Il re dei forconi

Comincia da Palermo il nuovo corso di Martino Morsello, re defenestrato del Movimento dei Forconi per la sua vicinanza a Forza Nuova, e del suo decimato seguito. Sotto la finestra del governatore Raffaele Lombardo urlano “dimissioni!”

Il movimento si è spaccato. C’è Morsello, e i suoi pochi intimi, che deposita il marchio tanto fortunato scatenando le ire dei ritardatari al seguito di Mariano Ferro, che adesso annunciano le vie legali. Uno contro l’altro, il teatrino può cominciare. Ma Martino Morsello è un tipo tosto, fantasioso e affezionato al suo broncio da vittima del sistema. Espressione esatta del Movimento anche da lui fondato: tante mezze verità. Portabandiera dell’antipolitica, negli anni ’80 e ’90 ricoprì per diverse volte le cariche di consigliere comunale e assessore nella sua città, Marsala, col Psi. Dopo vari saltelli si candida alle regionali proprio con la coalizione di Lombardo raccogliendo solo 181 voti. Trova la soluzione ad ogni problema: contro chi gli oscura i manifesti usa l’arma dello sciopero della fame. Contro la crisi degli agricoltori trapanesi propone di coniare una nuova moneta.

Si definisce imprenditore, vittima un po’ di tutto. Impiegato comunale a Petrosino, piccolo comune trapanese, finisce sotto processo per truffa e falso continuato. Avrebbe finto più volte di trovarsi in ufficio, quando in realtà si trovava altrove, magari a preparare la rivoluzione.

Ma è anche imputato per bancarotta fraudolenta per il fallimento della sua azienda. Da qui prende quota il personaggio Morsello. Si incatena al Comune, racconta le sue avventure in tv. La moglie Vita, compagna di scioperi della fame, e la figlia Antonella, addetto stampa del padre, non lo lasciano mai solo.

Nei primi anni ‘90 il suo allevamento di pesci, Ittica Mediterranea, va bene. Poi inizia il calvario, i pesci vengono colpiti da un virus e iniziano a morire. “Mi sono indebitato con le banche per salvare la mia attività, poi il tribunale di Marsala ci ha fatto fallire”, racconta a Fabrizio Frizzi.

Nel 2003 l’azienda viene dichiarata fallita, e Morsello s’ingegna. Stipula un contratto di affitto dell’Ittica ad un’altra società intestata alla moglie, Acquacoltura Mediterranea, che prende in custodia i pesci. Ma dopo alcuni mesi avanza delle esorbitanti richieste di rimborso spese per il mantenimento dei pesci che nel giro di poco muoiono. E degli 800 mila euro chiesti al tribunale gliene vengono concessi 270 mila.

Morsello non è soddisfatto e anche questa azienda fallisce. Denuncia il curatore fallimentare e il giudice rei, a suo avviso, di averlo fatto fallire. “I giudici ce l’hanno con me”. Scrive al Presidente del Consiglio, Camera e Senato. E anche al Papa. Nel frattempo l’azienda viene messa in vendita, ma le aste vanno a vuoto. E puntualmente, poco prima delle aste, i locali subiscono incendi di chiara natura dolosa.

Chi parla delle sue intricate vicende giudiziarie rischia di essere accostato a “certi poteri loschi”. Nel suo ultimo volantino elettorale si legge: “Sono un uomo schietto, umile, testardo, sincero, con senso di giustizia, legalità, umiltà, rispetto e bontà”.

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