­soli […] Il Consoli chiese al dott. Mannisi quale fosse la fonte delle infor­mazioni uti­lizzate nell’articolo e il dott. Mannisi ri­spose che la fonte delle sue informazioni era l’Arma dei Cara­binieri. Nel corso della conversa­zione l’Ercolano fece presen­te che avrebbe querelato il giornale per il conte­nuto dell’arti­colo. Il tono era comunque scherzoso tanto è vero che anche io mi sono messo a ridere anche per l’importo di di­versi mi­liardi di danni richiesti dall’Erco­lano. […]

Effettivamente, come le SS.LL. mi fanno rilevare, feci pre­sente al dott. Mannisi che non sarebbe stato necessa­rio che egli nel corso di un articolo avente per oggetto il sequestro di una ventina di ditte non in regola con le norme di protezione ambientale, facesse riferi­mento alla qualifica mafiosa del tito­lare. […]

Non ricordo se il dott. Mannisi successivamente commentand­o con me l’episodio si sia lamentato del fatto che io lo avessi convocato in presenza dell’Ercolano. D’altra parte voglio aggiungere che la con­versazione con l’Ercolano avven­ne in un clima di ordinaria ammini­strazione per cui non ho memoria più particolare dell’even­tuale rea­zione del Mannisi.

Fin troppo facile, certo, ironizzare sul clima di «ordinaria ammini­strazione» evocato da Ciancio per quello che a tutta evi­denza appari­va – e che il giornalista percepì – come un solenne liscebusso inflitto dal direttore a un suo giornalista, alla presen­za di un mafioso offeso. Più difficile stabilire quante vol­te Mario Ciancio abbia incontrato Pippo Ercolano. Al processo Fava nel ‘97, abbiamo visto, il direttore de «La Sicilia» parla solo di un’occasionale coincidenza di voli aerei. Un anno pri­ma, deponendo come testimone in un altro processo, ave­va af­fermato invece di averlo visto due volte, la prima in occasione di uno sciopero degli autotrasportatori e la seconda, appunto, a segui­to della pubblicazione del pezzo di Mannisi. Interrogato dai giudici nel 2013, cambierà ancora versione dichiarando di averlo incontrato solo quella volta in redazione, insieme a Con­soli e Mannisi.

Per i giudici del Tribunale Misure di Prevenzione, inoltre, le vi­site di Ercolano alla redazione de «La Sicilia» non si esaurisco­no alla vicen­da Mannisi.  Ce ne sarebbe un’altra, di molti anni precedente, di cui parla invece il pentito Angelo Siino, il “mini­stro dei lavori pubblici” di Cosa Nostra. E che ancora una volta nasce da un articolo che ri­guarda la ditta Avimec.

I due episodi sembrano in parte sovrapponibili: c’è sempre di mezzo un articolo sull’Avimec, c’è una visita di Ercolano in re­dazione, e c’è un cazziatone a chi ha scritto l’articolo. Cambia­no però le date, pro­tagonisti e modalità: Siino parla dell’82 o dell’83 e non c’è di mezzo Mannisi, ma due giornalisti non me­glio identificati. Non risul­ta che Ercolano incontri direttamente Ciancio. Il boss, secondo Siino, si muove da solo in redazione, con la dimestichezza di chi conosce bene i luoghi. E non c’è traccia, infine, dell’amabilità che, a dire di Ciancio, avrebbe ca­ratterizzato la conversazione su Mannisi.

Nel settore dell’editoria – racconta Siino – ho sentito parlare di Ciancio Sanfilippo Mario. Ricordo un episo­dio specifico. Accadde che un giorno Pippo Ercolano mi disse che nel quo­tidiano «La Sici­lia» era stato pub­blicato un articolo ove si fa­ceva il suo nome e quello della sua impresa, l’Avimec, azien­da che il gruppo ma­fioso chiamava “a zona” con riferimento alla zona industriale in cui era collocata. L’Ercolano – alla let­tura dell’articolo – ebbe un’inconteni­bile esplosione di ira tan­to da minacciare di uccidere i giornalisti autori dell’articolo. Io cercai di tranquillizzarlo ma fui costret­to ad accompagnar­lo nella redazione, esortato dal figlio Aldo Ercolano che vole­va che io mantenessi il controllo del padre.

Pippo Ercolano entrò in redazione, mostrando di ben conosce­re i luoghi, gridando che voleva parlare con i due giornalisti autori dell’articolo. In redazione, alla presenza di altre perso­ne, Pippo Er­colano gridava e i due giornalisti cercavano di giustificarsi. Io – su manda­to di Aldo Ercolano – cercai di tranquillizzare Pippo Ercolan­o, riuscendovi dopo non pochi sforzi. […]

Se mal non ricordo, l’episodio che ho sopra riferito, ri­sale al 1982 o 1983.

Per gli avvocati di Ciancio, queste differenze significano che il rac­conto di Siino non è credibile. I giudici arrivano a una con­clusione ben diversa: i due racconti sono diversi perché si rife­riscono a  episo­di diversi. E in effetti, per tutti e due gli episodi è possibile trovare un riscontro sul giornale. Nel caso di Man­nisi, ovviamente, c’è l’articolo scritto da lui. Mentre, per la vi­cenda dell’82, c’è una coppia di artico­li usciti a un giorno di di­stanza. Il primo, del 18 dicembre, parla dell’Avimec e fa il nome di Grazia Santa­paola (moglie, appun­to, di Ercolano) [vedi foto 1].   Il secondo, del giorno dopo corregge il tiro: confermando che, senza dubbio, qual­cuno si è rivolto alla redazione per lamentarsi del primo pezzo. [vedi foto 2]

In realtà – concludono i giudici – a ben leggere le dichiarazion­i del Siino, emerge che l’episodio da lui riferi­to è del tutto diverso da quello relativo all’articolo redat­to dal Mannisi. Ciò in quanto il col­laborante ha ri­ferito: che i fatti avevano avuto luogo nel 1982 o 1983, dato questo riscontrato dalla pubblicazione dell’articolo sul quotidiano La Sicilia del 18.12.1982; che l’Ercolano si era diretto in redazione ed ave­va parlato direttamente con i giornalisti respon­sabili dell’arti­colo “incriminato”, non (come sarebbe avvenuto nel 1993) con il direttore della testata che già all’epoca era il proposto; che l’Erco­lano era stato accompagnato da esso Siino la cui presen­za non era stata notata nell’anno 1993 dal Mannisi né dallo stesso Ciancio Sanfilippo. […]

 

Il riferimento nell’articolo in oggetto alla moglie dell’Ercola­no, Grazia Santapaola, accostato al nome del boss allora lati­tante Nitto Santapaola, appare circostan­za compatibile con il narrato del Siino ed in particolare con la reazione violenta dell’Ercolano, in tal senso do­vendosi interpretare il ricordo del collaboratore di giu­stizia circa il riferimento che l’Ercolano aveva fatto al suo “nome” citato nell’articolo pubblicato dalla Sicilia.

Agli atti di molti processi di mafia, l’episodio di Mannisi verrà evo­cato come emblematico della sudditanza de «La Sicilia» verso la fa­miglia mafiosa dei Santapaola. Ma ci sono molti altri episodi – non tutti presi in considerazione dai giudici che han­no disposto le misure di prevenzione – che di questa sudditanza possono aiutare a definire circostanze e contorni. Per raccontar­li, basta scorrere i ritagli de «La Sicilia» collezionati in questi anni. Accompagnandoli, quando è pos­sibile, con i dovuti ri­scontri giudiziari.

 

Il caso Asciolla (1984)

Sono passati poco più di sei mesi dall’omicidio Fava quando un ma­gistrato catanese, il dottor Giuseppe Torresi, si reca a Belluno per in­terrogare un detenuto, anch’egli catanese, che ha da poco annunciato – con una lettera riservata al ministro della Giustizia – di voler rende­re dichiarazioni sull’omicidio. Si chiama Luciano Grasso. Le indagi­ni lo indicano come vicino al clan Ferlito, ferocemente opposto a quello di Santapaola. Pare che da Catania Grasso si sia allontanato volontariamente, anni prima: probabilmente per non correre il rischio di finire am­mazzato.

Quando arriva il dottor Torresi, Grasso ha però in mano un fo­glio di giornale. Si tratta de «La Sicilia» del giorno prima, 18 luglio 1984 [vedi foto 3]. Il quotidiano diretto da Cian­cio ha già riferito, con tempismo del tutto inedito – venti­quattr’ore di anticipo – ogni detta­glio della riservatissima mis­sione del sostituto procuratore. E qualcu­no, con altrettanto tem­pismo, è pure riuscito a far arrivare una copia del quotidiano a Grasso, benché quest’ultimo si trovasse rin­chiuso in un carcere del Veneto.

Nel giornale che Grasso tiene in mano spicca un titolo a quattro co­lonne: «Un detenuto pentito della malavita catanese svelerà i nomi degli uccisori di Giuseppe Fava». Il nome di Luciano Grasso è ben in evidenza, nel sommario del pezzo. E c’è ben in vista anche la sua fo­tografia, corredata da una didascalia: «Lu­ciano Grasso: che cosa rive­lerà?». Il servizio contiene inoltre l’indicazione del carcere di deten­zione del pentito e perfino l’indirizzo della sua residenza di Catania. Grasso, prima di rife­rire al magistrato quanto ha da dire, manifesta preoccupazioni per la propria incolumità.

Non era mai successo, prima di quest’episodio, che la notizia delle ri­velazioni su un delitto di mafia venisse pubblicata prima delle rivela­zioni stesse. «I Siciliani», che denunceranno «La Si­cilia» per viola­zione del segreto istruttorio, racconteranno che per scrivere quel pez­zo è appositamente tornato dalle ferie il giornalista Enzo Asciolla, amico del procuratore aggiunto Giu­lio Cesare Di Natale. Quest’ulti­mo magistrato, all’epoca dei fatti, è già stato al centro delle indagini del Csm sulle relazioni pericolose tra pezzi della Procura catanese e Cavalieri del lavo­ro (il cosiddetto “Caso Catania”). Di Natale, di lì a pochi mesi, si dimetterà dalla magistratura. Anticipando il ministero di Gra­zia e Giustizia, che aveva appena deciso di sospenderlo dal ser­vizio.

Secondo i magistrati incaricati di gestire Grasso, la notizia del penti­mento avrebbe dovuto restare segretissima. E non solo nel senso, ov­vio, che non doveva comparire in quel modo su «La Sicilia». Ma per­fino nel senso che non avrebbe dovuto nemme­no arrivare a Di Nata­le, del quale diversi colleghi non si fidava­no.

Negli atti del procedi­mento successivamente aperto a Mes­sina sulla fuga di notizie si leg­ge tra l’altro che il procuratore generale di Cata­nia Filippo Di Catal­do «non condivideva il comportamento istrutto­rio del Procuratore ag­giunto (Di Natale, n.d.r.), dato che ha dato inca­rico di raccogliere le deposizioni del presunto pentito Grasso Luciano al dott. Torresi Giu­seppe (Sost. Procuratore della Repubblica) dando­gli la tassativa di­sposizione di non dare alcuna notizia al dott. Di Na­tale sul con­tenuto della lettera trasmessa dal detenuto Grasso al Mini­stero degli Inter­ni».

