La storia di Malli Gullu

Venti pensieri corsero alle navi che cia­scuno aveva conosciuto. Uno dopo 

l’altro, tutti si sorpresero a tirare un re­spiro profondo. L’atmosfera s’era fatta d’improvviso ancora più soffocante, come in quelle stive o nei cassoni di quei Tir allineati nel ventre dei traghetti.

Il terzo giorno Malli svenne. Quando si riprese fra le braccia del marito, sentì che qualcosa le si era spezzato dentro. Ranto­lava. Ogni respiro era come una coltella­ta sempre più profonda.

Intorno a loro tutti dormivano addossa­ti gli uni agli altri. Respiravano forte o russavano, e quel rumore ritmato di quat­trocentocinquanta respiri all’unisono s’impastava con il rombo pulsante dei motori.

Malli si portò le mani alle orecchie che fischiavano, si sentì svenire un’altra vol­ta. Si fece forza.

“Forse sto per morire” disse piano all’orecchio dell’uomo, che protestò de­bolmente. Bisbigliò ancora alcune parole e l’uomo scosse la testa con forza, poi la sua bocca si stirò in un sorriso incerto.

“Se non è che questo… Non morirai, stà tranquilla, era solo un malore. Co­munque, se proprio vuoi… Ma come fac­ciamo, in mezzo a tutta questa gente?”

Alla fine cedette, frugò nello zaino e ne tirò fuori un vestito. Era il più bello, quello rosso e verde rilucente dell’oro delle monete e dei monili, quello delle danze e delle feste più importanti. Le ste­se intorno una coperta e distolse lo sguardo, ma con la coda dell’occhio la guardò mentre a fatica, gemendo, lei si sfilava il vestito scuro e si fasciava di lu­cida seta.

Si sentì soffocare dalla tenerezza. La sua compagna (così la chiamava, non moglie, malgrado le proteste dei suoceri) non era mai stata così bella… Quando gli occhi di Malli divennero vitrei, la sua bocca sorrideva ancora. Lui capì subito e cominciò a urlare. Tutti si svegliarono. Il suo grido divenne l’urlo disumano di quattrocento gole. Continuò per due giorni e due notti quell’urlo, perdendosi nel vento e nel mare.

“Sono impazziti là sotto… Se gli apria­mo ci saltano addosso, non se ne parla nemmeno. Buttategli qualche bottiglia d’acqua, qualche scatola di antibiotico. Che ci siano morti come gridano, non ci credo, hanno la pelle dura quei cani, sen­tite? ululano proprio come cani…”

Quando al largo di Crotone la issarono sopra coperta, il suo corpo snello s’era gonfiato al punto che tutti pensarono che fosse stata incinta. Ma sembrava ugual­mente una regina. Sulla seta lucente il vento di maestrale agitava i lunghi capel­li neri e faceva tintinnare le monete d’oro.

Svegliato di soprassalto dal suo stesso urlo l’uomo si drizzò nel lettino, madido di sudore. Si portò le mani alla gola. Lentamente tornò a respirare. Per fortuna le bambine non s’erano svegliate…

Le guardò dormire abbracciate e si chiese con angoscia se avrebbero mai avuto una vita normale, se avrebbero messo da parte il ricordo dei giorni tra­scorsi in quella stiva accanto al cadavere della madre.

Tornò a stendersi senza chiudere gli occhi. Quel pomeriggio il corpo di Malli era volato via verso Roma e Istanbul. Ne aveva avuto la certezza dall’interprete, ma non aveva potuto nemmeno rivedere la bara. Voleva accompagnarla fino a Roma nell’ultimo viaggio. La burocrazia l’aveva bloccato là nel campo di Crotone: niente da fare, non aveva ancora il per­messo di soggiorno. Quella sera, per la prima volta in dieci giorni, era riuscito a piangere.

“Vorrei tornare anch’io con lei…”

Dalle roulotte rugginose allineate sulla pista dell’ex aeroporto erano usciti in tan­ti, gli si erano stretti intorno senza parla­re. Il suo dolore era anche il loro.

“Vorrei tornare…” Indicava in direzio­ne del mare, oltre il mare e le montagne di Grecia e d’Anatolia. Tendeva le mani verso un villaggio del Botan, le ombre dolci delle montagne e il verde della val­le del Tigri, il profumo del fieno, i canti e le risate nel tramonto, i vecchi accocco­lati davanti alle case, le donne alla fonta­na, l’odore del pane appena cot­to… Lo senti­rono tutti all’improvviso, l’odore del fie­no e del pane. Fu quando un anziano gli prese le mani e disse con voce forte, a lui e a tutti: “Non piangere più. Tua mo­glie ha finito di soffrire. È tornata nel vo­stro villaggio e ti aspetta. Un giorno prenderai per mano le tue fi­glie e torne­rai laggiù con loro. Con tutti noi. Torne­remo un giorno nel nostro pae­se, rico­struiremo i villaggi distrutti e can­teremo nella no­stra lingua, e taglieremo il fieno e spez­zeremo il pane…”

“Possiamo scrivere due parole di saluto sulla stoffa della bara? Nella fretta abbia­mo dimenticato anche i fiori…” Il sottuf­ficiale si strinse nelle spalle e fece segno di sì. Un agente sorrise e trasse di tasca un pennarello nero. Scrissero lentamente sulla tela, in stampatello, due frasi di commiato in turco. In kurdo, lo sapeva­no, quelle parole sarebbero state cancel­late all’arrivo a Istanbul.

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