Processo Saguto: chiesti 15 anni per l’ex giudice

Il pm Bonaccorso: “Gli imputati dovranno vergognarsi a vita anche se assolti”

Stavolta non era presente. Ha preferito non andare all’udienza dello scorso 19 febbraio in cui la procura ha chiesto per lei 15 anni e dieci mesi, oltre all’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni. Silvana Saguto, ex presidente della sezione misure di prevenzione di Palermo, radiata definitivamente dalla magistratura, è accusata di essere stata a capo di un sistema illegale nella gestione dei beni sequestrati.

Un sistema “tentacolare e perverso”, così lo ha definito la procura, che ha chiesto anche una condanna di 12 anni e tre mesi per uno dei principali imputati del processo in corso a Caltanissetta, l’avvocato Gaetano Cappellano Seminara, definito il “re degli amministratori giudiziari”. Chiesti inoltre nove anni e dieci mesi per il marito dell’ex giudice, l’ingegnere Lorenzo Caramma, mentre per il professore Carmelo Provenzano, molto vicino all’ex giudice, sono stati chiesti undici anni e dieci mesi. Secondo la Procura, tra le altre cose, avrebbe scritto la tesi di laurea del figlio di Silvana Saguto. Cinque anni, poi, sono stati chiesti per Maria Ingrao, moglie del professore, chiesta la condanna di sei anni per l’ex prefetto Francesca Cannizzo, e ancora due anni e sei mesi per l’ex giudice della sezione misure di prevenzione Lorenzo Chiaramonte, per l’amministratore giudiziario Roberto Nicola Santangelo, chiesti dieci anni e undici mesi di reclusione, due anni invece per l’amministratore giudiziario Walter Virga, per Emanuele Caramma, figlio della Saguto sono stati chiesti sei mesi, quattro anni e quattro mesi per il docente universitario Roberto Di Maria, quattro anni e sei mesi per Calogera Manta, cognata di Provenzano, e infine otto anni e un mese per il colonnello della Dia Rosolino Nasca. Per il padre dell’ex giudice, Vittorio Pietro Saguto, e per l’amministratore giudiziario Gabriele Aulo Gigante, è stata invece chiesta l’assoluzione.

“Chiediamo la trasmissione dei verbali di alcuni soggetti, per procedere per il reato di falsa testimonianza: Giuseppe Barone, Stefano Scammacca, Gianfranco Scimone, Roberto Licitra, Dario e Giuseppe Trapani, Alessandro Bonanno, Marta Alessandra, Laura Greca, Giuseppe Rizzo, Vera Sciarrino, Alessio Cordola, Dario MaiuriDaniela Carazzi – ha detto il pm Maurizio Bonaccorso, prima di avanzare le richieste di condanne –. Emerge un quadro assolutamente desolante con pubblici ufficiali che hanno tradito la loro funzione. Parliamo di amministratori, giudici, colonnelli e molti altri, il tutto per il perseguimento di interessi privati”. Il cosiddetto “cerchio magico” della Saguto, scoperto e denunciato da Telejato già in tempi non sospetti, quando era impensabile dubitare del lavoro delle misure di prevenzione, anche a causa degli articoli di quei giornalisti che elogiavano l’operato della sua ex Presidente. Gli stessi che oggi prendono le distanze dalla signora e fanno finta di dimenticare il ruolo centrale avuto dall’emittente di Pino Maniaci nello scoperchiare quel quadro che definire “desolante” è, forse, riduttivo. E così succede che anche dopo il servizio di Matteo Viviani, che lo scorso dicembre ha mandato in onda sul programma Le Iene una ricostruzione lucida e dettagliata di quelle che sono state le misure di prevenzione sotto il controllo della Saguto, partendo proprio dall’inchiesta di Telejato, nessuno di quei giornalisti si è preso la briga di riconoscere alla piccola emittente televisiva il merito di aver scoperchiato uno dei più grossi scandali degli ultimi anni. Merito che ha avuto come conseguenza l’indignazione della signora, che pare venire fuori perfettamente dalle intercettazioni: “Se questi si spicciassero a fare le indagini che stanno facendo, noi non avremmo bisogno di fare niente. Se quei coglioni della procura indagassero su Maniaci l’avrebbero già arrestato. Quello che non capisco è per quale ragione ancora nessuno si muove contro questo stronzo di Telejato“. Quando Maniaci è finito nel tritacarne mediatico ordito da chi ha tentato di metterlo fuori gioco, le principali testate nazionali non si sono comportate tanto meglio: nessuna – a parte qualche piccola eccezione – ha avanzato il dubbio, anche partendo da quelle intercettazioni, che il giornalista potesse essere innocente. “Ho dovuto fare i conti con la macchina del fango – ha scritto Maniaci sulla sua pagina Facebook – e con un processo basato su accuse che, udienza dopo udienza, stanno venendo sempre più giù. Ma intanto eccomi qui: voglio vedermela tutta, fino alla fine”. La ruota gira e i primi nodi sembrano già venire al pettine, uno in particolare: la visita della Saguto alla caserma dei carabinieri di Partinico, nel periodo in cui era ancora presidente della sezione misure di prevenzione e prima che venisse resa nota la vicenda di Maniaci. Per il resto, saranno il tempo e la giustizia a dare ogni risposta. “Non so come finirà – ha continuato il pm Bonaccorso – magari Nicola Santangelo e Carmelo Provenzano verranno assolti, ma per questa vicenda dovranno vergognarsi a vita: i due, con una lettera, decisero di trasferire a Castellammare del Golfo un ragazzo che lavorava alla Motor oil di Caltanissetta, Andrea Repoli, mandando a 250 chilometri di distanza un giovane che percepiva 800 euro al mese. Lo scopo era quello di metterlo con le spalle al muro e poi licenziarlo per giusta causa. Allo stesso tempo fu revocato il contratto d’appalto al fratello di Repoli, Francesco. Il movente – ha aggiunto il pm – era l’assunzione dei fratelli Dario e Giuseppe Trapani, che non hanno una competenza specifica, a parte versare la benzina. Questa è una costante: il personale veniva scelto non sulla base delle loro competenze ma in ragione dei rapporti di vicinanza o amicizia”. Le cosiddette “persone di fiducia”, venivano tutte segnate dalla Saguto su una agendina blu, più volte portata in aula ma mai prodotta, nonostante l’invito formale del pm Bonaccorso a farlo. “Quell’agendina è una maniera per dire che tutti sono innocenti, non colpevoli”, ha affermato l’ex giudice nel corso dell’udienza del 14 gennaio, aggiungendo che “gli errori sono sempre possibili”, come quando “ho nominato un perito nuovo, un ragazzo, doveva valutare una casa, ma è venuto a dirmi che non la sapeva fare quella perizia e gli ho dovuto affiancare informalmente qualcuno”. All’inviato della trasmissione Le Iene, che era riuscito ad incontrarla per strada, aveva invece detto: “Quando il tribunale mi condannerà lei avrà modo di dispiacersi, se non mi dovesse condannare lei dovrebbe solo pensare a scusarsi”.

Adesso la parola passerà alle parti civili e successivamente alle difese dei quindici imputati.

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