«La Sicilia», tra le righe di quest’inconsueto scoop, non perde l’occa­sione per ribadire che la mafia, con l’omicidio Fava, non può entrarci nulla: «Le indagini sul delitto Fava, come è noto – scrive infatti Asciolla – sono sempre in alto mare, circoscritte come sono all’ambi­to mafioso». Ma ciò che conta davvero è l’effetto che la pubblicazio­ne dell’articolo ha su Grasso.

«Sul piano delle considerazioni che riguardano certo modo di fare giornalismo – si leggerà, anni dopo, nel provvedimento di archivia­zione emesso dalla Procura di Catania in favore di Asciolla – sta il dato, oggettivo e indiscutibile, che la tempesti­vità che ha caratteriz­zato la pubblicazione della notizia ha ri­schiato di pregiudicare l’esito della “missione” affidata al dr. Torresi e di spegnere sul nascere la ri­soluzione del “pentito” di fornire alla magistratura catanese le prean­nunciate importanti rivelazioni, talché è lecito esprimere riserve su tale operato». Di Luciano Grasso, da quel momento, non si sentirà più parla­re.

 

Necrologi negati (1985-1986)

 

Ventotto ottobre 1985. Luigi Montana, cinquantanove anni, pa­dre del commissario della Mobile di Palermo Beppe Montana ucciso tre mesi prima dalla mafia, si presenta alla concessiona­ria pubblicitaria del quotidiano «La Sicilia» per pubblicare a pagamento un necrolo­gio in memoria del figlio. Questo il testo: «La famiglia con rabbioso rimpianto ricorda alla collettività il sacrificio di Beppe Montana Commissario di P.S. rinnovando ogni disprezzo at mafia e suoi ano­nimi sostenitori».

L’addetto allo sportello, però, risponde che deve chiedere l’autorizza­zione per la pubblicazione. Si allontana e, al suo ri­torno, comunica che, su insindacabile decisione del vice diret­tore Corigliano e perso­nalmente del direttore responsabile Ma­rio Ciancio, la pubblicazione del necrologio viene respinta allo sportello. «Papà ritirando il modulo – riferirà poi agli inquirenti Dario Montana, fratello di Beppe – gli appone sopra la dicitura “testo respinto allo sportello a Catania il 28.10.1985 alle ore 18.30, su disposizione del vice direttore Coriglia­no e del diret­tore Mario Ciancio” e chiede ad un signore, che era in fila, se poteva apporre la propria firma e l’indirizzo, per attestare quan­to stava avvenendo».

A raccontare pubblicamente la storia del necrologio rifiutato, pochi mesi dopo il fatto, è lo stesso Luigi Montana. Che ne par­la a Milano, durante un convegno di «Società civile». E riferi­sce l’episodio nei più minuti dettagli: «È stato Mario Ciancio, il direttore, personalmen­te lui, a rifiutarlo. Quando allo sportel­lo ho mostrato il testo, l’impie­gato mi ha detto che doveva chie­dere l’ autorizzazione. “Sa, conosco il mio mestiere”, ha com­mentato. Torna dopo un po’, e quasi orgo­glioso per la sua lungi­miranza mi dice: “Avevo ragione: ho parlato personalmente con il direttore Mario Ciancio. Gli inserzionisti non devono fare apprezzamenti, mi ha risposto, a combattere la mafia ci pensa il giornale”».

Alcuni anni dopo, nel 2009, su Rai 3 va in onda una puntata del pro­gramma di inchiesta giornalistica «Report» in cui parla di Catania e si torna a raccontare la vicenda Montana. Alla tra­smissione segue la consueta levata di scudi dell’establishment in difesa del buon nome della città, o per meglio dire dei suoi padroni. Ed è in questo contesto che Tony Zermo – firma di punta de «La Sicilia», cui il quotidiano di Ciancio affida spesso i pezzi sulla mafia – fornisce dell’episodio una ricostruzione che vorrebbe difendere l’operato del suo direttore, ma che ri­sulta assolutamente surreale. «C’è stato un equivoco – scrive Zermo –: il condirettore Piero Corigliano aveva mandato il pro­to a dire ai familiari di Montana che forse sarebbe stato meglio fare una correzione al testo che parlava di un delitto di mafia dagli “alti man­danti”. Chi erano questi “alti mandanti”? il Pre­sidente della Repub­blica? Il Capo della Polizia? Si volevano evitare illazioni, ma chi aveva portato il necrologio l’aveva su­bito ritirato e se n’era andato in­dispettito».

Dalla ricostruzione di Zermo scompare Mario Ciancio. La de­cisione di non pubblicare è del suo vicedirettore, e a farla ese­guire pensa il proto, ossia il capo della tipografia. Compaiono, invece, nuovi parti­colari, del tutto inventati. Che il necrologio rifiutato alla famiglia Montana parlasse di “alti mandanti” è, in­fatti, una balla colossale [vedi foto 4]. Ed è proprio su questo dettaglio di fantasia che Zermo costruisce la sua teoria di un attacco al Presidente della Re­pubblica.

Un po’ più cauta, in tempi assai più recenti, è stata la linea se­guita dalla difesa di Ciancio davanti ai giudici chiamati a deci­dere del se­questro dei beni dell’editore: «Non vi era alcuna vo­lontà di censurare il ricordo della scomparsa del commissario Montana, ma semplice­mente si manifestò l’esigenza di unifor­mare il contenuto di quel ne­crologio alla forma tipica degli an­nunci funebri». Si deve anche ri­cordare, sottolineano gli avvo­cati, che «in quel periodo storico era in essere un’aperta polemica tra i sindacati di Polizia e l’allora ministro dell’Inter­no, Oscar Luigi Scalfaro. E concludono: «nessun ruolo ebbe il direttore Mario Ciancio Sanfilippo»: tutta la responsabilità vie­ne addossata al suo vice, Piero Corigliano.

Forse, per sciogliere ogni residuo dubbio su chi fu a rifiutare del ne­crologio, potrebbe servire rileggere proprio le parole di Mario Cian­cio. Non quelle pronunciate da imputato, ma quelle messe a verbale anni prima – esattamente il 21 marzo 1997 – durante il processo per l’omicidio Fava. In quell’occasione, Ciancio non viene interrogato sul necrologio di Montana, ma su un episodio del tutto analogo, che risale al gennaio 1986: il rifiuto opposto alla famiglia Fava di pubbli­care un necrologio in cui si parlava dell’uccisione «per mano mafio­sa» del diretto­re dei Siciliani.

All’avvocato Fabio Tita, che nel processo rappresenta come parte ci­vile il giornale «I Siciliani», Ciancio risponde di ricor­dare benissimo quell’episodio. Ma poi presenta un racconto perfettamente sovrappo­nibile alla vicenda Montana: identici i protagonisti (il proto, il vicedi­rettore Corigliano), identico per­fino il riferimento alla polemica su Scalfaro. Nel racconto reso da Ciancio nel 1997, però, la responsabi­lità del rifiuto non vie­ne affatto addossata a Corigliano. Di quest’ulti­mo, infatti, Ciancio si limita a dire che era semplicemente presente alla conversazione.

AVV. TITA. – Dottore Ciancio, l’attività di controllo di diret­tore si estende a tutto ciò che viene pubblicato dal giornale?

CIANCIO. – Teoricamente sì.

AVV. TITA. – Quindi ad esempio inserzioni, oroscopo, ove fossero diffamatori riguarderebbero la sua respon­sabilità?

CIANCIO. – Non ho capito la domanda, scusi.

AVV. TITA. – Sì, dicevo ad esempio, era solo un esem­pio a ti­tolo di chiarimento, oroscopo, inserzioni, riguar­derebbero la sua responsa­bilità ove fossero diffamatori?

CIANCIO. – Inserzioni sì, l’oroscopo non credo.

AVV. TITA. – Senta, lei ricorda se nell’86, nel 1986 il suo quotidia­no rifiutò un necrologio il 5-1-86 di quell’anno?

CIANCIO. – Sì, lo ricordo perfettamente.

AVV. TITA. – Che la famiglia Fava voleva pubblicare?

CIANCIO. – Lo ricordo perfettamente questo episodio.

AVV. TITA. – Perché rifiutò l’addizione “Ucciso per mano mafio­sa”?

CIANCIO. – Non abbiamo rifiutato, abbiamo invitato quel si­gnore a correggere quell’addizione perché in quel periodo c’era una pole­mica con il Ministro degli Interni Scalfaro. Su questo argomento potete sentire il mio con­direttore Piero Co­rigliano, uomo che era presente alla conversazione e che die­de la disposizione al proto su questo argomento. Presidente scusi, ho l’impressione che qui si stia facendo tutta una serie di domande che non c’entrano con il proces­so.

PRESIDENTE (VIRARDI). – No, no, questo tipo di intervent­o lo lascia a chi… Guardi, lei si limiti soltanto a ri­spondere, a dire che non ricorda, a dire negativamente come ritiene, sempre secondo ve­rità, gli apprezzamenti lasciamoli a chi compete.

 

Secondo i giudici che hanno disposto il sequestro dei beni di Ciancio, in ogni caso, la ricostruzione della vicenda Montana fornita dalla di­fesa di Ciancio non è credibile: «Non si com­prende, infatti – scrive il Tribunale – quale fosse la differenza di struttura tra la frase della qua­le era stata richiesta la pubbli­cazione e quelle di rito che solita­mente vengono apposte ai co­muni necrologi, con le quali si esaltano le qualità del defunto o si palesa la forza del ricordo che costui ha la­sciato a familiari e conoscenti».

Di conseguenza «l’episodio fornisce importante riscontro a quanto ri­ferito dai collaboranti sulla “protezio­ne mediatica” accordata dal Ciancio Sanfilippo a Cosa Nostra, pro­prio perché mette in risalto come la linea editoriale del quo­tidiano fosse quella, evidenziata dai collaboratori di giustizia, di sopire i toni ed evitare risalto indesidera­to a fenomeni od av­venimenti che potes­sero risultare sgraditi agli ambienti malavi­tosi.

È questo certa­mente il caso del necrologio del vicequesto­re Monta­na», concludono i giudici. Tanto più che «l’allusione agli “anonimi sostenitori” della mafia, non già “gli alti man­danti” indicati in manie­ra (forse voluta­mente) inesatta nell’arti­colo della Sicilia» avrebbe certamente avuto, «proprio perché contenuta in un atto così persona­le, quale il necrolo­gio in ricor­do del sacrificio del congiunto, un risal­to ben diverso ri­spetto ad un semplice articolo di giornale o finanche di un’intervi­sta».

E ci sarebbe, infine, da chiedersi quale fosse, esattamente, quella “forma tipica” degli annunci funebri evocata dalla difesa di Ciancio, e che le famiglie delle vittime della mafia avrebbe­ro così disinvolta­mente violato.

