Cile. Abortire speranze

«Un giorno mi ha dato tre numeri di telefono, io provo e solo uno mi risponde: “Ho la pillola – mi disse – vediamoci alla metro di Santa Lucia, sono 70 mila pesos”. In pratica cento euro, ma io non li avevo».

«Successe con un ragazzo due anni fa. Abbiamo semplicemente fatto sesso senza preservativo. Sei settimane dopo una ecografia mi spiegava perché pesavo di cinque chili e mi svegliavo con la nausea. Era una nausea strana, tipo quando mangi troppo a cena e la mattina senti una cosa qui».

La ragazza termina di parlare e si tocca con l’indice poco sopra lo stomaco, impensierita. Giusto in quel momento arriva la cameriera cubana, con un sorriso in faccia e il conto in mano. È da circa un’ora che siamo seduti a un tavolino del piccolo ristorante ‘Imperio chifa‘, un locale cinese-peruviano piuttosto famoso ad Arica. Nell’ultima pagina del menu in simil-pelle c’è scritto che è stato fondato nel 2010 dai figli del primo pilota cinese in Cile, due ragazzi meno originali del padre e forse non troppo bravi a fare i cuochi. La cameriera inizia a sparecchiare e noi ci alziamo per pagare, salutiamo e andiamo via.

Camminando verso casa, ogni tanto lei si ferma fra le luci dei lampioni, in modo da allungare la strada e trovare il tempo di raccontare la storia: «In Cile da dicembre l’aborto è legale solo se sei stuprata o se rischi la vita. Ma io due anni fa non avevo proprio speranza di abortire all’ospedale. Perciò ho spiegato a mia madre che aspettavo un bambino, poi mi sono fatta consigliare da un’amica, Debora: sua cugina era già rimasta incinta una volta e sapeva chi cercare. Un giorno Debora mi ha dato tre numeri di telefono, io provo e solo uno mi risponde: “Ho la pillola – mi disse lui – vediamoci qui a Santiago, alla metro di Santa Lucia. Sono 70 mila pesos”. In pratica cento euro, ma io non li avevo perché ancora studiavo, quindi li ho chiesti al mio ragazzo».

Si ferma un attimo per mettersi la giacca e inizia di nuovo, addolcita dal ricordo: «Lui è stato gentilissimo. Mi ha chiesto se ero sicura, mi disse che mi avrebbe appoggiata e siccome lavorava mi ha dato i soldi. Quella sera nella metro è stata Debora a parlare col tipo, io la aspettavo dieci metri più in là. Lo scambio è durato pochissimo e quando è tornata ha preso dalla tasca una bustina di plastica. Sembrava droga. Non so dove quello l’abbia presa, dicono che in Argentina è più facile trovarla, lì l’aborto è proprio illegale. In realtà la pastiglia è un vecchio rimedio contro l’ulcera. Ancora oggi la vendono, ma sotto ricetta speciale. Per questo se la ingoi non è sicuro che il feto muore: per farla funzionare devi metterla nella vagina e fa male. Ti si contorce l’utero, esce sangue, hai la diarrea».

Smette di parlare, i fari delle auto la illuminano per pochi secondi, poi riprende: «L’idea era di
abortire a casa di Debora, visto che sua madre è infermiera e in caso mi avrebbe soccorso subito. Due mesi dopo faccio un’altra ecografia e vedo che il feto era ancora dentro. Sono andata dal ginecologo e con lui ho prenotato un raschiamento. Ricordo che i medici e le infermiere cercavano di rassicurarmi: “Tranquilla – facevano loro – sei giovane, potrai avere altri bambini”. Parlavano così perché sapevano che il mio era un aborto naturale». Alza il braccio che tiene la borsa e con l’altra mano prende le chiavi del portone: «A me non importava – dice lei – non volevo un figlio, volevo solo terminare l’università».

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