La storia di Malli Gullu

L’aria era irrespirabile, rappresa di calore e fe­tore. “Come in quella cella…” mormorò. “Manca l’aria e la luce, come là dentro. Ricordi? Mi sento male come allora. Ma qui almeno non verrà nessuno a picchiar­mi, e ci siete voi…”.

Scandiva le parole con difficoltà, ansi­mando. Lui le accarezzò con dolcezza i capelli e la fronte, come faceva sempre quando le tornavano quei ricordi.

“Calma, Malli. Siamo come in prigio­ne, è vero, ma ti attendeva una prigione molto peggiore. Invece stiamo andando verso la libertà. Fatti forza, è l’ultima fa­tica”.

Qualcuno nel buio gli toccò il braccio, poi sentì una voce in kurdo con l’accento del sud. “Heval, avete cibo e acqua con voi? Siamo chiusi qua dentro in quattro­cento da tre giorni, fermi ad aspettare vo­ialtri dalla Turchia. Abbiamo messo in comune tutto, dovreste farlo anche voi. Abbiamo sete. Ci è rimasta solo una ti­nozza d’acqua sporca e dei pani ammuffi­ti che non vi consiglio, hanno fatto appo­sta a lasciarceli vicino alla latrina. Hai acqua e pane per i miei bambini, heval?”

Lui si svincolò lentamente dall’abbrac­cio di Malli, si chinò a rovistare nel gran­de zaino militare e ne trasse una bottiglia e due pani rotondi odorosi di sesamo. L’altro quasi glieli strappò di mano mor­morando un “grazie, heval”. Con gli oc­chi ormai abituati all’oscurità, lo videro farsi largo nel groviglio di corpi fino a un gruppo di donne e bambini addossati alla parete, accasciati sul terriccio misto a le­tame che copriva il fondo della stiva. I pani e l’acqua finirono in un attimo.

Questa volta tutti, anche i poliziotti, si volsero a seguire affascinati il volo del moscone. Poi tornarono a guardare alter­nativamente la bara e i propri piedi, in­certi.

Avevano lasciato il centro d’accoglien­za così in fretta da dimenticare sul tavolo il gran mazzo di fiori gialli e rossi un pò appassiti che il giorno prima avevano comprati per poche lire da un fioraio amico e s’erano dovuti riportare indietro.

Che fare davanti a una bara, senza nean­che un fiore? L’italiano ripensò alla buro­crazia aeroportuale che aveva esclu­so ca­tegoricamente la possibilità di esporre la bara nella chiesetta accanto all’aeroporto, dove avrebbero potuto cir­condarla di fio­ri, pensieri e parole con quella serenità che donano le chiese di campagna anche a chi non crede o crede in un altro Iddio.

“Non si può, il feretro ha già i fogli per l’espatrio, dunque è come se fosse già all’estero, e la chiesa è territorio naziona­le, non può rientrare in Italia neanche per pochi metri, le norme sono chiare…”

Così dovevano salutarla fra quelle mura scrostate chiuse da una saracinesca, unico arredo un lavandino nella parete di fronte. L’italiano strinse i pugni e in­ghiottì un fiotto di rabbia impotente. Il piccolo Mahsun fu il primo a sollevare lo sguardo. Si schiarì la gola e cominciò a parlare in turco in tono sommesso, poi via via più alto. Tutti pendevano dalle sue labbra.

“Questo corpo, compagni, è di una donna del partito Hadep. Ha conosciuto la prigione e la tortura per lo sciopero della fame che le donne intrapresero in tutte le città tre anni fa, quando fu seque­strato in Kenya il nostro presidente. È fuggita dalla Turchia con il marito e le fi­glie perché per quello sciopero della fame l’attendeva una condanna a lunghi anni di carcere. È morta soffocata nella stiva di una nave…”

Quelle navi di legno fradicio e di ferro arrugginito… Chi veniva dai villaggi il mare non l’aveva mai conosciuto, e ne aveva paura.

Negli incubi di ciascuno di loro, anche dei bambini, soprattutto dei bambini, ri­tornava il mare e quelle stive fetide, le armi spianate dei poliziotti che li scorta­vano nella notte fino al porto e poi quelle degli equipaggi mafiosi, le banconote passano di mano in mano in pacchetti sempre più grossi, le onde sempre più alte nella notte nera, i colpi che sembra­no spaccare il fasciame, gli ordini secchi, il pianto dei bambini, il puzzo pungente di orina, l’imbarazzo delle donne per la promiscuità, il rombo dei motori e delle eliche, e poi d’improvviso il silenzio, lun­ghe attese sballottati in mezzo al mare, e nuovi carichi umani e la nave riparte, i vestiti si fanno ruvidi d’untuosa polvere salmastra, le barbe lunghe e la fame, e le canzoni le storie gli scherzi in dieci lin­gue per far passare la fame e la paura, ma i racconti tornano sempre alla prigione e alla guerra e qualcuno protesta, basta pensiamo al futuro, siamo quasi in Euro­pa, e l’Europa prende forma di scogli ap­puntiti e neri nel mare in tempesta, il ti­mone impazzisce e l’equipaggio fugge, la nave fa acqua, torna il terrore della mor­te, le urla non sovrastano il muggito del mare nella notte nera o nell’alba livi­da, e poi finalmente una nave, un elicot­tero, qualcuno in aiuto, e l’incubo finisce ma torna ogni volta che chiudi gli occhi, so­prattutto i bambini, che non vogliono più dormire per non rivedere in sogno il mare…

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