Il 18 marzo 1983, due anni pri­ma di Beppe Montana e dieci mesi prima di Pippo Fava, mo­riva a Ginevra, di morte naturale, Umberto II di Savoia, re d’Italia – l’ultimo – tra il maggio e il giugno del ’46. Il giorno dopo «La Sicilia» pubblicò il seguente necrologio: «L’on. Enzo Trantino, presidente del Fronte nazionale di riscossa mo­narchica, i dirigenti, gli iscritti e i simpatizzanti abbrunano commossi la bandiera sabauda per la morte in barbaro esilio di Umberto II». La “forma tipica” degli annunci funebri de «La Sicilia», dunque, con­sente di propagandare senza problemi la riscossa monarchica, tac­ciando di barbarie la Costituzione che mandava in esilio i Savoia. Ma non consente, invece, di scrivere la paro­la “mafia” in un necrologio [vedi foto 5].

Il caso Avola (1994)

Giovedì 2 giugno 1994, in prima pagina, «La Sicilia» informa che il pentito Maurizio Avola s’è accusato, in un sol colpo, di avere ucciso Pippo Fava e di avere fatto parte del commando che sparò al generale Carlo Alberto dalla Chiesa. Quest’ultimo particolare, sottolinea il quotidiano cittadino, non è per nulla credibile: «all’epoca il killer santapaoliano aveva appena ven­tun anni, e soltanto un anno dopo venne fatto “uomo d’onore”». Conclusione: Avola – proprio per es­sersi autoaccu­sato di un delitto che mai avrebbe potuto commettere – potreb­be essere uno dei pentiti infiltrati «per delegittimare l’intero si­stema dei collaboratori» di cui, qualche giorno prima, aveva parlato Roberto Maroni, ministro dell’Interno del governo Ber­lusconi.

La cronaca della vicenda, nelle pagine interne del giornale, è firmata da Salvatore Pernice, corrispondente da Messina. I toni dell’articolo riflettono l’impostazione della prima pagina: Avo­la ha parlato di Fava e ha parlato del generale dalla Chiesa; non è tuttavia probabile che abbia partecipato alla strage di via Ca­rini; dunque c’è più d’un dubbio che sia un pentito credibile. Il messaggio insomma è chiaro: a questo signore, a conti fatti, è bene non credere.

In realtà Maurizio Avola, ai magistrati, sta dicendo molte cose. Sta ri­costruendo le dinamiche criminali del commando che spa­rò a Fava. Sta anche fornendo elementi per incriminare per ma­fia il cavaliere del lavoro Gaetano Graci. E su quest’ultimo, ad­dirittura, le indagini vanno anche oltre: Graci verrà presto iscritto nel registro degli inda­gati anche nell’inchiesta sull’uccisione di Giuseppe Fava. L’ipotesi che, per la prima volta, i magistrati arrivano a formulare è che possa essere stato mandante dell’omicidio. Un’ipotesi, però, che la giustizia non avrà il tempo per esplorare fino in fondo. Graci morirà infatti nel gennaio del 1996, prima che possa iniziare qualunque pro­cesso.

Tra gli episodi che Avola sta raccontando, però, non c’è nulla che ri­guardi la sua partecipazione alla strage di via Carini. Il pentito non si è mai accusato dell’omicidio del generale dalla Chiesa. Lo ha spiega­to in Tv, poco dopo aver letto la falsa noti­zia su «La Sicilia», il sosti­tuto procuratore catanese Amedeo Bertone. La sua denuncia è chiara: qualcuno ha messo in bocca ad Avola una castroneria, con l’obiettivo di screditarlo. Qualcu­no vuole fermare quel pentito. E magari si vuol partire da lui per screditare tutti i pentiti.

«La Sicilia» dispone di almeno un giornalista – Tony Zermo – perfet­tamente in grado di seguire le vicende di mafia. Che il pezzo su Avo­la sia affidato a un corrispondente da Messina è perlomeno strano. Anche perché a Messina, delle dichiarazioni di Avola, sono arrivati solo alcuni stralci: quelli che riguardano le accuse rivolte ad alcuni giudici catanesi. Certamente non le dichiarazioni sul delitto Fava.

E Tony Zermo, quando «La Sicilia» mette in pagina quel pez­zo, non è sicuramente in vacanza. Tant’è vero che, quello stes­so giovedì, il quotidiano «Il Giorno» (di cui Zermo è corrispon­dente) pubblica un pezzo, a sua firma, praticamente identico a quello della Sicilia

[vedi foto 6].

Uguali le notizie, ana­loghe le falsità, identico perfino qualche refuso di stampa. Non si tratta di coincidenze: il pez­zo comparso sulla Sici­lia, a firma di Salvatore Pernice, lo ha scritto in realtà Tony Zermo. Lo confermerà lui stesso quando, diversi anni dopo, sarà sentito come teste al processo per l’uccisione di Giuseppe Fava.

 

«Quel giorno di cui lei parla – dice infatti Zermo ri­spondendo all’avvocato Fabio Tita, legale di parte civile per «I Siciliani» – di sera intorno alle 21, arrivò una te­lefonata di Pernice che è il nostro giudiziarista della re­dazione di Messina. Mi dice: “Tony, qui c’è un pentito catanese che si chiama Avola […] occupatene tu perché sono tutte vicende catanesi, più o meno, ma non messi­nesi”. […] Allora scrivo il pezzo dicendo, in buona so­stanza, che c’è questo pentito Maurizio Avola che parla del delitto Fava, del delitto dalla Chiesa e dei cinque giudici catanesi […]. Lo stesso pezzo scritto per il gior­nale a firma del collega che mi aveva dato l’informativa lo diedi esattamente, non so se i refusi furono gli stessi, al “Giorno” di cui sono corrispondente».

Ma, nella redazione del giornale di Ciancio, l’inserimento di questi passaggi sul delitto dalla Chiesa non passa affatto inos­servata. Secon­do la ricostruzione pubblicata da «I Siciliani» – e mai da nessuno smentita – ne sarebbe anzi nato un mezzo puti­ferio in redazione. Già quella sera infatti si sapeva perfettamen­te che le dichiarazioni sul de­litto dalla Chiesa non erano mai state fatte. Lo ha spiegato pochi giorni dopo, al quotidiano «L’Unità», il sostituto procuratore Mario Amato: «Abbiamo detto con grande chiarezza che non era assoluta­mente vero che Avola stesse parlando della vicenda dalla Chiesa. Quello che è avvenuto non è stato casuale. Chi pubblicava sapeva perfetta­mente, per essere stato avvertito proprio da noi, che si trattava di cose false».

A incaricarsi per «La Sicilia» delle verifiche in Tribunale sa­rebbe sta­to il cronista di giudiziaria Salvatore La Rocca. Il qua­le avrebbe escluso, poi, che quella notizia infondata andasse pubblicata. La Roc­ca, a questo punto, sarebbe venuto a contra­sto con Zermo. E il capo­cronista, Domenico Tempio, lo avreb­be immediatamente “degradato” trasferendolo alle pagine pro­vinciali.

Sui giornali in edicola il 2 giugno, i due articoli di Zermo (uno dei quali, abbiamo visto, è firmato da Salvatore Pernice) sono i soli in cui si sostenga che Avola si sia accusato del delitto dalla Chiesa. «Che Avola abbia parlato dell’uccisione di dalla Chiesa non viene confermato da nessuno, anzi viene smentito» scrive invece nello stes­so giorno, correttamente, «La Gazzetta del Sud». Il cronista incarica­to (d.c., ovvero il caposervizio di Ca­tania Domenico Calabrò) non se la sente infatti di pubblicare una bufala già smentita dalla Procura. Ed avverte, anzi, che «occorre molta cautela prima di far trapelare una notizia di tale portata».

Ma il giorno dopo il quotidiano «La Sicilia» insiste imperterri­to, in prima pagina, a ripetere che il pentito avrebbe parlato an­che del ge­nerale dalla Chiesa. E «La Gazzetta» fa anche peg­gio: si scorda le cautele del giorno prima e attribuisce ad Avola (definito ormai «sedi­cente pentito») le dichiarazioni che lo screditano. Il pezzo, stavolta, non è firmato. Ma il titolo («Cosa nostra inventa i pentiti killer») la­scia intendere che il quotidia­no messinese – del quale Ciancio, tra l’altro, detiene una parte­cipazione azionaria – si è ormai allineato sulla versione Zermo [vedi foto 7]

Venerdì mattina, in una conferenza stampa, il procuratore di Catania Gabriele Alicata denuncia la manovra, sottolinea che il pentito è pie­namente credibile, torna a smentire che abbia par­lato del generale dalla Chiesa, conferma che le dichiarazioni su Fava ci sono e che si inseriscono nella pista già tracciata dalle precedenti indagini. L’arti­colo di Giuseppe Bonaccorsi, il gio­vane cronista incaricato da «La Sicilia» di seguire la conferen­za, si intitola La delegittimazione è fal­lita, e dà ampio spazio, stavolta, alle denunce della Procura. Ma nel testo scivola – non è chiaro se per svista dell’autore o, più probabil­mente, per mano di chi in redazione ha “passato” il pezzo – l’ennesi­ma, provvidenziale, velenosa inesattezza. Si parla infatti di «clamo­rose falsità attribuite al pentito sui delitti dalla Chiesa e Fava» [vedi foto 8].

Avola insomma non avrebbe mentito solo su Dal­la Chiesa, ma an­che su Fava. Neppure Zermo, che conti­nua intanto a pubblicare sul «Giorno», ha il coraggio di firmare un’affermazione così grave e contraria a ciò che da giorni va ri­petendo la Procura. Ma ai suoi letto­ri «La Sicilia» fa arrivare proprio questo messaggio: sul delitto Fava, Avola non è credi­bile.

Quattro anni dopo, quando si celebrerà il processo “Orsa Mag­giore 3”, si avrà conferma che la verità era molto semplice. Avola ha dato un contributo decisivo alle indagini sul delitto Fava. Del delitto dalla Chiesa, invece, non ha mai parlato. An­che un bambino, in cinque mi­nuti, sarebbe arrivato a compren­dere il concetto. «La Sicilia», in tre giorni, non ci è riuscita.

I contorni della gestione giornalistica del caso Avola non passa­no inosservati. Cronaca di un depistaggio, titolano «I Siciliani» nell’edi­zione straordinaria che esce pochi giorni dopo la cam­pagna contro il pentito. Il numero speciale porta in copertina la foto di Pippo Fava e, nel titolo, un solo nome: quello del cava­liere Graci.  Il quotidiano «La Sicilia», come di consueto, si al­linea dietro Zermo. L’ordine è di sopire e di troncare, e l’assemblea dei redattori lo esegue diligente­mente, pubblicando un comunicato in cui «respinge con la massima fermezza l’accusa, l’insinuazione o il semplice sospetto di prestarsi a un non meglio precisato tentativo di depistaggio delle indagini sull’omicidio di Giuseppe Fava e di delegittimazione dei collaborator­i di giustizia e del loro ruolo». In calce al comunicato dell’assem­blea, quattro righe che arrivano direttamente da Ma­rio Ciancio: «La direzione de «La Sicilia» fa propria la presa di posizio­ne dei redattori e respinge indignata il sospetto, qualun­que ne sia la provenienza, sull’impegno del giornale e sulla tra­sparenza dei conte­nuti».

