Mafia-Stato La trattativa continua ora – Pagina 4 – I Siciliani Giovani

Mafia-Stato La trattativa continua ora

Stando a Cattafi, al faccia a faccia con il magistrato si aggiunsero in un secondo tempo anche i carabinieri del Ros. “Al bar giunsero cinque-sei persone, alcune delle quali in divisa ed altre in borghese. Ricordo ancora che Di Maggio mi presentò nominativamente tutti i carabinieri presenti. Anzi aggiunse che per le eventuali esigenze avrei dovuto contattare due di essi (…). Qualcuno di questi ufficiali era particolarmente spiritoso e raccontava barzellette. Non escludo che fra costoro ci fosse anche il generale Mori, ma onestamente non posso dirlo con certezza”. Il racconto, in verità, è poco convincente. “Ma se Cattafi da decenni è in rapporti con Santapaola perché rivolgersi a terzi per avere un tramite?”, si domanda l’avvocato Fabio Repici nell’e-book “La peggio gioventù”, pubblicato con il numero scorso de I Siciliani giovani. “E perché poi incontrare il giudice a Messina quando Cattafi poteva incontrarlo più comodamente in qualche ufficio romano?”

Lo stesso Santapaola fu arrestato a Mazzarrone, in provincia di Catania, il 18 maggio 1993, qualche giorno dopo il presunto incontro Cattafi-Di Maggio a Messina e dopo aver liberamente scorrazzato “latitante” nel barcellonese almeno fino al 29 aprile di quell’anno. Una prova certa della presenza di Santapaola nella città del Longano è emersa dalle intercettazioni telefoniche e ambientali avviate subito dopo l’uccisione del giornalista Beppe Alfano. E come poi accertato dal Servizio anti-criminalità organizzata della Guardia di Finanza, tra il 30 aprile e il 2 maggio 1993, in un hotel della città di Milazzo avevano preso alloggio il fratello di don Nitto, Giuseppe Santapaola, sua moglie, i quattro figli e il pregiudicato catanese Salvatore Di Mauro. Responsabile dell’ufficio contabile di quell’albergo era il barcellonese Stefano Piccolo, commercialista di fiducia di Rosario Cattafi. E la moglie, Ferdinanda Corica, ha ricoperto sino a tempo fa l’incarico di rappresentante legale e socia della Dibeca Sas, la società tuttofare della famiglia Cattafi oggi tra i beni posti sotto sequestro dalla DDA peloritana. Strane coincidenze. Davvero.

Rosario Cattafi ha pure spiegato di avere avuto un altro contatto con Francesco Di Maggio nel carcere di Opera tra il 1994 e il 1995, dopo il suo arresto nell’ambito dell’inchiesta sui traffici di armi e droga nell’Autoparco di Milano. “Mentre ero detenuto a Milano fui convocato nella stanza del direttore, dottore Fabozzi”, riferisce Cattafi. “Una volta che venni portato lì trovai il dottor Di Maggio. Costui mi comunicò che presso il carcere di Opera era o forse sarebbe arrivato il palermitano Ugo Martello, che io non conoscevo. Di Maggio mi disse che si trattava di un personaggio importante appartenente alla mafia palermitana e che proveniva dal 41bis e che era stato collocato nel mio stesso carcere e nella mia stessa sezione. Di Maggio mi chiese di recare un preciso messaggio al Martello che doveva essere poi recapitato agli altri mafiosi palermitani. Il Martello, in sostanza, doveva riferire che si doveva portare avanti il discorso della dissociazione e che in cambio costoro avrebbero ricevuto dei vantaggi da parte delle Istituzioni. Di Maggio mi specificò che in questo modo, ci sarebbe stato un atteggiamento di emulazione da parte dei mafiosi cosicché dopo le prime dissociazioni ben presto ne sarebbero arrivate tante altre. Di Maggio mi fece l’esempio del bastone e della carota e mi disse che la carota sarebbe conseguita a questa eventuale dissociazione. Mi ribadì che io potevo promettere qualsiasi cosa…”.

La lusinghiera proposta avrebbe però scatenato le proteste del pregiudicato. “Gli risposi male, rinfacciandogli che mi ero prestato a recare il messaggio a Cuscunà come mi era stato richiesto e tuttavia mi trovavo in carcere ingiustamente… Di Maggio mi rispose: per quella vicenda abbiamo risolto, abbiamo fatto tutto, tutto a posto, senza specificarmi altro”. Cattafi avrebbe incontrato Cuscunà nel centro clinico del carcere milanese di san Vittore. “Presso quello stesso centro, in un’altra stanza posta sulla mia sinistra c’era il Cuscunà. Costui mi trattò malissimo dal momento che lo avevo accusato nell’ambito del procedimento Autoparco. Io cercai di calmarlo: ti dico una cosa che forse può aiutarti a farti uscire e gli riferii quello che mi aveva detto il Di Maggio: che se fossi riuscito a trovare un contatto con il Santapaola c’era la disponibilità del giudice a fargli ottenere gli arresti domiciliari”.

L’allora direttore Aldo Fabozzi, odierno provveditore dell’amministrazione penitenziaria della Lombardia, ha seccamente respinto sul settimanale Panorama le dichiarazioni del barcellonese: “All’epoca non c’era il regime del 41bis ad Opera e nella mia lunga esperienza professionale, mai ho permesso che un detenuto oltrepassasse la porta carraia”. Fabozzi ha tuttavia ammesso di aver conosciuto molto bene il giudice Di Maggio. “Posso garantire che era un magistrato serio, fra i migliori, con valori istituzionali ferrei e inossidabili, mai avrebbe trattato con la mafia, mai sceso a compressi o a semplici contatti con malavitosi. Queste dichiarazioni sono un affronto alla memoria di un magistrato per bene e alla sua intelligenza”. Diversamente da come la pensava la pensava Loris D’Ambrosio, il consigliere del Quirinale scomparso prematuramente qualche tempo fa. “La linea di Di Maggio era quella di consentire un agevole accesso nelle carceri ai suoi amici che in qualche modo collaboravano, come confidenti…”, si lasciò sfuggire in un colloquio telefonico del 25 novembre 2011 con l’ex ministro degli interni Nicola Mancino, che lamentava le modalità d’indagine sulla “trattativa” dei magistrati di Palermo.

Come se non bastasse, il 28 settembre 2012 Rosario Cattafi ha raccontato ai Pm di Messina di aver avuto rapporti telefonici con il giudice Di Maggio anche quando era detenuto in isolamento nel carcere di Sollicciano. “Venivo portato nella stanza del direttore Quattrone, costui chiamava al telefono il Ministero e mi passava il dottore Di Maggio. Il suo ufficio era al primo piano, di fronte all’ingresso avvocati. Di Maggio anche in questo caso mi esortò ad avere contatti con Cuscunà”.

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