“A Palermo si riprende a sparare”

Così titola da qualche tempo la stampa la­sciando intendere non solo il dato oggettivo dei morti ammazzati platealmente in certe strade e con certi ri­tuali simbolici, ma an­che una presunta im­prevedibilità degli eventi…

“A Palermo si riprende a sparare”, titola da qualche tempo la stampa lasciando intendere non solo il dato oggettivo dei morti ammazzati platealmente in certe strade e con certi rituali simbolici, ma anche una presunta imprevedibilità degli eventi. E come non rifugiarsi in una presunta imprevedibilità dell’evento se si è sostenuto da tempo che ormai la mafia “militare” dei quartieri di Palermo era allo sbando? Come non mostrare un’ingiustificata sorpresa se si è sostenuto che la dimensione socio-politica della mafia, semmai c’è stata, è passata totalmente altrove, a un presunto nuovo livello dallo schema, diversissimo da quello del tutto anacronistico che conoscevamo. E’ il solito delirio che gratifica chi vuol fare intendere di comprendere le mutazioni, mentre gli altri si attardano in analisi che sanno di antico. Un “nuovismo” fuorviante che è ben lontano dall’attenzione alla complessità e all’adattabilità dei fenomeni, soprattutto se di natura sistemica, come nel caso della mafia.

Questa deriva nell’interpretazione del fenomeno mafioso non è una sorpresa, ma è, prevalentemente, frutto di un pamphlettistica, che oscilla impunemente dal risaputo dèjà vu al sensazionalismo di maniera, e di un giornalismo che vive di agenzie ed opinioni nelle confortevoli redazioni. Può sembrare una considerazione ripetitiva, ma è vero che i giornalisti, anche i giovani invischiati tra le spire peggiori del precariato nelle grandi testate, non consumano più le suole delle scarpe camminando tra gli angoli presidiati da Cosa nostra e annusando l’aria nei quartieri, del centro come della periferia.

In questo modo può sfuggire la realtà di un sistema socio-criminale in una città magmatica come Palermo, che può fare scomparire tutto per poi farlo riapparire imprevedibilmente. In una dimensione temporale e concettuale diversissima si ripete il tragico errore interpretativo degli anni ’70, in cui presuntuosi giovani rivoluzionari snobbavano la potenza criminale innervante della mafia dei quartieri e dei paesi, che, a loro avviso, sarebbe stata insignificante rispetto all’imperialismo e allo strapotere del capitalismo vorace.

Chi avvertiva il terribile pericolo sociale rappresentato da cosche dalle origini e i connotati arcaici, ma capaci di costruire un formidabile sistema criminale adeguato a sfide economiche di grandi dimensioni, veniva guardato pateticamente come uno che non sapeva “leggere la fase” preoccupandosi di poco più che rubagalline, mentre erano sempre altri i problemi.

Spesso negli ambienti più rivoluzionari non si fa qualcosa – per esempio attrezzare una resistenza antimafiosa sul territorio – perché c’è sempre qualcosa di più importante da fare. Mutatis mutandis, oggi si rileva un’antimafia che ha necessità di piantare le proprie bandierine per legittimare i propri successi, senza leggere i dati oggettivi che, senza voler nulla togliere al valore innegabile delle azioni svolte, debbono essere sempre tenuti ben presenti. Questo perché i dati danno conto della realtà e qualche volta di un pericoloso adagiarsi sugli allori, anche da parte delle più meritevoli associazioni, fatto di deliri di onnipotenza ed esagerata emotività imposta in ogni situazione.

Tali eccessi di emotività e medianicità inevitabilmente mostra, anche involontariamente, chi dovrebbe avere ben chiaro che, essendo la lotta alla mafia qualcosa di molto serio, ognuno dovrebbe stare nelle proprie competenze e capacità, fosse solo quelle di testimoni di un percorso di liberazione personale e collettivo. Senza questo rigore nell’impegno antimafioso possono nascere le “ubriacature” che, soprattutto in una città di forte tradizione mafiosa, procurano quel calo di tensione, spesso evocato senza adeguata convinzione e consequenzialità.