Non tutti, però, obbediscono all’ordine. Tra i giornalisti che la­vorano per il gruppo Ciancio si registra una voce pubblica di dissenso. Una sola, ma dignitosa e nettissima. La si leggerà sul numero de «I Sici­liani» di luglio ’94. Che apre così la rubrica delle lettere inviate alla redazione: «Non essendo d’accordo con il documento espresso dall’assemblea dei redattori de «La Sicilia» sulla gestione della vi­cenda del pentito Maurizio Avo­la, documento che ignora diritti calpe­stati di alcuni colleghi e non invita a fare l’indispensabile chiarezza su una vicenda troppo ricca di punti oscuri, credo opportuno manife­stare la mia personale solidarietà ai giudici ed a quanti si battono dav­vero per la ricerca della verità». Firmato Enrico Escher, giornali­sta, Catania. A riprova che, anche sotto cattivi prìncipi, c’è sempre modo di serbarsi buoni cittadini.

 

Epilogo in Assise (1996/97)

È il 16 luglio 1996 quando Gaetano Zermo detto Tony compare da­vanti alla Corte d’Assise di Catania, nell’aula bunker di Bi­cocca, per essere sentito come testimone nel processo sull’omi­cidio Fava. L’interrogatorio dura oltre un’ora e dice poco di utile, in definitiva, sul contesto in cui maturò l’omici­dio. Alla fine dell’udienza, anzi, il Pm Bertone sottolineerà che «un problema di valutazione dell’atten­dibilità del teste Tony Zermo si dovrà porre». Dice molto, però, l’interrogatorio, a proposito del quotidiano «La Sicilia» e della sua firma di pun­ta, quella cui vengono affidati i più delicati servizi di mafia. E dice parecchio anche sul modo in cui «La Sicilia» ha rac­contato il delitto Fava, caso Avola compreso.

La prima parte dell’interrogatorio verte sui rapporti di Zermo con Pippo Fava e sulla vicenda del «Giornale del Sud»: dall’assunzione di Fava fino al suo licenziamento, voluto dal cavaliere del lavoro Gaetano Graci e causato dall’inopportuna attenzione dei “carusi” di Fava alla guerra di mafia in corso a Catania. Zermo, però, riferisce al Tribunale una versione diver­sa. Una versione appresa appena pochi minuti prima di entrare in aula, nella saletta in cui i testimoni aspetta­no di essere senti­ti, chiacchierando amabilmente con uno degli ex amministrato­ri del «Giornale del Sud».

ZERMO. […] ho saputo che qualcuno si lamentava del deficit del giornale, per cui mi dicono che il motivo del­la loro rottura non fos­se l’attività giornalistica di Fava, ma la pesantezza dei bilanci.

P.M. (dott. BERTONE) Questo chi glie l’ha detto?

ZERMO. Questo me l’ha detto, mentre eravamo nella saletta dei te­stimoni, Domenico Lo Turco che era uno… credo che sia ammini­stratore delegato.

P.M. Quindi mi sembra di capire che lei come giornali­sta ha saputo della causa del distacco tra Fava e il «Giornale del Sud» soltanto stamattina parlando con Lo Turco?

ZERMO. Sì,  perché non m’interessava; sapevo che an­davano male…

P.M. Dico come giornalista, lasciamo stare come osser­vatore della realtà catanese.

ZERMO. Guardi, sapevo che andavano male, che c’era pe­santezza di bilanci, che le cose non funzionavano, che c’era crisi di rapporti anche tra… sempre per questione di soldi, mi pare… tra Pippo Fava ed il gruppo editoriale e quindi si è arri­vati a una chiusura.

P.M. Dico, dottore, dico sul piano professionale, sul pia­no delle scelte del giornale, sul piano del contenuto de­gli articoli, non le ri­sulta che ci siano state mai censure o pressioni da parte della pro­prietà?

ZERMO. Questo bisogna chiederlo a chi stava dentro quel giornale. Da parte nostra non…

P.M. Lei non dimentichi, e certamente non può dimenti­care, che è un giornalista, quindi è un osservatore di ciò che avvie­ne!

ZERMO. Sì, ma nemmeno per sentito dire, a me inte­ressava soltan­to la sorte di Pippo Fava perché ero amico suo, gli altri non li cono­scevo perché erano ragazzini all’epoca. Pippo, sa­pevo che aveva avuto sia gli anni necessari dal «Giornale del Sud», per completare gli anni di contribuzione, sia la sua rela­tiva liquidazione, e quindi lui era a posto, a me tutto il resto non interessa­va; di un giornale che nasce e muore ce n’è… I diari na­scono e muoiono, e non ne se­guo l’evoluzione.

Nel corso della sua deposizione, Zermo ha modo di esporre le sue teorie sulla mafia a Catania. Teorie che sembrano arrivare dall’inizio degli anni ’80, da quando ancora erano in pochi a conoscere il nome di Nitto Santapaola. Ma che Zermo, a di­spetto della messe imponente di smentite ricevute dalla realtà, fa proprie e ribadisce, ancora, nell’estate del 1996.

ZERMO. La mia tesi qual è? Che a Catania mafia ma­fia, Cosa no­stra doc non c’è. A Catania c’è la grande criminalità, grande, ma che abbia un codice d’onore, come quello di Cosa nostra palermita­na no! Perché qui non esistono i Liggio, qui non esistono i Riina. Ci sono delle controfigure, dei cooptati momentanei, di grande spessore, stiamo attenti, ma non hanno un codice d’ono­re e una tra­dizione secolare…

Sono teorie, quelle di Zermo, che gli vengono da un preciso “inse­gnamento”. Un insegnamento che il giornalista racconta di avere ri­cevuto a Napoli, durante un processo di mafia, da tre killer delle car­ceri catanesi.

ZERMO. Noi applichiamo l’etichetta mafia a tutto; se­condo me è un po’ sbagliato, perché io ho un insegna­mento: al pro­cesso Tortora per associazione mafiosa a Napoli c’erano tre catanesi, killers delle carceri, An­draus, Nino Faro e Marano. Andai a parlare con loro, dietro le sbarre. Loro erano accusati di associazione ca­morristica e mi dissero: «Ma quale camorra, ma quale mafia, noi catanesi sia­mo». Cioè, da allora mi è ri­masta questa etichetta qua, secondo cui Catania soffre di un’enorme, pericolosissima criminalità, perché non è nemme­no regolamentata bene, non ha un codice di comporta­mento, ma che chiamarla Cosa nostra mi pare un po’ fuori posto.

La difesa di parte civile, in aula, è rappresentata da due avvoca­ti: Vincenzo Scudieri (per la famiglia Fava) e Fabio Tita (per «I Sicilia­ni»). Ed è quest’ultimo a interrogare Zermo sul depistag­gio del quoti­diano «La Sicilia» in relazione alle dichiarazioni di Maurizio Avola. Un interrogatorio interrotto più volte dalle opposizioni degli difenso­ri degli imputati. Ma che conferma tutti i punti oscuri del depistaggio a suo tempo denunciato su «I Siciliani».

AVV. TITA. Lei conosce la genesi di questo processo nel qua­le lei oggi è testimone?

ZERMO. Cos’è, il delitto Fava, no?

AVV. TITA. Sì.

ZERMO. Per la morte di Pippo Fava.

AVV. TITA. Sì, sicuramente, voglio dire di questo nuo­vo cor­so del processo, diciamo, questo…

ZERMO. No, per la verità non l’ho seguito.

AVV. TITA. Non se ne è mai occupato nel suo lavoro?

ZERMO. No, perché seguo tante altre cose; ormai il po­vero Pippo è morto da più di dieci anni.

AVV. TITA. Lei ovviamente legge il quotidiano «La Si­cilia»?

ZERMO. Sì.

AVV. TITA. È a conoscenza del fatto che il 2 giugno del ‘94 è usci­to un articolo a firma Salvatore Pernice, che è un vostro corrispon­dente da Messina, che riguardava le dichiarazioni del cosiddetto collaboratore di giustizia…

ZERMO. Ho capito cosa vuole dire, se vuole le rispon­do su­bito.

AVV. TITA. Lei deve rispondere alla domanda: le risul­ta?

ZERMO. Sì, certo.

AVV. TITA. Le risulta che nella stessa data lei pubblicò un ar­ticolo identico sul giornale «Il Giorno»?

ZERMO. Sì, di cui sono corrispondente, certo.

AVV. TITA. Può spiegarmi come mai su una vicenda che riguarda­va Catania ebbe a scrivere il corrispondente da Messi­na?

ZERMO. Vuole spiegata tutta la vicenda?

AVV. TITA. Sì, vorrei capire come mai questi due arti­coli presenti­no gli stessi refusi di stampa. Sono identici, presenta­no due firme, però, differenti.

ZERMO. Quel giorno di cui lei parla, di sera intorno alle 21, arrivò una telefonata di Pernice che è il nostro giudiziarista della redazio­ne di Messina. Mi dice: «Tony, qui c’è un pentito catanese che si chiama Avola che parla del delitto Fava, del delitto dalla Chiesa e di cinque giudici catanesi che sarebbero collusi», e mi fa i nomi. Dice: «Io non  so altro, occupatene tu perché sono tutte vicende ca­tanesi, più o meno, ma non mes­sinesi». «Va bene, ciao Salvatore». Mi rivolgo al collega La Rocca che segue la giudiziaria per noi, dico: «Totò, chi sono questi?». Allora dice: «Avola è un killer del clan Santapaola». Poi: «Ti puoi informare su quello che dice? Vedi, telefona a qualcuno se sa qualcosa, eccete­ra». Dopo un quarto d’ora vie­ne, ripeto sono intorno alle 21 e 30, quindi un orario un po’ di crisi come tem­po, mi dice: «Guarda, per quanto riguarda dalla Chiesa non ci siamo perché all’epoca era troppo ragazzo Avo­la per potere partecipare o dire delle cose». «Va bene», e se ne va, non completiamo nemmeno il discorso, perché era ripeto tardi. Aggiun­go che dei cinque nomi fattimi dal collega…

AVV. TITA. In che giorno siamo?

ZERMO. Non lo so, ricordo il fatto, non ricordo il gior­no.

AVV. TITA. Diciamo l’1 giugno, dottore Zermo?

ZERMO. Non lo so se era l’1 giugno; allora, mi aveva fatto i nomi di cinque giudici catanesi che sarebbero stati collusi, al­cuni di que­sti giudici io li conosco perso­nalmente e ci mette­rei la mano sul fuoco. Ricordo che una settimana prima dal Viminale…

AVV. TITA. La mano sul fuoco per che cosa?

