Dietro quei Forconi

Qualche anno fa il governo Berlusconi-Bossi fece acquistare, con i soldi destinati al Sud, centomila forme di parmigiano invendute. Ai pastori sardi che protestavano per il pecorino mandò invece i poliziotti in assetto antisommossa con l’ordine di manganellare senza pietà. “Il Comitato interministeriale di programmazione – secondo Pino Aprile – delle quote da sbloccare ne destinava 199 al nord e una al sud. Con Monti le quote sono state 40, di cui 39 al nord e una al sud”.
Adesso i contadini siciliani chiedono incentivi alla produzione, alla distribuzione e alla commercializzazione dei prodotti agricoli. Non per un romantico “ritorno alla terra”, ma per una necessità dovuta al costante abbandono delle campagne, che fa aumentare la richiesta e i prezzi. Ma da anni i vari governi preferiscono puntare sui centri commerciali e sui lavori del terziario, a scapito della produzione di materie prime. Intanto sono saliti alle stelle, con quelli dei carburanti, i prezzi dei concimi chimici e dei mezzi agricoli. Per non parlare della catena di distribuzione, la cosiddetta “filiera”, che nei vari passaggi genera aumenti fra il 100 e il 200%.
E’ qui che la mafia esercita con disinvoltura il suo ruolo parassita. In Sicilia c’è poi l’atavico problema delle acque irrigue, le cui reti sono fatiscenti e la cui gestione, prima nelle mani della mafia, adesso della Regione, è stata abbandonata per mancanza di investimenti, nonostante la pletora di funzionari addetti.
“La protesta qui in Sicilia – leggiamo su un blog – è nata per chiedere sgravi per determinati settori, ma di ora in ora si aggiungono sempre nuove persone sempre nuove categorie, la gente se ne frega dei colori dei partiti (mezzi di mantenimento per parassiti), qui c’è gente che si è resa conto che non può più vivere in questo sistema, gente caduta nella trappola del sistema bancario del “poi pagherai” che ha indebitato il 90% della popolazione”.
Dopo il silenzio dei primi giorni, i media hanno deciso di criminalizzare la protesta o metterle un “cappello” politico. Per parlare di violenza sono stati sottolineati episodi minori, a Lentini o a Gela,  per gettare discredito su tutti quanti. C’è chi ha tentato di dare all’agitazione una paternità di destra, partendo da possibili connessioni con Forza Nuova, che col segretario Roberto Fiore ha dato “pieno sostegno, sperando che sia con loro che possa partire la rivolta popolare”; dall’altro lato hanno partecipato ai presidi movimenti della sinistra antagonista siciliana come  “Anomalia” o quelli dell’”Ex-carcere”.
Infine, i soliti mestatori che parlano di protesta contro la politica economica del governo Monti. Ma le radici del movimento sono ben più lontane e investono la politica del passato governo, che ha ignorato totalmente il Sud. “Non c’è molta differenza – commenta qualcuno su Post – è un vasto sottobosco di persone molto diverse che però finiscono solo per essere inutile rumore di fondo, e il mondo va avanti un po’ strumentalizzandoli un po’ ignorandoli”. E’ stato anche fatto notare che “a capo del Movimento dei Forconi c’è Mariano Ferro, ex Mpa e molto vicino a Lombardo”. Ivan Lo Bello, di Confindustria Sicilia, ha denunciato la presenza di infiltrazioni mafiose tra i manifestanti, senza tuttavia precisare ulteriori dettagli.
E’ presto per dare una valutazione di questa lotta. Si incrociano categorie sociali diverse e situazioni che scavalcano le tradizionali logiche di appartenenza politica. I  partiti rimangono a guardare, mentre una parte del PD e i sindacati si sono schierati contro. Gli autotrasportatori costituiscono la “forza d’urto” decisiva, in un paese basato su traffico gommato, con ferrovie sono assenti o lentissime.  Fra loro c’è da distinguere tra “padroncini” e autisti delle grandi ditte. In entrambi i casi, c’è il forte sospetto di interessi che possono includere anche settori dell’economia mafiosa. Ciò non toglie che i costi del trasporto verso il sud,  gravati da aumenti di carburanti e pedaggi,  penalizzano un’economia già crollante.
Più motivata pare la richiesta di un cambio di politica nei confronti dell’agricoltura e della pesca, in una terra dove si estendono i terreni incolti e i pescherecci di Mazara sono abbandonati dai figli degli armatori. Metà dei giovani siciliani sono disoccupati; sono emigrati in 700mila, negli ultimi dieci anni. Dalla Regione, che strombazza autonomia, c’è poco da sperare. Il parassitismo politico è l’altra faccia del parassitismo mafioso che, con la richiesta del pizzo, impedisce l’afflusso di nuovi capitali e nuovi investimenti.
Infine: ma per fare smuovere il governo, sia nazionale che regionale, era proprio necessario mettere in subbuglio una regione, facendo cadere il peso della protesta su cittadini e consumatori, quando invece la controparte contro cui scioperare sta ben più in alto? “Ci abbiamo provato già da parecchio tempo – è la scontata risposta – e ci hanno sempre ignorato”.

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