La relatività del male

Perchè nessuno parla di ciò che sta accadendo in Libia?

“Tutti parlano di diritti umani. Questi sono gli umani ma dove sono i diritti?” È venerdì sera e, come ogni settimana per molti fan, il weekend inizia con Propaganda Live. Tra una risata e l’altra, più o meno amara, arrivato il momento del consueto reportage a centro puntata, la frase su riportata, pronunciata da un volontario della Croce Rossa di Tripoli, in Libia, spezza le gambe, fa cadere in uno status di improduttivo e rabbioso malessere. Il ragazzo parla animosamente a Francesca Mannocchi, stimatissima reporter freelance, collaboratrice dell’Espresso che con il suo collega Alessio Romenzi ci ha più volte regalato un binocolo per guardare oltre il Mediterraneo. Lo fa indicando delle donne, sdraiate a terra su sottili e colorati tappeti che fungono loro da abitazione; con loro appaioni anche degli uomini, anch’essi senza tetto, costretti a convivere con la paura aggiuntiva di esser inghiottiti dalle opposte fazioni che da mesi combattono sul territorio. Costretti a combattere una guerra che non li riguarda.

 

In Libia, a detta della stessa Mannocchi, ci sono circa un milione di persone intrappolate dalla guerra: molti di essi sono migranti provenienti dal Sudan, ed alcuni di essi, per ironia della sorte, erano giunti in Libia proprio per rimanerci. Tuttavia il conflitto armato in una terra senza neanche più un governo ufficiale, ma tante tribù guerrigliere che uccidono, soprattutto, civili, ha sicuramente cambiato i loro piani. Ad oggi gli è impossibile sia tornare indietro nei loro paesi d’origine sia, legalmente, arrivare in Europa. D’altronde legislazioni dei paesi europei rendono il traffico illegale l’unico modo per raggiungere le coste europee: così, come i topi in gabbia, degli esseri umani, colpevoli soltanto di essere nati nella parte sbagliata del globo, affidano la loro vita alla speranza. Perché in Libia c’è la guerra, quella con le bombe, le mitragliatrici e il coprifuoco. Quella che formalmente il nostro paese ripudia ma che spesso sostiene in modo neanche troppo celato. Quella che, con la stessa facilità con cui a Risiko si spazzano dal tabellone i carri armati nemici, uccide civili: uomini, donne, bambini. Quella che noi italiani, fortunatamente, conosciamo solo dalla lettura dei libri di storia o dai racconti, neanche troppo nitidi, dei nostri nonni.

Ma analizzare la questione libica non è l’obiettivo di questo articolo: chi scrive non è capace di farlo e per ogni approfondimento gli incredibili reportage della Mannocchi sono disponibili a portata di click. Questo articolo, anzi questo scritto, anzi queste parole in libertà vogliono centrare l’attenzione su un tema, diverso ma connesso: la distanza. Tra Pozzallo, in provincia di Ragusa, e Tripoli ci sono circa 450km di distanza, meno del tratto che separa Catania da Napoli o Milano da Roma. Nell’epoca della viralità uber alles, della connessione a 5G e dei sempre più abituali comizi sulla più grande piazza del mondo (Facebook), le distanze sembrano ormai abbattute, ma, invece, spesso la distanza fisica è subordinata all’attenzione mediatica. La Libia, la Siria, l’Africa, gli hotspot ai confini di Bosnia, Grecia e Ungheria, il mar Mediterraneo, gli sbarchi, i naufragi e le ong sono stati per mesi il centro del dibattito mediatico e quei luoghi sembravano più vicini. Quelle persone, non agli occhi di tutti ma di tanto, sembravano, finalmente, persone. Sembrava anche più vicino l’inizio di una ribellione, seria, fattiva, produttiva, da parte di parte di popolo che rifiuta di essere complice dell’Olocausto del Terzo Millennio. Mentre qualcuno sbraitava, ruttando rabbia e falsità sui numeri delle migrazioni e sul pericolo invasione, qualcun altro portava in piazza a Milano più di duecentomila persone, scandendo il tempo con slogan d’amore a cui poco siamo abituati. “Fateli scendere.” “Siamo tutti migranti.” “Salvini dimettiti”.

Cos’è cambiato da allora? Chi vomitava odio dalle postazioni governative oggi lo fa dalla parte destra dell’emiciclo parlamentare e chi collaborava con gli odiatori, firmando a nome proprio decreti altrui, ora collabora con chi diceva di odiare gli odiatori. “Discontinuità” qualcuno ha detto. Ma, in fondo, almeno sul tema migrazioni, tutto cambia per far rimanere tutto uguale: dalla legge Turco-Napolitano, d’altronde, i governi, da sinistra a destra, indistintamente, producono norme che chiudono canali di accesso legale nel nostro paese e aprono le porte ai taxisti del mare. E no, i taxisti del mare non sono le ong, come soleva definirli l’attuale ministro degli esteri Luigi di Maio, ma sono i trafficanti che a carissimo prezzo e senza alcuna garanzia di successo spediscono come pacchi i migranti sui barconi. E a definirli taxisti è proprio uno di loro alla Mannocchi: fa solo il suo lavoro, afferma, dando la possibilità a chi non ne ha di scappare dalla Libia. Ed il problema è che ha pure ragione. 

Ma non deve essere una sorpresa se chi prometteva discontinuità oggi non ritocca neanche i decreti sicurezza, abominevoli da un punto di vista costituzionale. D’altronde essi sono gli stessi che appoggiavano il decreto Minniti Orlando, che calza a pennello nel solco della chiusura dell’accesso legale e della criminalizzazione delle migrazioni. E forse proprio per questo, come dimostrato dall’inchiesta dell’Avvenire, esponenti del governo Gentiloni, il cui ministero dell’Interno era in mano a Minniti – precursore delle crociate contro le ong – si sedettero a tavolino con Abdul Rhaman Milad, criminale di prima categoria, trafficante libico messo a capo della Guardia Costiera della zona Ovest del paese nord africano, più volte ripreso mentre picchiava i migranti. Lui è stato accolto dai nostri governatori, accompagnato nelle sedi istituzionali del nostro paese, gli è stato mostrato il modello dei centri d’accoglienza che ha poi esportato in Libia dove le condizioni umanitarie sono ben più aggravate. E’ ormai dimostrato infatti che nei centri libici, finanziati anche economicamente dai nostri governi, i migranti vengono torturati, spesso non hanno acqua per giorni e vestiti per cambiarsi e non possono contattare le proprie famiglie. E adesso devono anche sperare che qualche bomba non gli cada addosso. 

Insomma poco o nulla cambia: siamo passati da un razzismo ruttante a un razzismo taciuto, dal becero “aiutiamoli a casa loro” all’ancor peggiore silenzio generale, dalla spettacolarizzazione dell’odio salviniana al silenzio assenso della gestione Lamorgese. Ed in questo passaggio, così clamoroso in patria, nessuno ha pensato cambiare davvero le condizioni di quel milione di persone nella trappola libica o di quelle centinaia di migliaia che seguono la rotta balcanica scontrandosi con frontiere dove tutto è lecito (per chi indossa vistosi mitra). Nessuno lo ha fatto e nessuno lo farà: perché, d’altronde, il male è relativo. Può indossare una felpa o un doppiopetto, un tailleur o un costume da bagno, ma rimane lì, a mietere vittime di una guerra di cui quasi nessuno sente il bisogno di parlare. 

Nel frattempo non resta che chiederci: “Questi sono gli umani. Ma dove sono i diritti?”

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