Sulla rotta balcanica dei migranti

Esperimenti di accoglienza e nuova vita

Insieme a un gruppo di volontari provenienti da paesi e percorsi diversi, dal 15 maggio al 2 giugno, ho attraversato la rotta balcanica a ritroso dalla Slovenia all’isola di Lesbo, alla ricerca dei migranti bloccati dalla chiusura dei confini. In queste righe vi racconto qualcosa della tappa greca.

Arriviamo in Grecia tra il 28 e il 29 maggio, dalla Macedonia il salto è notevole. Veniamo da giorni di pioggia e cieli grigi e il primo giorno a Salonicco ci sono almeno trenta gradi. La situazione in Grecia, a due anni dall’apice degli arrivi via mare dalla Turchia, non è molto cambiata, eccetto che per i numeri. I dati del governo parlano di circa sessantaduemila persone rimaste in Grecia dal 2015.

“Grecia tra integrazione e deterrenza” era il titolo di un articolo in inglese che avevo letto prima di partire; lo rileggo ora che sono tornata da poco più di una settimana: la gestione greca del fenomeno migratorio è effettivamente un gioco barcollante e sbilanciato tra questi due poli. In mezzo si è creato un limbo, come al campo di Skaramanga, ad Atene, dove tremila cinquecento persone sono in attesa da più di un anno di essere ricollocate o ricongiunte ai propri cari in altri stati europei. Una bambina siriana di cinque anni, quando le chiediamo da dove viene, risponde: “Da qui”; la volontaria glielo chiede per la seconda volta, pensando che non abbia capito la domanda e lei ripete irritata: “Te l’ho detto, sono di qui!”.

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Il viaggio prosegue verso sud, dal porto di Atene salpiamo a bordo del traghetto notturno diretto a Lesbo. Degli ottomila cinquecento rifugiati che si trovano ancora sulle isole dell’Egeo orientale, quasi duemila sono a Lesbo, che tra queste è la più grande.

Il limbo e la precarietà servono a disincentivare nuove partenze dalle coste turche che, seppure in proporzioni molto inferiori rispetto al passato, non sono mai cessate. Allo stesso modo, il processo d’integrazione lento e pieno di lacune, non dà alcuna prospettiva a lungo termine ai rifugiati che si trovano qui da tempo. Gli sforzi diretti all’integrazione sono stati pochi e per lo più gestiti dalla società civile, invece che dalle istituzioni.

Uno dei prodotti di questi sforzi è il Mosaik Center, una scuola, come ci spiegano i suoi fondatori. Qui non si fa chiasso e non c’è il wi-fi, qui si viene a imparare: corsi di lingua inglese, di greco e d’informatica; ma anche laboratori artigianali, come quello della sartoria Safe Passage, dove i rifugiati realizzano borse con i giubbotti di salvataggio recuperati dai volontari sulle coste dell’isola. Il centro è ormai un punto di riferimento per rifugiati, volontari internazionali e solidali.

Il secondo giorno visitiamo Pikpa, un centro estivo per bambini, ora trasformato in centro di accoglienza autogestito dai greci e dalle comunità che lo abitano. Il centro è destinato perlopiù a famiglie e a persone vulnerabili. Ad animarlo ci sono dozzine di bambini, tra loro due gemelle che assorbono lingue straniere come spugne e che cercano smaniose le attenzioni dei nuovi venuti. Occhi curiosi, fremono in attesa dello show dei clown che ci accompagnano. Tutti i bambini, più che spettatori vogliono essere partecipanti attivi della performance. Il contatto con l’esterno è una necessità impellente, specie se sei una bambina di undici anni, confinata su un’isola all’interno di un campo profughi; anche se Pikpa somiglia ancora a un centro estivo con i bungalow di legno e il parco giochi, viverci non deve essere facile.

Rania, una delle gemelle, sta consumando l’hula hop a forza di colpi d’anca e bacino, e sembra voler fare lo stesso col registratore che le mostro proprio per lasciare che i clown possano recuperare l’hula hop. È l’occasione per ascoltare quello che ha da dire.