ZERMO. Sulla loro onestà, quindi queste accuse per quanto riguar­da alcuni non… Poi ricordo che una setti­mana prima dal Viminale era partito un allarme. Dice: «State attenti che la mafia sta infiltran­do dei pentiti per depistare le indagini e per destabilizzare i pentiti stes­si». Allora scrivo il pezzo dicendo, in buona sostanza, che c’è questo pentito Maurizio Avola che parla del de­litto Fava, del delitto dalla Chiesa e dei cinque giudici catanesi; che per quanto riguarda dalla Chiesa, proba­bilmente, dice delle cose non approfondibili, non accerta­bili comunque dato l’orario, e per quanto riguarda dei giudici ca­tanesi c’è da pigliare con una certa cautela queste cose, anche perché c’è stato di recente scritto un allarme lanciato dal Vi­minale per eccetera eccetera… quindi sono dichiarazioni esplosive ma che conviene guardare con molta attenzione. Lo stesso pezzo scritto per il giornale a firma del collega che mi aveva dato l’infor­mativa lo diedi esattamente, non so se i re­fusi fu­rono gli stessi, al «Giorno» di cui sono corrispondente. Quindi nessun problema, e mi sono trovato un po’ a di­sagio quando l’indomani il sostituto procu­ratore Mario Amato, cre­do in una conferenza stampa eccetera, ha ti­rato fuori questa cosa dicendo che il giornale «La Sici­lia» destabi­lizzava o de­legittimava il pentito Maurizio Avola, che mi è sembra­to, one­stamente, eccessivo, per­ché non avevamo alcun motivo di de­legittimare Mauri­zio Avola che io non conoscevo nemmeno, e non c’era nessun motivo di lanciare questi alti lai. Comunque ab­biamo riportato la… io capisco la posizione del giudice Amato, che sulla credibilità di Maurizio Avola, la cui credibi­lità è stata dimo­strata, e che io stesso ho potuto constatare in alcune udienze tenute mi pare a Bologna… insomma la vicen­da è stata questa. Poi abbia­mo dato atto che Maurizio Avola è un… io ho spiegato come è an­data la vicenda: perché il Gior­no ha pubblicato, per­ché ho detto: «State attenti che certe rivelazioni vanno prese con i dovuti riscon­tri».

AVV. TITA. Le risulta che la «Gazzetta del Sud» di Messina, già il 2 giugno, ebbe modo di riportare la noti­zia, ma di smen­tire il fatto che Avola si fosse accusato dell’omicidio dalla Chiesa?

[…]

ZERMO. Non leggo la «Gazzetta del Sud».

AVV. TITA. Lei poc’anzi mi ha precisato che lei vede le emit­tenti, legge i giornali. Allora, il 2 giugno, cioè il giorno in cui il suo arti­colo si pubblica, redatto il giorno prima, vi è una conferenza stam­pa… anzi va in onda una intervista da parte di un Pubblico Ministe­ro della Procu­ra che smentisce le dichia­razioni pubblicate dalla Si­cilia quel giorno. Le risulta questo?

ZERMO. Sì.

AVV. TITA. Allora com’è possibile, mi spieghi, che l’indoma­ni, cioè il 3 (quindi articolo immagino scritto il giorno prima, il 2), sul Giorno, si insiste ancora sulla at­tribuzione autoscre­ditante, diciamo così, del delitto dal­la Chiesa da parte di Avo­la?

[…]

ZERMO. Rispondo: ho scritto perché ancora non era stato ac­certato se parlava di dalla Chiesa in effetti o no, era una cosa in itinere, an­cora abbastanza fumosa, può essere stato anche un errore giornali­stico, ogni tanto può capitare che potete sba­gliare, no?

AVV. TITA. Lei legge il «Giornale di Sicilia»?

ZERMO. Raramente.

AVV. TITA. Il «Giornale di Sicilia» già quel giorno smentisce que­ste dichiarazioni.

[…]

AVV. TITA. Le risulta che «La Sicilia», giorno 3 giugno pub­blica un articolo a firma R.S. nel quale si continua­no ad accu­mulare i due omicidi, con Avola come autore delle dichiara­zioni?

ZERMO. Non mi ricordo.

AVV. TITA. Lei sa chi si occupò di seguire la conferen­za stampa che la Procura di Catania, nella persona del dottor Ali­cata e degli altri sostituti, fece il 3 giugno?

ZERMO. No, io le ricordo che faccio l’inviato.

AVV. TITA. Sì, però mi ha detto prima che legge i gior­nali, si infor­ma, vede le emittenti private!

ZERMO. Sì, ma non lo seguo con particolare…

AVV. TITA. Vive a Catania, aveva scritto poc’anzi dei pezzi giorni prima, sullo stesso argomento, non credo che abbia ab­bandonato improvvisamente questo argo­mento di cui si era occupato!

ZERMO. Lei sa quanti articoli scrivo al giorno io?

AVV. TITA. Immagino tanti, però questi sono importan­ti, dot­tore Zermo.

ZERMO. Per lei!

AVV. TITA. No, credo anche per lei, dottore Zermo! Le risul­ta un articolo pubblicato il 4 giugno sulla Sicilia a firma di G. Bonaccorsi che parla di clamorose falsità at­tribuite al pentito sui delitti Fava e dalla Chiesa? Cioè si inverte ora il meccani­smo per cui Avola avrebbe detto falsità? Ora… per entrambi gli omicidi, anche quello Fava?

ZERMO. No.

[…}

AVV. TITA. Le risulta che il primo giugno del ’94, fino che il gior­nale andasse in stampa… il suo giornale La Sicilia, vi fu­rono dei contrasti circa la pubblicazione di quell’articolo? Quello a firma Salvatore Pernice per in­tenderci.

ZERMO. No.

AVV. TITA. Lei conosce il dottor Salvatore La Rocca?

ZERMO. Certo.

AVV. TITA. Chi è?

ZERMO. Il nostro collega che si occupa di giudiziaria.

AVV. TITA. Il dottore La Rocca le disse con chi aveva verifi­cato l’attendibilità della notizia o se l’aveva fatto, se aveva esercitato questo doveroso compito?

ZERMO. No, immagino che abbia chiamato qualcuno degli “addet­ti ai lavori” e che gli abbia dato un’informa­zione, ma dico, mi sem­bra ovvio questo, avrà chiamato qualche…

AVV. TITA. E da questi informatori…?

ZERMO. No, no lui si è affacciato…

PRESIDENTE (VIRARDI). Scusi avvocato Tita, il teste ha risposto no.

AVV. TITA. Lei poi successivamente non ha identifica­to que­sto in­formatore con qualcuno?

ZERMO. Non gliel’ho nemmeno chiesto. Io non chiedo le fonti ai miei colleghi, né dico le mie fonti ai miei col­leghi.

AVV. TITA. Ammetterà che la notizia è una notizia molto impor­tante!

ZERMO. Ma…

PRESIDENTE (VIRARDI). Altra domanda avvocato Tita, se ne ha.

[…]

AVV. TITA. Lei non ricorda quindi di un… diciamo così, di un pen­tito ante litteram di nome Luciano Gras­so? Parliamo del 18 luglio ’84.

ZERMO. No.

Sul caso Avola, dopo la parte civile, si soffermano anche gli av­vocati della difesa. E Zermo cade di nuovo in contraddizione nel ricostruire la sua telefonata con Pernice.

AVV. PASSANISI. Lei ha riferito di una telefonata di un col­lega di Messina di cui non ricordo il nome.

ZERMO. Sì, Salvatore Pernice.

AVV. PASSANISI. Che le diede questa notizia?

ZERMO. Sì, dice: «Non so altro».

AVV. PASSANISI. In quella occasione il Salvatore Per­nice le disse come aveva appreso questa notizia?

ZERMO. Dagli ambienti giudiziari che lui frequenta­va… Immagin­o, non gliel’ho chiesto.

PRESIDENTE (VIRARDI). Deve essere più preciso lei però, per una risposta di questo genere! Si rende conto che non è una corre­zione, ma è una contraddizione con quanto afferma­to un momento prima! Cerchi di essere più attento.

ZERMO. Sono molto disattento, purtroppo.

Al termine dell’interrogatorio è il PM Amedeo Bertone a trarre le conclusioni sull’attendibilità del teste Tony Zermo:

 

P.M. Certamente un problema, io non voglio anticipare un tema che sarà affrontato in altre occasioni, certamen­te un pro­blema di valuta­zione dell’attendibilità del teste Tony Zermo si dovrà porre. E si do­vrà porre nella misu­ra in cui abbiamo ap­preso che un inviato del quotidiano «La Sicilia» abbia appre­so soltanto da pettegolezzi di corridoio prima di entrare nell’aula di giustizia… di avere appreso certe notizie sui rap­porti tra il defunto Giuseppe Fava e la proprietà del «Giornale del Sud». È chiaro che in quell’ottica, se un giornali­sta, un os­servatore attento, una persona che dovrebbe sapere di tut­to, leggere di tutto, per essere informato e soprattutto per infor­mare la città, viene informato soltanto un attimo prima di en­trare in aula, niente di meno da Lo Turco, quello stesso Lo Turco fotografato as­sieme a Benedetto Santapaola in una foto che è agli atti di questo processo, allora è certo che un proble­ma di attendibilità del teste si pone!

Il dottor Bertone, nel suo intervento, commette una piccola inesattez­za, che correggerà lui stesso nell’udienza successiva: l’estemporaneo informatore di Zermo non è infatti il Lo Turco foto­grafato con Santa­paola (e cioè Salvatore Lo Turco, deputa­to regiona­le socialdemocra­tico che fu anche membro della Commisione Anti­mafia all’Ars), ben­sì il fratello Domenico. Precisazione dovero­sa, ma che non cambia in nulla la sostanza della cose. E nulla toglie allo spaccato di verità che quest’inter­rogatorio permette di osservare: uno spaccato che – quasi come in un pezzo del teatro di Pippo Fava – unisce l’impietosa esat­tezza della verità giudiziaria a una irresistibile dimensione tea­trale. Come si potrà apprezzare ascoltando integral­mente l’interrogatorio.

Molto più cauto di Zermo, all’udienza del 21 marzo 1997, Ma­rio Ciancio si è trincerato dietro l’inscalfibile muro dei “non so” e dei “non ricordo”. Fino a fornire di se stesso – quando la difesa di parte civile gli chiedeva di rispondere sui casi Asciolla e Zermo – un’immagine inedita ed eloquente: quello di un di­rettore di giornale che non legge mai i giornali. Nemmeno il suo.

 

AVV. TITA. – Nel luglio dell’84 lei si trovava presso il suo giorna­le?

CIANCIO. – Come faccio a ricordarmelo, non lo so; lu­glio dell’84, sono passati 13 anni.

AVV. TITA. – In quel periodo chi era che si occupava di cro­naca giudiziaria, dottore Ciancio?

CIANCIO. – Credo Asciolla, credo Asciolla.

[…]

AVV. TITA. – Lei ricorda un articolo pubblicato, appun­to, a firma Asciolla, che riguardava le rivelazioni di un pentito sull’omicidio Fava, di nome Grasso?

