Mafia-Stato La trattativa continua ora - I Siciliani Giovani

Mafia-Stato La trattativa continua ora

Trattative per evitare attentati, trattative per difendere il potere politico, trattative per instaurarne uno nuovo. Difficile, in tutti questi anni, distinguere fra chi – fra gli uomini dello Stato – trattò “a fin di bene” e chi per fini eversivi. Comunque le trattative ci furono – e questo ormai non lo nega più nessuno – e uno dei principali “ambasciatori” fu il boss dei boss messinese, Rosario Cattafi. Che adesso sta continuando a “trattare”, riempiendo cartelle su cartelle

Un immenso cratere in autostrada, allo svincolo per Capaci. Il gran botto in via d’Amelio, carcasse d’auto e corpi straziati. Poi le bombe e le stragi a Roma, Firenze, Milano. L’offensiva mafiosa, la sapiente direzione strategica delle centrali del terrore. E la trattativa degli apparati infedeli dello Stato. Sino alla capitolazione: la seconda repubblica di matrice neoliberista, i nuovi interlocutori politici all’ombra del biscione, il colpo di spugna sul carcere duro per boss e gregari. Vent’anni di segreti e veleni, una tragedia infinita su cui indagano senza sosta tre Procure. Per inchiodare i mandanti dal volto coperto, esecutori e protettori, spie e doppiogiochisti. Nonostante i non ricordo di ex ministri e presidenti.

Sui presunti registi e intermediari della trattativa tra Stato e Antistato girano nomi eccellenti. Alcuni sono deceduti e non potranno fornire chiarimenti né difendersi. I Pm di Palermo nutrono forti sospetti sull’allora capo della polizia Vincenzo Parisi. E sull’alto dirigente del Sisde, il servizio segreto civile, Bruno Contrada. Nella black list c’è pure l’ex capo dei Ros dei Carabinieri e direttore del Sisde, Mario Mori. O l’ex ministro Calogero Mannino che, secondo gli inquirenti, avrebbe esercitato “indebite pressioni finalizzate a condizionare in senso favorevole a detenuti mafiosi la concreta applicazione del 41bis”: nel novembre ’93 fu deciso di non rinnovare il carcere duro a 326 mafiosi, 45 dei quali ai vertici di Cosa nostra, ‘Ndrangheta, Camorra e Sacra corona unita.

Gli inquirenti ipotizzano che tra i consiglieri dell’ammorbidimento del regime detentivo nei confronti della criminalità organizzata ci fosse l’allora vicecapo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) Francesco Di Maggio, il magistrato tutto d’un pezzo scomparso prematuramente nel 1996, noto per l’inchiesta sulla scalata criminale di Angelo Epaminonda “il Tebano”, il re delle bische e della droga di Milano, convertito in collaboratore di giustizia. Dopo un breve e travagliato periodo all’Alto commissariato antimafia, Di Maggio aveva preferito trasferirsi a Vienna per fare da consulente giuridico dell’agenzia antidroga delle Nazioni Unite. Poi inaspettatamente, nel ’93, veniva chiamato a Roma per assumere l’incarico di supervisore delle carceri italiane. Ciò ha insospettito i Pm palermitani: non aveva alcuna competenza specifica per quel ruolo, non era magistrato di corte d’appello, titolo richiesto dalla legge. Per aggirare l’ostacolo fu nominato consigliere di Stato.

Chi e perché lo volle alla guida del Dap? “L’ho scelto io”, ha spiegato Conso. “Era una persona che andava un po’ in televisione, quindi era combattivo, attivo, era un esternatore e mi era parso molto efficace”. Di diverso parere l’allora capo del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Adalberto Capriotti. “Ebbi l’impressione che a Conso, a sua volta, Di Maggio gli fu imposto”, ha raccontato. E i rapporti tra il guardasigilli e il magistrato erano tutt’altro che idilliaci. “Una volta ho assistito a una violentissima lite tra i due”, ha aggiunto. “Mi misi di mezzo perché Di Maggio, oltre a dargli del tu, insultava Conso e io non potevo permetterlo…”.

