Lotti per i poveri e prendi botte

Un’occupazione di case e un gruppo di “compagni” che se ne impadronisce. E picchia chi non è d’accordo…

Laura è in terza media, Alessio al primo superiore. Quando ci siamo conosciuti facevano ancora le elementari. È in arrivo un fratellino, ma una casa ancora non c’è. Tra le mura di via Calatabiano, al primo piano, c’è uno degli appartamenti che hanno abitato loro, insieme ai genitori e altri occupanti. Sono passati tre anni da quando è cominciata l’occupazione.

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L’androne è abbandonato, un po’ disordinato: qui a pianterreno ci sono le stanze di Alberto e Valerio. E poi la scala che conduce agli altri appartamenti. C’è quello in cui ha abitato Angela, coi suoi bimbi e il marito. Avevano ridipinto pure le pareti: di giallo il corridoio, di azzurro la camera dei bambini. Ma cinque mesi fa, quando hanno tagliato la luce e sono arrivate le denunce, hanno smontato tutto e sono andati via. Angela era terrorizzata che qualcuno potesse toglierle i bambini.

Rosa è rimasta invece. Ha tre bambini e non ha dove andare. Certo, non è facile senza luce. Nemmeno farsi una doccia o lavarsi i capelli, ma almeno hanno un tetto. A volte i bambini non stanno coi genitori, vanno dai nonni, dai parenti. La speranza è sempre quella di alleviare almeno a loro la fatica della povertà.

Daniela, la mamma di Laura e Alessio, ha il viso delicato. I riccioli i bambini li hanno presi da lei. Non alza mai la voce: è la calma della stanchezza, del peso di ogni giorno.

***

Ci sono tuttavia altre violenze. I politici di mestiere che piombano per guadagnare qualcosa in mezzo a questo dolore, con tante belle parole. Alcuni che cercano voti, alcuni un loro piccolo potere. Ci sono gli esaltatori del “liberismo” (“qualche briciola la daremo pure a voi”) e ci sono i grandi rivoluzionari “autonomi”, che giocano tutti fieri alla guerra; e tutte le gradazioni intermedie, da destra a (chiamiamola così) “sinistra”, tutti nemici fra loro ma tutti concordi su un punto: i poveri sono carne da cannone. Voi poveri, ubbiditeci e vedrete – basta che ci seguite a occhi chiusi – che bellissime cose vi daremo.

Ci sono violenze grandi e piccole, certamente. C’è la violenza dei padroni, o degli aspiranti padroni, e c’è la violenza dei kapò, che vogliono comandare dentro il lager e impongono la loro legge a cazzotti. Non bisogna confonderle, si capisce: c’è una distanza grandissima fra i due razzismi, fra le due violenze. Ma c’è una parentela pur lontanissima, fra l’una e l’altra, sintetizzata dalle parole “Comandiamo noi”. A via Calatabiano le hanno conosciute entrambe. Combattere le più feroci è doveroso. Ma lo è anche denunciare quelle minori.

* * *

Abbiamo seguito l’occupazione di via Calatabiano sin dal primo momento di tre anni fa, conoscendo a una a una le persone che ci hanno abitato. Le giovani donne, i bambini, le storie di ciascuno. Ne intravvediamo i visi, dietro lo striscione di ieri, per il corteo al Borgo, nella Catania-bene, per raccogliere fondi per riallacciare la luce. Facce stanche, ferite, solo a tratti sorridenti, a denti molto stretti. “Ci hanno abbandonati…” lo hanno ripetuto spesso in questi anni. E non si riferivano solo alle istituzioni.

Ci sono i bambini, le conseguenze, la paura di vivere in una casa occupata, trattati da abusivi-criminali. La precarietà, il non poter crescere coi genitori, non poter fare una doccia, né calda né fredda. Un continuo abbandono.

Poi ci sono quelli che dicono di aiutarti, a condizione che fai quello che ti comandano di fare. Anche se la conseguenza è un ulteriore abbandono. Sudditanza totale, imposizione di un potere, non un percorso di liberazione.

Uno dei nostri compagni – Alberto, dei Siciliani – ha reagito a tutto ciò, scrivendo la verità. È stato picchiato e cacciato fuori dal palazzo. Lui, come tutti noi, continua a lottare per gli occupanti di via Calatabiano. Ma ora, oltre alle denunce della polizia, deve affrontare anche le minacce botte dei “compagni” che si sentono minacciati nel potere.

Chi fa antimafia sociale, a Catania, queste cose le deve sapere; e rompere il silenzio, e prendere posizione apertamente. Star zitti davanti alle botte (di celerini o fascisti, o di chiunque altro) non si può. Chi picchia i compagni non è un “compagno che sbaglia”, è un’altra cosa. Bisogna prenderne atto, e comportarsi di conseguenza.