CIANCIO. – No, in particolare no, so che ci sono state pole­miche, perché poi ricordo che su questa storia di Asciolla si scrisse in se­guito, ma io non leggo la crona­ca nera del mio giornale; afferma­zione strana sulla boc­ca di un direttore, ma è la verità.

AVV. TITA. – Lei quindi non ricorda di questo episodio che ebbe un certo clamore al tempo proprio perché…?

CIANCIO. – Lo ebbe dopo la pubblicazione.

AVV. TITA. – Direi che la pubblicazione fu quanto meno intempe­stiva, perché fu lo stesso giorno in cui questo Grasso doveva essere sentito nel carcere di Bel­luno dal Giudice che doveva interrogarlo?

CIANCIO. – No, questi particolari non li ricordo.

AVV. TITA. – Lei non ricorda di essere stato anche im­putato, riten­go, di un processo proprio per queste rivela­zioni, in se­greto d’uffi­cio?

CIANCIO. – Imputato?

AVV. TITA. – Sì, insieme all’Asciolla?

CIANCIO. – Può darsi, non…, comunque non ho mai attribuit­o, devo essere preciso, non ho mai attribuito nes­suna impor­tanza per­ché io in quel caso ero imputato solo come direttore responsabile del giornale e siccome, le ripeto, non seguivo queste cose, era Asciolla che es­sendo un cronista di assoluta capacità, quindi Asciolla faceva il suo mestiere facendo gli scoop o facendo gli arti­coli quando aveva le notizie.

AVV. TITA. – Ecco. L’Asciolla da chi è che apprese, se lei lo ricor­da, di questa esistenza…?

CIANCIO.- Assolutamente no.

AVV. TITA. – Di un collaboratore?

CIANCIO. – Assolutamente no, come faccio a sapere chi dava le notizie all’Asciolla.

AVV. TITA. – Immagino, perché ci fu una vicenda suc­cessiva, che venne informato come direttore? È un fatto delicato quel­lo. Si trat­tava di un pentito … che riferiva sull’omicidio, avrebbe riferito anzi, secondo quello che è scritto sul suo giornale, dell’omicidio Fava?

CIANCIO. – Le ripeto che io questo particolare così preciso non lo ricordo, ricordo che ci fu allora qualcosa con Asciolla su polemi­che, ma Asciolla è stato sempre pieno di polemiche, non…

AVV. TITA. – Lei ha detto di conoscere bene l’Asciolla. Ri­corda se l’ Asciolla era in rapporti di amicizia con l’allora Pro­curatore ag­giunto Di Natale?

CIANCIO. – L’ho letto sui giornali. Suppongo di sì, che tutti i gior­nalisti devono essere in ottimi rapporti con i magistrati, questo è un principio di fondo.

AVV. TITA. – Senta, quindi di questo articolo non ha assolutam­ente ricordo delle polemiche successive?

CIANCIO. – Completamente no. Le ripeto, ricordo di avere letto successivamente queste polemiche, ma il fat­to mi ha la­sciato indif­ferente.

AVV. TITA. – Lei poc’anzi rispondendo alla mia doman­da quando le chiedevo, non senza motivo, se segue la concorren­za, ricorda di un comunicato dell’emittente Telecolor di quello stesso giorno, la sera, che stigmatiz­zava l’episodio…?

CIANCIO. – No, completamente no.

AVV. TITA. – Indicando come preoccupante una rivela­zione di que­sto tipo in quel momento?

CIANCIO. – Completamente no.

AVV. TITA. – Lei quindi su quel pezzo non ha esercitato il control­lo?

CIANCIO. – Ma io non lo esercito; su tutte queste cose lei crede che io possa esercitare il controllo su quello che scrive il mio croni­sta di giudiziaria oggi?

[…]

AVV. TITA. – Direttore, lei sa come si è giunti alla nuo­va fase, di­ciamo, delle indagini e quindi a questo pro­cesso che oggi si cele­bra?

CIANCIO. – No, questo in particolare no, non lo so, so che questo processo è aperto da sempre.

AVV. TITA. – Lei non sa che vi sono state delle rivela­zioni 10 anni dopo, esattamente 10 anni dopo l’84?

CIANCIO. – Io leggo i giornali e basta, di questa cosa so solo quel­lo che hanno stampato i giornali.

AVV. TITA. – Lei poc’anzi quando le ho chiesto dove fosse nel lu­glio ’84 ha manifestato disappunto, perché in effetti 12 anni fa è dif­ficile ricordare. Nel giugno del ’94 dove si trova­va?

CIANCIO. – Non lo so, io sono uno che sta due giorni la setti­mana a Roma, una volta a Milano e così via, non glielo so dire dove sono, se prendo l’agenda glielo dico.

AVV. TITA. – Su queste nuove rivelazioni che vi furono sull’omici­dio Fava negli ultimi anni, parlo del ‘93, ‘94, lei ri­corda il taglio giornalistico, il risalto che ha dato il suo quoti­diano?

CIANCIO. – Ricordo che il mio quotidiano ha dato il massi­mo dei risalti, questo sì, come sempre, non riesco a vedere lei cosa intende che io possa dirle. Io le ho, in principio, le ho detto: tutto questo che noi abbiamo fatto l’abbiamo fatto con spirito di assoluta verità giornalisti­ca, punto e stop, adesso non ricordo se i titoli erano a 5 colonne, a 6 o a 4, ma credo di aver dato il massimo ri­salto.

AVV. TITA. – Lei ricorda se il 2 giugno del ’94 venne pubbli­cato sull’argomento un articolo a firma di un suo redattore, tale Pernice Salvatore?

CIANCIO. – Pernice Salvatore non è un mio redattore, forse uno di Messina. Pernice?

AVV. TITA. – Esattamente?

CIANCIO. – È uno di Messina; no, non lo ricordo completam­ente, non conosco neanche Pernice, credo di averlo visto una volta o due volte in vita mia.

AVV. TITA. – Senta, come mai su un argomento così impor­tante che riguardava Catania, l’omicidio Fava, si trattava…

CIANCIO. – Quale, quale, scusi?

AVV. TITA. – Dicevo, come mai per un argomento così im­portante, si trattava dell’omicidio Fava, quindi un omicidio, diciamo, eccel­lente, con linguaggio giornali­stico catanese, scriveva Pernice che era un redattore, di cui lei non ricorda neanche di nome, di Messi­na, quel giorno?

CIANCIO. – Non lo so, probabilmente perché era qual­che no­tizia che veniva da Messina.

AVV. TITA. – Lei Tony Zermo lo conosce?

CIANCIO. – Certo, è un mio amico dai tempi del colle­gio, dal Leo­nardo da Vinci.

AVV. TITA. – Avete fatto le stesse esperienze giornali­stiche?

CIANCIO. – No, lui è molto bravo, io non faccio il gior­nalista come Tony Zermo.

AVV. TITA. – Senta, lei ricorda se Tony Zermo quello stesso giorno pubblicò un articolo sul giornale «Il Gior­no» di Mila­no?

CIANCIO. – Completamente no.

AVV. TITA. – E per quanto riguarda quello di Catania, lei sa chi ve­rificò la fondatezza delle notizie pubblicate dal suo quo­tidiano?

CIANCIO. – No, io le ripeto che tutte queste cose sulle pole­miche del giorno prima, del giorno dopo, ecc., non le seguo, non le seguo.

AVV. TITA. – Questo fu piuttosto eclatante.

CIANCIO. – Lei può chiedere a 50 redattori quale è la situa­zione al giornale, quindi…

 

La smemoratezza di Ciancio, durante l’interrogatorio, appare inscal­fibile, definitiva, enciclopedica. Eppure, sulla vicenda Avola, Ciancio mostrerà di ricordare un particolare molto im­portante: i contrasti tra Zermo e La Rocca sulla pubblicazione della falsa attribuzione ad Avola delle dichiarazioni sul genera­le dalla Chiesa. Contrasti dei quali Zermo aveva detto di non ri­cordare nulla, ma di cui Ciancio, in­calzato dalla parte civile, ri­ferisce dettagli insolitamente precisi.

 

AVV. TITA. – Io ho già chiesto proprio a Tony Zermo non in quest’aula, nell’altra aula, adesso chiedo a lei che è il direttore di quel quotidiano. Lei non ha ricordo se la sera prima della pubblica­zione di quell’articolo vi furo­no dei contrasti in reda­zione per la pubblicazione di quell’articolo?

CIANCIO. – Sì, questo me lo ricordo, questo me lo ri­cordo; ricordo che ci furono dei problemi perché un re­dattore soste­neva una cosa, un altro ne sosteneva un’altra.

AVV. TITA. – Lei ricorda se qualcuno di questi due ven­ne poi tra­sferito dalla cronaca giudiziaria?

CIANCIO. – Nessuno fu mai trasferito dalla cronaca giudizia­ria, trasferito, insisto sulla parola trasferito.

AVV. TITA. – Diciamo, dislocato mi suggerisce il colle­ga?

CIANCIO. – No, credo che ci siano stati 2 giorni o 3 giorni di, come dire, virgolette soprappensiero, di medi­tazione, di approfondim­ento. Comunque, queste sono cose che segue il mio capo redatto­re, non le seguo io.

AVV. TITA. – Il titolo dell’articolo era: Avola accusa 5 giudici e il sottotitolo: E dice di essere l’autore degli omicidi Dalla Chiesa e Fava, ma gli inquirenti nutrono molti dubbi sulla sua credibilità. Lei ricorda meglio adesso, direttore?

CIANCIO. – Io le dico che non ricordo l’articolo, quindi non posso ricordare il titolo.

AVV. TITA. – L’articolo mi pare che […] mettesse dub­bi sulla cre­dibilità di questo collaboratore di giustizia…

CIANCIO. – Avvocato, se vuole glielo ripeto…, non li leggo questi articoli, come glielo devo dire.

AVV. TITA. – Le dico questo perché è la stessa «Gaz­zetta del Sud» di cui lei ha una partecipazione azionaria di minoranza ma rilevan­te, a firma del suo corrispon­dente di Catania – quindi la vicenda evidentemente era catanese, non messinese come lei ci ha detto pri­ma – già quel giorno smentiva che Avola avesse mai parlato dell’omicidio Dalla Chiesa come in­vece nel corpo dell’articolo face­va «La Sicilia». Lei ricorda questo par­ticolare?

CIANCIO. – Avvocato, posso ripeterle sempre la stessa cosa, non ho letto quegli articoli, quindi non posso ri­cordare niente su queste cose.

AVV. TITA. – Lei non fu avvertito dei problemi che sor­sero per la pubblicazione di questo articolo successiva­mente?

CIANCIO. – L’unica cosa che ho saputo era che c’era stato un di­verbio tra due redattori della Sicilia, punto e stop, ed ho pre­gato il mio capo-redattore di chiarire la cosa e di chiudere la vicenda, ma non sul contenuto, il contenuto per me era indif­ferente.

AVV. TITA. – Senta, e di reazioni nel mondo giudiziario da parte degli inquirenti lei ricorda quel giorno, i giorni successi­vi, nell’immediatezza…?