Così, per esempio, a Palermo si sono sottovalutati alcuni omicidi del 2011 di forte significato, oltre che simbolico, strategico. Quello del picciotto del tradizionale enclave mafioso di Borgo Vecchio, Davide Romano trovato nudo e legato dentro un portabagagli al confine tra i due importanti mandamenti di Porta Nuova e Pagliarelli. Successivamente, l’esecuzione plateale di Giuseppe Calascibetta, capo dell’altro importante mandamento di Santa Maria di Gesu, con l’accento sulla “e”, come pronunziano i vecchi palermitani. Più recentemente, il più classico dei rituali di omicidio di mafia riservato all’esponente della cosca di Brancaccio Francesco Nangano, assolto dopo una condanna all’ergastolo e, addirittura, risarcito lautamente dallo Stato per “ingiusta detenzione”.

Quando le cose si muovono a suon di omicidi eclatanti in diversi quartieri, decisivi per il peso criminale del mandamento, significa che il territorio della quinta città d’Italia, capoluogo della Sicilia, è nella sostanza più che controllato dalle cosche, con buona pace degli analisti dell’era post-mafiosa.

Ma nel caso in cui qualcuno avesse già mandato in soffitta lo schema di una mafia autonoma, ma in relazione funzionale con una collusa e contigua borghesia mafiosa, basta scorrere la recente cronaca nera di Palermo. La DIA ha sequestrato quote e beni aziendali per oltre 30 milioni di Euro di società riconducibili a noti boss palermitani che qualcuno considerava ormai poco più che folkloristici, come Antonino Spadaro, Maurizio Gioè e Girolamo Buccafusca. In particolare, cosa facevano le società con sede a Palermo, riconducibili ai citati boss, come la New Port, la Portitalia, la Containers Palermo, la Csp servizi portuali e la cooperativa Cipg Tutrone? Semplicemente -e come da tradizione- controllavano capillarmente le attività dei porti di Palermo e Termini Imerese. Già dovrebbe indurre ad una seria riflessione autocritica dell’antimafia pensante, la notizia del controllo di Cosa nostra – quella già nota e non quella ancora da delineare – di due punti fondamentali dell’economia palermitana e siciliana.

Poi, se si volesse fare qualche ragionamento più “sofisticato”, si potrebbe provare a immaginare, per esempio, cosa significa per l’intera economia meridionale il solo controllo accertato di due dei più importanti porti siciliani, in termini di sviluppo di relazioni politiche, affaristiche e mafiose. In questo senso, assume qualche significato il tormentato iter progettuale nel quale si sono arenati perfino comitati di affari del periodo delle amministrazioni comunali del decennio di Cammarata, riguardante la sistemazione dell’intera costa palermitana, compresa l’area portuale, da riqualificare sul piano turistico-ambientale, trasferendo il commerciale interamente a Termini Imerese.

Chissà se qualcuno sarà ancora capace di sostenere che c’è ben altro di più importante in ballo mentre i boss del folklore dimostrano di avere le mani sui porti e continuano a decidere, perfino dal carcere, le condizioni alle quali si entra in due fondamentali punti di snodo dell’economia siciliana. Chissà se qualcuno si chiede cosa significa sul piano dell’agibilità criminale il controllo pressoché assoluto dei moli di Palermo e Termini Imerese, anche nella prospettiva dei grandi appalti attesi tra le banchine.

Se poi pensiamo all’evidenza, ammessa anche dagli inquirenti più impegnati, di un’indagine che ha scoperto solo la punta di un iceberg degli snodi dei trasporti commerciali al Sud, possiamo farci un’idea su quanto è importante che tutti i soggetti dell’antimafia impegnata in tutti settori, compresi quelli dell’analisi e dell’informazione, alzino la guardia con fattivo realismo. Probabilmente è necessario distinguere tra l’attenzione ai cambiamenti ed eventuali, fuorvianti, voli pindarici, dato che gli eventi, come le ammazzatine per le strade e le tante evidenze di controllo mafioso del territorio, accadono anche quando a noi può sembrare non ci siano più le condizioni perché accadano. Se si potesse, sarebbe molto importante tenere, insieme alla mente vigile, anche gli occhi aperti e piedi a terra.

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