Il 29 ottobre 1993 Capriotti aveva sottoscritto una nota in cui si chiedeva a diverse autorità istituzionali un parere sull’eventuale proroga del 41bis a oltre trecento detenuti “per creare un clima positivo di distensione nelle carceri”, spiegava il capo del Dap. La nota fu poi consegnata a Conso dall’allora capo di gabinetto del ministero, Livia Pomodoro, odierna presidente del Tribunale di Milano. “Il ministro mi diede la direttiva di attendere ulteriori aggiornamenti, che avrebbero dovuto essere forniti dal vicecapo Di Maggio”, racconta Pomodoro. Nessuno però è in grado di ricordare cosa poi veramente accadde e quale fu davvero il ruolo del magistrato richiamato da Vienna.

Quello stesso Di Maggio che in un’intervista in piena stagione terroristica si era dichiarato “decisamente a favore” del carcere duro per i mafiosi. “Era ritenuto un forcaiolo al Dap perché voleva mantenere il 41bis, ma riteneva che la sua linea fosse disattesa dal Ministero degli Interni”, ha rivendicato il fratello, Salvatore Di Maggio, all’udienza del processo che vede imputati il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra dopo la mancata cattura del superboss Bernardo Provenzano nel 1995.

A rendere più fitto il mistero è spuntato un vecchio verbale d’interrogatorio dell’ispettore della polizia penitenziaria, Nicola Cristella, che fa il punto sulle frequentazioni di allora di Francesco Di Maggio. Cristella avrebbe dichiarato che, nell’estate delle bombe del ’93, il magistrato era solito cenare con il giornalista Guglielmo Sasinini, poi finito sotto inchiesta per i dossier illegali di Telecom, l’immancabile generale-prefetto Mori e il colonnello dei carabinieri Umberto Bonaventura, morto nel 2002 per arresto cardiocircolatorio.

Figlio del capocentro del Sifar a Palermo fra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70, Bonaventura era stato prima membro dei nuclei antiterrorismo del generale Dalla Chiesa, poi capo della 1^ divisione del Sismi, il servizio segreto militare subentrato al Sifar. Cene sospette. Inopportune. Inquietanti. Quasi a confermare la relazione privilegiata tra Mario Mori e il giudice Di Maggio un’annotazione nell’agenda personale del militare, alla data del 27 luglio 1993, vigilia della notte in cui esplosero tre autobombe, la prima a Milano e le altre due a Roma, a San Giovanni in Laterano e davanti alla chiesa di San Giorgio al Velabro. “Per prob. detenuti mafiosi” c’è scritto in riferimento ad un appuntamento fissato quel giorno con Di Maggio.

Stranamente, cinque mesi prima, la mattina del 27 febbraio, presso la Sezione Anticrimine di Roma, Mori aveva incontrato il magistrato (ancora consulente dell’agenzia antidroga dell’Onu) per discutere sull’omicidio del giornalista de La Sicilia Beppe Alfano, assassinato dalla mafia l’8 gennaio 1993 a Barcellona Pozzo di Gotto. E da quanto accertato dal Pm di Firenze, Gabriele Chelazzi, recentemente scomparso, Di Maggio e Mori s’incontrarono nuovamente il successivo 22 ottobre, congiuntamente all’allora colonnello Giampaolo Ganzer, poi comandante del Ros, condannato il 12 luglio 2010 dal Tribunale di Milano a quattordici anni di reclusione e 65 mila euro di multa per traffico di stupefacenti, falso e peculato.

Come Alfano, anche Francesco Di Maggio era originario di Barcellona, il maggiore centro tirrenico della provincia di Messina. E barcellonesi sono pure alcuni dei padrini in odor di massoneria e servizi segreti entrati a pieno titolo nelle cronache nere italiane di quegli anni o certi strani garanti dell’impunità e del depistaggio istituzionale. Mere coincidenze, forse.

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