CIANCIO. – So che ci sono state polemiche su queste cose, ma tor­no a dirle per la centesima volta che non mi interessa­no, cioè io non le seguo queste cose.

AVV. TITA. – Lei quel 2 giugno non ricorda di aver vi­sto un’intervi­sta televisiva nella quale si smentiva per bocca di un Pubblico Mi­nistero del Tribunale che l’Avo­la si fosse accusato del delitto Dalla Chiesa?

CIANCIO. – Torno a dirle per la centesima volta che non se­guo queste cose e quindi non ho visto l’intervista televisiva alla quale lei allude.

AVV. TITA. – Quindi lei non ricorda se si decise una li­nea editoria­le all’indomani, pubblicata…?

CIANCIO. – La linea editoriale, glielo ripeto per la cen­tesima vol­ta…

AVV. TITA. – Dottore, lei qui è come testimone, quindi anche mille volte.

CIANCIO. – La linea editoriale è quella di fare un gior­nale di infor­mazione completo, pieno, democratico, aspetti quale era la formula prima, la formula non me la ricordo, quando c’era l’arco costituzio­nale, ecc. ecc.; cioè noi facciamo un giornale di informazione, non fac­ciamo un giornale politico, non vo­gliamo né favorire, né sfavori­re nessuno, non ci importa nien­te.

AVV. TITA. – Senta, il 3 giugno sempre del ’94 il «Gior­nale di Sici­lia», nel quale lei ha una partecipazione rile­vante…

CIANCIO. – No, irrilevante.

AVV. TITA. – Irrilevante.

CIANCIO. – Me lo hanno anche scritto a proposito di una re­cente polemica che c’è stata, che io sul «Giornale di Sicilia» non conto nulla, me l’ha scritto il mio collega ed amico Anto­nio Ardizzone.

AVV. TITA. – Pubblica un articolo, dicevo, «Il Giornale di Si­cilia» dal titolo: Catania, i giudici sul pentito. Non ha parlato di Dalla-Chiesa. Lei ricorda questo…?

CIANCIO. – Non lo ricordo completamente, poi il «Giornale di Si­cilia» io non è che lo legga ogni mattina, non riesco a leggere «La Sicilia», figuriamoci se leggo «Il Giornale di Si­cilia».

AVV. TITA. – Senta, lei ha memoria, rammenta che, il 3 giu­gno vi fu una conferenza stampa da parte della Pro­cura di Ca­tania con i suoi massimi esponenti proprio per far chiarezza su queste rivela­zioni, di cosa si fosse accusato e di cosa non si fosse accusato?

CIANCIO. – Per la centesima volta le rinnovo la mia dichiaraz­ione, non seguo queste polemiche.

AVV. TITA. – Ma riguardavano il suo giornale, è co­munque un fat­to…?

CIANCIO. – Sì, ma riguardavano il mio giornale per delle cose per le quali io non mi occupo.

AVV. TITA. – E allora posso sapere di cosa si occupa, diretto­re, del suo giornale?

CIANCIO. – Glielo ho detto, do indirizzi e basta. Io sono il padrone del giornale, non solo il direttore, quin­di mi preoccu­po di mille cose ma non dei particolari.

AVV. TITA. – Volevo capire se una vicenda così impor­tante […] avesse da parte sua…

CIANCIO. – Ho dato incarico a chi di competenza di chiarire il pro­blema.

AVV. TITA. – Senta, il quotidiano «L’Unità» lo legge, lo sfo­glia?

CIANCIO. – No, assolutamente, una volta l’anno.

AVV. TITA. – Quindi non sa che il 5 giugno del ’94 il Dottore Ama­to, Pubblico Ministero, parlò di una strate­gia per scredi­tare il penti­to Avola da parte di qualcuno?

CIANCIO. – Completamente no.

AVV. TITA. – Senta direttore, noi stiamo celebrando un pro­cesso per l’omicidio di un giornalista…

CIANCIO. – Io sono estremamente rammaricato del fat­to di non potere essere utile.

AVV. TITA. – Lei facendo questo lavoro così delicato come quello di Fava, ha mai avuto problemi nel fare giornalismo in Sicilia?

CIANCIO. – Non ho capito la domanda, scusi.

AVV. TITA. – Dicevo, lei come giornalista ha mai avuto pro­blemi nel fare giornalismo in Sicilia? In fondo fa lo stesso la­voro che fa­ceva il Fava.

CIANCIO. – Io ho avuto sempre problemi nella mia vita, ne ho avuti tanti, mi hanno messo le bombe, mi hanno tagliato gli alberi in campagna, mi hanno messo le teste di capretto ecc., ecc., ma io sono un uomo… sono un ottimista, io vivo col sorriso sulle labbra, avvo­cato.

Con il sorriso sulle labbra, probabilmente, Ciancio ha accolto a suo tempo la notizia che la denuncia per favoreggiamento pre­sentata dal­la redazione de «I Siciliani» per la gestione del caso Avola non aveva avuto alcun seguito. La vicenda è stata richia­mata recentemente, du­rante il dibattimento del processo a Ma­rio Ciancio, dall’avvocato Goffredo D’Antona che assiste la fa­miglia Montana, parte civile nel processo.

L’episodio non risul­ta invece inserito nel procedimento ce­lebrato da­vanti alla sezio­ne Misure di prevenzione, così come non vi figura neanche il caso Asciolla. La Procura ha infatti deciso di con­centrare l’indagine su un numero circoscritto di episodi. Che il Tribu­nale, in primo grado, ha ritenuto sufficienti a delineare «la “protezion­e me­diatica” accordata dal Ciancio Sanfilippo a Cosa No­stra». Ma che certamente non esauriscono la lunga sto­ria di silenzi e di depistaggi che è possibile leggere sfogliando la collezione de «La Sicilia».

 

“Egregio direttore” (2008)

 

«La ringrazio per l’ospitalità che vorrà concedermi sul suo giornale». Si chiude così la lettera di Vincenzo Santapaola indi­rizzata al diretto­re del quotidiano La Sicilia, Mario Ciancio Sanfilippo, e pubblicata il 9 ottobre del 2008. Allora Vincenzo Santapaola, figlio del boss Nitto Santapaola, era al centro delle operazioni della magistratura Plutone e Orsa Maggiore 2, rite­nuto capomafia catanese e detenuto in regime di 41 bis in un carcere di massima sicurezza.

Mai quella lettera sarebbe potuta uscire dal carcere ed essere pubbli­cata su un giornale, ma ciò avviene lo stesso. La redazio­ne de «La Si­cilia» decide di pubblicarla a pagina 37, nell’inser­to di cronaca di Ca­tania, con un titolo su fondo nero: Lettera dal car­cere – Santapaola jr: contro di me pregiudizi perché porto un nome pesante. [vedi foto 9]

«Vincenzo Santapao­la, 38 anni, il maggiore dei figli di Be­nedetto Santapaola – scri­ve «La Sicilia» – ci invia da un carcere del Nord Ita­lia dove si trova al 41 bis, questa lettera». Nessuno scrupolo nell’indi­care l’invio della lettera da un regime carcerario la cui ratio è pro­prio quella di impedire la comunicare con l’esterno, in quanto tale comu­nicazione potrebbe essere utilizzata per continuare a esercitare il ruo­lo e il potere mafioso di chi a questo regime è sottoposto.

È lo stesso Vincenzo Santapaola, nella sua lettera a «La Sici­lia», a vantare la reclusione in regime di 41 bis:

«Egregio Direttore, mi trovo in un carcere di massima sicu­rezza, detenuto in regime di 41 bis, proprio quel re­gime crea­to per i dete­nuti considerati i più pericolosi, capaci di dare or­dini ad associazio­ni criminali anche dal carcere; un regime che, anche nel mio caso, è assoluta­mente ingiustificato, come ingiustificata è la mia detenzio­ne. Ma questo è un altro di­scorso che, con i miei av­vocati, affronto in altre sedi».

E prosegue:

Scrivo al suo giornale interrompendo il mio silenzio, rischiand­o di essere ulteriormente strumentalizzato, affin­ché io possa dire la mia «verità». Scrivo a voi per pre­sentarmi personalmente a tutti coloro che hanno avuto modo di cono­scermi esclusivamente da ciò che i mass­media dicono di me, identificandomi come un «mafio­so», come «delfino», come «erede» di mio padre.

Santapaola esordisce dunque come se, della facoltà di parlare al pub­blico da libero cittadino, si fosse privato autonomamente e non per disposizione dei giudici dopo fatti criminali. Ma su questo non c’è nessun commento della redazione de «La Sici­lia», che si limita a in­tervenire nella lettera con una piccola pa­rentesi che indica nomi e co­gnomi degli avvocati che seguono Vincenzo Santapaola, Francesco e Giuseppe Strano Tagliareni.

Dal 1994 ad oggi ho trascorso 11 anni della mia vita ne­gli istituti penitenziari, non perché io sia un pericoloso criminale o per aver commesso chissà quali reti, ma perché porto un nome «pesante», «discusso», «odioso» e «chiacchierato». Sono stato rimesso in li­bertà circa tre anni orsono. Nel 2005 sono rimasto vittima di un grave incidente stradale. Ho passa­to due mesi, successivi all’inci­dente, in coma; poi altri otto mesi tra ospedali e centri riabilitativi paralizzato dalla vita in giù. Ho subito quattro delicati interventi chirurgici al bacino e altri sei mesi in una sedia a rotelle. Oggi mi reggo in piedi, an­che se con non poche difficoltà e con l’aiuto di due stam­pelle. Tre anni trascorsi a curarmi e non certo a de­linquere come oggi si vuol fare credere. Ho sulle spalle 11 anni di car­cere…

Dio quanto pesano, soprattutto per chi come me, li ha addosso non per espiare una pena definitiva, ma nella logorante attesa di tempi tecnici del processo penale. Assieme ai miei avvocati ho affrontato innumerevoli battaglie per cercare di dimostrare la mia innocenza, qualcuna l’ho vinta, qualche altra no. Pur­troppo lottare contro i pre­giudizi è difficile, mi viene da pen­sare al mi­tico Don Chisciotte contro i mulini a vento. C’è gente che con pregiudizio mi giudica e mi considera in base a ciò che si è detto e scritto su di me, additan­domi come un cri­minale. C’è gente che crea leggende sul mio con­to e sui miei familiari. Ci sono altri che usano il mio nome in modo scelle­rato per i loro loschi interessi, per vanto, per ignoranza. Que­sti ultimi sono quelli che più mi dan­neggiano e che contribui­scono in modo determinante a far sì che il «mito Santapaola» resti sempre in vita mio malgrado.