Rania viene dall’Iraq, da Mosul, è arrivata qui con sua sorella gemella e con il padre; mi dice che lo zio è stato ucciso dagli uomini di Daesh; anche il nonno è morto, due settimane prima. Il primo messaggio che vuole registrare è indirizzato alla gente di Pikpa. Dalle parole in arabo intuisco solo tanta riconoscenza e affetto per queste persone; qui ha imparato l’inglese, il francese, un po’ di greco e tanto altro. Vuole aggiungere qualcosa, il nuovo messaggio è una richiesta indirizzata un po’ a tutti: che si aprano le porte ai rifugiati perché lei ha paura.

Il giorno dopo siamo nei pressi di Moria, il villaggio nel nord dell’isola, dove è stato costruito il centro di detenzione, ora hot-spot europeo: una serie di gabbie e recinti divisi in almeno tre sezioni diverse, non sempre comunicanti tra loro. Da Moria devono passare tutti i nuovi arrivati da quando l’accordo con la Turchia, a marzo dell’anno scorso, ha spartito le acque dell’Egeo tra chi è arrivato prima di quel 20 marzo e chi dopo. Ventotto giorni sono il periodo di tempo minimo da trascorrervi; dopo, se si è fortunati o considerati vulnerabili, si viene trasferiti in altri centri, come quelli di Karatepe o Pikpa; altrimenti si guadagna un braccialetto che permette di uscire e di rientrare al campo. A Moria si svolgono anche le interviste necessarie per le procedure di asilo e per accedere ai ricollocamenti in altri stati europei o alle procedure di ricongiungimento.

Ai non clown del gruppo l’accesso non è consentito, così gironzoliamo nei dintorni, tra i bar dei locali e quelli che sono stati prontamente allestiti nelle tende adiacenti al campo; a frequentarli ci sono sia gli operatori delle organizzazioni che lavorano nell’area sia i rifugiati. Siamo all’inizio del mese di ramadan, quindi non c’è troppa gente in giro all’aperto, anche a causa dell’acquazzone che ci sorprende di pomeriggio.

Quando, dopo quattro giorni sull’isola, riprendiamo il traghetto per Atene, incontriamo Ester, una signora eritrea conosciuta al Mosaik Center. Lì si occupava di uno dei laboratori, realizzando orecchini, gioielli e oggetti di tutti i tipi con materiali riciclati. Ha appuntamento ad Atene con le autorità competenti a esaminare la sua richiesta di ricollocamento; solo lì scoprirà la sua nuova destinazione.

Non è facile per un’isola come questa, che non è mai stata una grande attrazione turistica, vedere diradarsi anche quei pochi turisti che arrivavano nella stagione estiva, soprattutto nella parte a nord: ce l’ha raccontato il proprietario della taverna dove abbiamo cenato la prima sera. Chi lavora nel settore è preoccupato e sono preoccupati anche i cittadini che arrotondano le proprie entrate affittando le seconde case ai villeggianti. Nonostante ciò, qui non possiamo respingere i rifugiati o essere ostili verso di loro, ci dice. La maggior parte della popolazione dell’isola discende da quei greci che negli anni Venti del secolo scorso furono costretti a lasciare le coste turche dopo il Trattato di Losanna, che segnò l’inizio di uno dei più grandi scambi di popolazione della storia. Da una parte, un milione e mezzo di greci, che tornavano nella patria d’origine senza conoscerla e dall’altra i turchi, quasi cinquecentomila persone, che lasciavano le isole per una terra altrettanto sconosciuta.

È uno strano miscuglio quello che si è creato sull’isola. In questo limbo c’è anche del potenziale: tutte le persone passate per la Grecia e incontrate nelle tappe precedenti ne raccontano le enormi difficoltà, ma parlano anche del lavoro dei volontari e di tutte le persone che li hanno aiutati durante il percorso. Anche i rifugiati lasciano la propria impronta su questa terra e sulla vita delle persone che la abitano: gli esperimenti comunitari come il Mosaik o il centro di Pikpa ne sono la testimonianza più positiva.

In una taverna affacciata sul mare di Mitilini, mentre ascoltiamo il racconto dell’oste e al tavolo di fianco al nostro sta cenando una coppia turca, mi viene in mente Politiki Kuzina (Cucina politica), il film di Tassos Boulmetis, che usava il cibo come metafora per raccontare un pezzo di storia ambientato su quel mare. Mescolare le spezie in modo originale e inconsueto, così come si mescolano le identità e le culture, è la ricetta di questa terra dell’Egeo.

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