Venezuela – Petrolio, dollari, rum e cola

Due giorni dopo la fine del mondo, Gregorio prende il bicchiere e dice: «Quello che succede qui è semplice: una grossa speculazione».

«Fammi provare un goccio… Ma che marca è sta ‘roba?»

Daniel si piega e legge l’etichetta: «Si chiama Rumba Florida»

«Cioé gasolina de avion», fa Elías e tutti si mettono a ridere. ‘Benzina di aereo’, così chamano il rum quando è scarso.

«Mica potevo comprare il Santa Teresa – si difende Laura – Già mi è costato tredici milioni»

«Un chilo di formaggio e quindici uova, circa – interviene Gregorio – due volte e mezzo lo stipendio minimo, quando si guadagnava in bolívares fuertes»

«Vabbè, lo faccio il rum e cola o vi siete pentiti?», domanda la ragazza con la bottiglia in mano.

Lunedì nella borsa internazionale è uscito il Petro, la nuova moneta elettronica del Venezuela. Quel giorno a Caracas i negozi erano chiusi, nessuno lavorava durante quella che i venezuelani chiamavano “la fine del mondo”. «È il cammino per una rivoluzione economica, una moneta indipendente per ridare il potere d’acquisto al popolo» diceva il presidente Maduro in diretta facebook, con gli occhi che andavano agitati a destra e a sinistra.

«Il sistema è semplice», inizia Gregorio. Siamo nel cortile di un condominio a Los Chaguaramos, un quartiere-bene e di destra, e per questo il ragazzo parla a bassavoce di politica: «Il Venezuela ha la più grande riserva di petrolio al mondo e mesi fa il governo ha avvertito le compagnie straniere dicendo: “Volete il mio petrolio? Fra poco lo venderò solo in Petro. E per pagarmi in Petro, dovete prima comprarlo”. Agenzie finanziarie di tutto il mondo hanno iniziato a comprare questa specie di Bitcoin, che ha lo stesso valore di un barile di petrolio, più o meno sessanta dollari. Così il governo ha iniziato ad accumulare valuta straniera: dollari, rubi, yen, rupie, yang. Più il Petro è usato all’estero, più cresce il valore suo e quello del bolívar soberano, il nuovo conio usato qui nel paese»

«E sono aumentati gli stipendi»

«Sì – risponde Gregorio – ora si guadagna 1.800 bolivares soberanos al mese. Però tutto funziona se i prezzi non aumentano. Soprattutto quello dei dollari». Si distrae un attimo, Laura le passa il rum e cola. «Gracias – fa il ragazzo e prende un sorso dal bicchiere –  Alla morte di Chavez e la salita di Maduro, il prezzo del petrolio si abbassa e le vendite pure: gli Stati Uniti, primi clienti, hanno smesso di comprarlo dal Venezuela. Ecco l’embargo, la punizione per aver nazionalizzato l’oro nero anni prima»

«Perciò lo Stato vende meno petrolio ed entrano meno dollari»

«Esatto – dice Gregorio, passando il bicchiere a Daniel – Adesso il Banco central ti cambia un dollaro con sei milioni di bolivares e tuttora ogni settimana fa un’asta: chi non riesce a comprare si rivolge al mercato nero. Da tempo sono spuntati siti internet dove te lo cambiano per due-tre volte più caro. Un servizio costoso ma rapido e sempre a disposizione»

«Però perché tutti vogliono i dollari?»

«Franco – termina Gregorio con pazienza – perché il loro valore non cambia e ti servono se vuoi emigrare. O pensa all’affitto, spesso i padroni di casa lo vogliono pagato così, anche se è illegale. È facile speculare così».

«La stessa storia vale con il cibo – interviene Laura, il rum e cola quasi finito – Si importa, si nasconde e si aspetta per guadagnare di più. Speculano i grandi supermercati, coi depositi pieni e gli scaffali vuoti, i piccoli commercianti che aumentano il prezzo anche se il bolivar rimane stabile, le persone che come secondo lavoro vendono cibo accumulato. Immagina, ci sono paesi che si rifiutano di commerciare con noi. Leggi qui dietro».

Prende un pacco di spaghetti dal suo zaino e lo gira: c’è scritto “made in Turchia”. «Mangiamo pasta turca perché Erdogan è disposto a venderci le cose – conclude la ragazza con disagio – È un criminale, ma è uno dei pochi disposti ad aiutarci».

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