Di seguito, la testimonianza di Alberto, sull’aggressione subita da alcuni componenti del Liotru.

* * *

Cosa è successo martedì 27 febbraio?

”Sono stato picchiato da quattro persone del centro sociale Liotru nel palazzo occupato di via Calatabiano 49, dove stavo da due anni e mezzo”.

Qual è stato il motivo?

“Perché sui Siciliani, quel giorno, avevo scritto che il palazzo occupato era al buio da settembre, mentre loro dicevano che il fatto fosse accaduto solo qualche giorno prima. Secondo loro così si danneggiava – chissà perché – la colletta per riallacciare la luce”.

Ma ne avete parlato prima di arrivare alle mani?

“Sì, per telefono, due ore dopo la pubblicazione del pezzo, quando mi è stato ordinato da uno dei capi del Liotru di ‘toglierlo in trenta secondi’. Ho risposto che doveva parlarne col direttore, ha detto che non gliene fregava niente e che mi avrebbe raggiunto lì in via Calatabiano”.

Che vuol dire “capo”?

“Funziona così: c’è un’assemblea plenaria con le realtà promosse: Studentato, Palestra, via Calatabiano, via Montevergine. Ma più in alto c’è la riunione ristretta, coi capi di fatto del gruppo, che prendono le decisioni”.

Dopo la telefonata che hai fatto?

“Ho avvisato il direttore e il vice e sono andato al palazzo”.

E allora?

“Con due amici andiamo in via Calatabiano. Uno degli occupanti, scendendo le scale: ‘Facisti na minchiata‘ dice riferendosi al mio articolo. ‘Aspetta, vado giù da un amico’ e va in strada. Noi entriamo nella mia stanza e ci affacciamo al balcone. Vediamo uno dei capi-Liotru che parla al telefono mentre un ragazzo scende da una vespa bianca insieme a una ragazza : a uno a uno entrano dal portone, gli ultimi due coi caschi in mano.

Noi dal balcone siamo rivolti verso l’interno della stanza e li vediamo entrare: ‘Te ne devi andare di qua, dammi le chiavi!’ urla uno. Alzo le mani e rispondo: ‘Tranquillo me ne sto andando’. Iniziano le botte. Due mi si avventano addosso con calci e pugni e mi spingono verso il letto, uno mi sputa nell’occhio sinistro. Uno dei miei amici prova a dividerci, l’altro è bloccato da dietro da uno di loro (uno sulla quarantina, cento chili di cristiano). ‘Non ti muovere’ fa l’uomo. ‘È meglio così’ fa coro un ragazzo col cappuccio in testa.

Ora sono accovacciato sul letto a prenderle e a tirare calci contro i due, Peppe grida: ‘Fermi, ma che siamo animali!?’. Mi libero e scavalco dall’altra parte del materasso: uno mi prende le braccia da dietro e mi tiene fermo mentre due mi picchiano in testa e in faccia. Grido: “Ehi!” e lui di risposta mi pianta due pugni sotto le scapole, un altro mi gira un braccio attorno al collo e tira, mi manca l’aria, batto il muro liscio col palmo della mano, quello toglie il braccio e io cado a terra, continua a calci sulla schiena. A questo punto Peppe mi prende dalle ascelle per rialzarmi, stordito.

Ho perso gli occhiali, i due gruppi gridano, i miei per calmare, gli altri per insultarmi: ‘Vigliacco, traditore, vattene fuori e dacci le chiavi’. Per caso mi ritrovo davanti al ragazzo smilzo rimasto immobile vicino all’armadio, ha ancora dall’inizio le mani in tasca e il casco sottobraccio.

Peppe e Ciccio si mettono a discutere, li rallentano mentre vado verso la stanza dove dormo per raccogliere alcune cose. ‘Vigliacco – uno mi segue – vai via! Ora che farai, scriverai un altro articolo? Muoviti, non prenderti niente, forza!’.

Nel frattempo il gruppone è arrivato, urla, gli amici mi aiutano a raccogliere quello che riusciamo a portarci a mano: una coperta, un sacco a pelo, un libro. Prendo il corridoio fra la baraonda con quello che mi grida sempre dietro, minacciando.

Infine usciamo dal palazzo ed entriamo in macchina. La squadriglia si riunisce sui gradini davanti il portone: ‘Via, via!’. Poi uno fa, dopo un secondo di silenzio: ‘Non ti fare rivedere qui o dalle nostre parti sennò t’ammazzo. E questa volta ti è anche andata bene!’. Un labbro gonfio, la testa e la schiena che fanno male.

Ciccio accende il motore e ce ne andiamo per via Orto dei Limoni. In mezzo al traffico e lo sgomento, Peppe dice sottovoce: ‘Ma sono pazzi, per un articolo…’.

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