I mercati dietro la stazione

Napoli, le storie dei commercianti che circondano piazza Garibaldi

“Qui i politici vengono a fare problemi solo nei periodi di campagna elettorale, ormai ci siamo abituati, ogni cinque anni provano a sgomberarci o a farci spostare”. Mark vive da quindici anni a Napoli, viene dal Burkina Faso e per sopravvivere vende abbigliamento all’inizio di via Bologna. I palazzi che circondano piazza Garibaldi sono abitati da molti commercianti africani.

Napoli, mercato di via Bologna

Napoli, mercato di via Bologna

“Se ci obbligano ad andare via da qui le case rimangono vuote” -racconta Mark- “noi paghiamo gli affitti, se ce ne andiamo in questo quartiere non c’è più economia”. Mentre parliamo con Mark due uomini litigano con una donna straniera, forse del Bangladesh, che ha protestato a causa di una truffa su un telefono falso: il “pacco” per i napoletani. Vicino la bancarella di Mark in un tavolino un gruppo di persone organizza il gioco delle tre carte, poco dopo si spostano velocemente, forse spaventati da un poliziotto in lontananza.

Alla fine di via Bologna, nell’ultima bancarella, un signore di mezza età aspetta sornione qualche cliente. Ha una sciarpa marrone intorno al collo e un cappello grigio scuro. Si chiama Antonio e fa il commerciante da quarant’anni. “Avevo dieci anni quando ho iniziato a lavorare con mio padre e mio nonno, in una bancarella in Piazza Garibaldi” –racconta Antonio- “Nel novantanove è nato questo mercato, e dopo un anno di lotte insieme all’associazione Tre Febbraio abbiamo conquistato di nuovo uno spazio per le bancarelle a piazza Garibaldi”. L’associazione Tre Febbraio, nata nel novantasei sulla scia delle cinquantamila persone presenti alla manifestazione antirazzista di Roma, si occupa di integrazione e cooperazione.

“Più di sei anni fa sotto De Magistris ci hanno sgomberato per sistemarci al corso Garibaldi” –riprende Antonio- “Un mese prima dello sgombero l’ex assessore D’Angelo aveva promesso che nessuno ci avrebbe toccato. Alcuni di noi, grazie all’ospitalità dei ragazzi stranieri, si sono spostati qui in via Bologna. Due o tre mesi fa hanno provato di nuovo a sgomberare, forse per il nuovo parcheggio. Eravamo quattordici i commercianti napoletani storici a piazza Garibaldi. Adesso siamo rimasti in tre, i guadagni si sono dimezzati da quando ci hanno fatto spostare”, dice arrabbiato. Le migliaia di persone che ogni giorno transitano fra la stazione centrale e la metropolitana di Napoli difficilmente passano da via Bologna.

“Qui c’è un presidente di circoscrizione del Partito Democratico” –continua Antonio- “Ha preso tanti voti promettendo lo sgombero di questo mercato, addirittura minacciando di far intervenire gli abitanti del quartiere per liberare via Bologna dalle bancarelle. La politica ha creato un clima di guerra tra poveri. Un abitante del quartiere ha detto che se ci sposteremo oltre l’incrocio della strada ci spareranno. Quando abbiamo incontrato l’assessore Enrico Panini, che continuava a negare i problemi, io gli chiesi scherzando se il nostro destino fosse quello di rassegnarci a morire. Lui rispose di sì”.

Poco dopo Antonio ci presenta Diallo, un commerciante della Guinea, che racconta: “Qua siamo tutti amici, neri e bianchi, viviamo pacificamente e lavoriamo tranquilli”. “Questo signore qui” – racconta Fabio dell’associazione Tre Febbraio, indicando Antonio – “ha invitato tutti i ragazzi africani del mercato al matrimonio di sua figlia”. “Sono venuti in più di venti” – aggiunge Antonio sorridendo.

Nel frattempo arriva Paolo, il responsabile del mercato, senegalese da ventisette anni in Italia. “Da quando si è insediata la nuova municipalità abbiamo avuto problemi con il comitato di quartiere. Non capisco perché un italiano infastidisce me che lavoro, se io non infastidisco lui. Io e gli altri ragazzi africani siamo messi in regola, in via Bologna tutti paghiamo il suolo pubblico. Sono i politici che mettono in testa alla gente che il problema siamo noi”.

Dall’altra parte di piazza Garibaldi, al mercato della Duchessa e della Maddalena la situazione invece è tutt’altro che regolare. Lì tre ambulanti senegalesi un anno fa hanno subito una sparatoria, ad opera di un clan locale. In quell’occasione è stata ferita anche una bambina di 10 anni. “Non volevano pagare il pizzo” -racconta Ettore dell’associazione Tre Febbraio- “adesso la situazione è tranquilla, come se non fosse successo niente, vuol dire che ora pagano regolarmente. Per poter lavorare i ragazzi africani pagano cinque euro al giorno ai clan locali, altrimenti gli sparano nelle cosce. A Natale gli hanno chiesto cinquanta euro al giorno, ma i ragazzi non arrivano a guadagnare così tanto”.

“La merce che vendono viene acquistata in negozi napoletani, la pagano a credito” – continua Fabio – “C’è anche chi gli presta i soldi per comprare la merce, chiedendo il pizzo sul ricavo delle vendite”. Il controllo dei clan sui commercianti africani è totale: si parte con i soldi necessari a comprare la merce (spesso prodotta nelle fabbriche di contraffazione), continuando con la riscossione del pizzo sulle bancarelle e sui guadagni.

Prima di riprendere la metro, all’ingresso di via Bologna, proviamo a scattare una foto. Indispettiti, i signori impegnati nel gioco delle tre carte, cercano di scacciarci. Uno di questi si avvicina: “Non createci problemi, che già ne abbiamo tanti. Noi siamo la parte migliore di Napoli. Perché invece non fotografate questi neri? Vengono qui e spacciano” – afferma prima di tornare a giocare.

 

 

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