Oggi mi rivolgo alla vostra cortesia perché purtroppo anche la mia vicenda processuale, per la quale sono ora detenuto, na­sce da una situazione alla quale è mia ferma intenzione porre rimedio, sebbene essa sia indipendente dalla mia volontà e dalle mie azioni. Infatti mi trovo in­dagato perché nel corso di alcuni colloqui, intercettati nel carcere di Catania, un detenuto parla di un tale «En­zuccio » (che l’Autorità giudiziaria ha ri­tenuto essere la mia persona) e rac­comanda a un congiunto di prendere contatto con lui (incidental­mente osservo che, anche a concedere che i due parlino di me, tale incontro, come pro­vato in atti, non è mai avvenuto). Ebbene, pur­troppo debbo constatare che il nome che porto è per me (come per mio fra­tello Francesco) una continua fonte di guai, a causa di per­sone, che, anche senza conoscermi, anzi nella quasi totalità sen­za conoscermi, usano e abusano del mio nome e di quello del­la mia fa­miglia. E ciò av­viene quotidianamente in questa cit­tà, che non rie­sce a dimenticare pagine di cronaca e di storia ormai lontane e chiuse.

Personaggi a me ignoti, per i loro scopi che a me non interes­sano, continuano a fare il mio nome e a presenta­re il mio co­gnome come etichetta, la cui natura non mi appartiene. Oggi con forza e decisio­ne intendo afferma­re pubblicamente che tali persone, i loro scopi, le loro azioni, sono a me ignoti ed estranei. Non ho, non abbia­mo nulla da spartire con chiunque pretenda di usare il nostro nome sub­dolamente. Chiedo di es­sere giudicato soltanto per le parole e le azioni che sono a me diretta­mente conducibili, parole e azioni che non hanno nulla di illecito, perché il mio desiderio è soltanto di es­sere e di vi­vere da persona «normale», senza che nessuno si arroghi il di­ritto di parlare per conto mio.

Sono Vincenzo Santapaola, un uomo che vuole vivere una vita da uomo qualunque, perché nel mio spirito, nel mio inti­mo, nel mio essere, io sono e mi sento un «uomo qualunque ». Mi perdoni lo sfogo e la ringrazio per l’ospitalità che vorrà concedermi sul suo giornale».

La lettera non passa inosservata. Immediate sono le reazioni istituzion­ali. L’allora parlamentare Claudio Fava alza la voce: «Il ca­pomafia catanese Vincenzo Santapaola, detenuto in un carcere di massima sicurezza con il regime del 41 bis, ha trova­to il modo per aggirare l’isolamento e farsi beffe della giustizia grazie alla disponi­bilità del quotidiano locale La Sicilia, che oggi ha pubblicato, in bella evidenza, una sua lunghissima let­tera dal carcere. Quella lettera entra nel merito di indagini aper­te e di testimonianze raccolte dai magistra­ti e possiede un ecla­tante carattere intimidatorio: eppure il direttore de La Sici­lia, Mario Ciancio, non si è fatto scrupolo di pubblicarla senza una riga di commento. Un atto di subalternità grave, in viola­zione della legge che per Santapaola, come per il padre Nitto, pre­scrive l’assoluto isolamento carcerario. Ancor più grave per­ché si consuma grazie alle cortesie di un giornale siciliano, in una terra che ha già contato otto giornalisti ammazzati dalla mafia: uno di loro, certamente, per opera della famiglia Santa­paola».

E interviene il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenzia­ria. «In ordine a quanto apparso sul quotidiano La Sicilia, il di­partimento dell’amministrazione penitenziaria comunica che sono in corso gli opportuni accertamenti per verificare con qua­li modalità sia stato possibile che la lettera di una persona dete­nuta al 41 bis sia stata pub­blicata sul quotidiano».

Il 9 ottobre 2008, con un trafiletto a pagina 32, «La Sicilia» ri­porta “il caso”. «Il Dap indaga sulla lettera di Santapaola Jr». Nell’articolo la Direzione del giornale precisa (non lo aveva fatto contestualmente alla pubblicazione) che la lettera «è stata consegnata a La Sicilia da­gli avvocati Francesco e Giuseppe Strano Tagliareni, legali di Vin­cenzo Santapaola».

Il 12 ottobre 2008 «La Sicilia» torna sulla lettera di Santapaola, a pa­gina 39. I passaggi ricostruiti dal Dap – Autorizzato dal Gip l’invio della lettera di Santapaola jr. L’articolo, la cui fonte è un lancio di agenzia dell’ANSA, ricostruisce la vicenda così:

La lettera scritta da Vincenzo Santapaola, figlio del boss cata­nese Nitto, pubblicata giovedì scorso dal quotidiano «La Sici­lia », è stata spedita più di un mese fa dal carce­re in cui il de­tenuto si trova. La missiva era indirizzata alla sorella, che vi avrebbe apportato alcune correzioni. La lettera è poi stata consegnata ai legali di Santapaola che l’hanno inoltrata al giornale. Il retroscena – ne ha dato notizia ieri sera l’agenzia Ansa – emerge dall’inda­gine avviata dal Diparti­mento dell’amministrazione pe­nitenziaria che ha ricostruito i vari passaggi dello scrit­to, la cui pubblicazione ha sollevato nume­rose polemi­che. La lettera di Santapaola era stata bloccata, come da pro­cedura per chi è sottoposto al carcere duro previ­sto dal 41 bis, da parte dell’ufficio censura del carcere. A «sbloccarla» è stato il gip Laura Benanti, del tribunale di Ca­tania, che ha permesso in questo modo l’uscita dal carcere della lettera inviata alla figlia del capo­mafia ca­tanese, che è all’ergastolo anche per essere il mandan­te dell’uccisione del giornalista Giuseppe Fava.

Ma in realtà nessun giudice ha mai autorizzato l’invio della let­tera di Vincenzo Santapaola. Il 17 ottobre 2008 «La Sicilia» è costretta a pubblicare a pagina 33 una lettera inviata da Rodol­fo Materia, presi­dente della sezione GIP presso il Tribunale di Catania».

SMENTITA DEL PRESIDENTE FACENTE FUNZIO­NI DELL’UFFICO GIP DEL TRIBUNALE «Nessun giudice ha auto­rizzato l’invio della lettera di Santapao­la»

Dal dott. Rodolfo Materia, presidente facente funzioni della sezione del giudice per le indagini preliminari presso il Tribu­nale di Cata­nia, abbiamo ricevuto e pub­blichiamo:

«Lo scorso 9 ottobre è stata pubblicata sul quotidiano “La Si­cilia” una lettera fatta pervenire dal detenuto San­tapaola Vin­cenzo, sotto­posto al regime carcerario spe­ciale di cui all’art. 41 bis O.P. La no­tizia che di per sé ha creato sconcerto nell’opinione pubblica è di­ventata ancora più inquietante quando il successivo 12 ottobre è stato pubblicato un altro ar­ticolo che spiegava come detta lettera fosse uscita dal carcere. Già il titolo antici­pava: “Autorizzato dal Gip l’invio della let­tera di Santa­paola junior”, seguivano, poi, più specifiche indi­cazioni con ulteriori precisazioni che “i passaggi (erano stati) ri­costruiti dal Dap”, avvalorando, in tal modo la veridi­cità della notizia. Poiché questa ricostruzione dei fatti non rispon­de a verità, invito ai sensi dell’art. 8 della legge sulla stampa a pubbli­care la presente rettifica volta a ri­pristinare la verità dei fatti. Nes­suno dei Magistrati del mio Ufficio, succedutisi nella trattazione del processo a carico di Santapaola Vincenzo, ha mai autorizzato l’invio di qualsiasi missiva del predetto San­tapaola, de­stinata, sep­pur indirettamente, agli organi di stam­pa. Pertanto, la notizia così come pubblicata risulta grave­mente lesiva della dignità e professio­nalità dei Magi­strati dell’Ufficio Gip di Catania, i quali con tanto senso di respon­sabilità operano quotidianamente al servizio della Giustizia».

«Nessuno dei Magistrati del mio Ufficio, succedutisi nella trat­tazione del processo a carico di Santapaola Vincenzo, ha mai autorizzato l’invio di qualsiasi missiva del predetto Santapaola, destinata, seppur indirettamente, agli organi di stampa». Le pa­role del magistrato smentiscono categoricamente la versione pubblicata da «La Sicilia» e fornita dall’agenzia ANSA. La ri­costruzione dei fatti, attribuita al Dap, non risponde a verità.

Il 19 dicembre 2013 Vincenza Nauta, moglie di Vincenzo San­tapaola, è sentita quale testimone nell’udienza del processo Iblis sulla mafia catanese.

 

Mio marito nell’ottobre 2008, attraverso ovviamente gli avvo­cati, rese pubblico un suo pensiero. Gli avvocati hanno ritenu­to utile pubblicarlo sul giornale. Si trattava appunto di una let­tera. Una pubblica dissociazione a quello che è l’ambiente malavitoso.

Da lì a un dieci, quindici giorni circa, mi ricordo benis­simo ero a casa con mia cugina Rosalba e suonarono al citofono, ri­sposi e chiesi chi era. Mi dissero che c’era posta da firmare per Santapaola Vincenzo. Dissi che sta­vo per scendere ma dall’altra parte del cito­fono mi dis­sero stranamente, “se mi dice che piano è, vengo su io”. Risposi di no, che stavo scen­dendo e che l’avrei rag­giunto. La cosa mi suonò strana perché non mi era mai successa, noi abitiamo al settimo piano. Non mi era mai successo che il postino mi dicesse di venire su. Dissi a mia cugina di affrettarsi perché dovevamo scen­dere che c’era posta da ritirare. Scendendo, uscii dall’ascensore e c’era un uomo che guardava le cassette della posta, al che uscendo dall’ascensore anticipai mia cugina e a di­stanza di tre metri dalle cassette della posta dissi “buon­giorno, prego”. La persona mi rispo­se chiedendomi se ero la sorella di Enzo. Ri­sposi che ero la convi­vente in quanto a quei tempi non erava­mo ancora sposati. Mi avvicin­ai alla persona e lui fece qual­che passo e mi disse questo: “Fatici sapiri a Enzo ‘ca nun si permetti di scri­viri certi cose ntu giurnali”. Al che la persona andò via. Aveva lo sguardo di una per­sona molto cattiva. In quel periodo mio marito era detenuto a Opera al 41 bis.

Capii che quella persona era Santo La Causa (esponente di primo piano della mafia catanese) nell’ottobre 2009 quando eravamo a casa, con mio marito a cui erano stati concessi gli arresti domicilia­ri. Eravamo a pranzo, ci stavamo vedendo i Simpson e improvvisa­mente hanno dato la notizia, come noti­zia straordinaria. Hanno dato la notizia che durante un sum­mit avevano arrestato tante persone tra cui proprio Santo La Causa, tra i latitanti più pericolosi ricercati in quel momento. Io riconobbi quell’uomo, come il postino che mi aveva citofo­nato l’anno prima.

Lo dissi a mio marito che mi chiese infinite volte se ero sicura che fosse lui. Appena comprese che ne ero sicura mi abbrac­ciò forte e si mise a piangere. Mi disse che era una persona malvagia, cattiva e che avevo rischiato molto.

 

La lettera di Vincenzo Santapaola indirizzata a Mario Ciancio, quale Direttore e pubblicata integralmente senza alcuna nota da La Sicilia è uno degli elementi di dibattimento nel processo a carico di Mario Ciancio per concorso esterno in associazione mafiosa.

 

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