La paura di lavorare

“ODA è la chiesa vicina a chi soffre” recita il sito internet della fondazione diocesana catanese. Tra le persone che soffrono anche i lavoratori: tra licenziamenti, provvedimenti disciplinari e chiusure di interi settori.

“Quest’estate ho deciso di chiudere il settore del servizio trasporti per gli utenti, che comportava una perdita netta per la fondazione di circa quattrocentocinquantamila euro l’anno. Il servizio trasporti è un servizio che va svolto dal comune. Nel settore c’erano undici autisti, sono stati tutti ricollocati nel personale, con lo stesso livello retributivo ma con mansioni differenti. Adesso è un problema del comune ed io non voglio saperne più nulla”.

Dietro le parole dell’amministratore dell’ODA, Adolfo Landi, si cela un’altra triste vicenda lavorativa che ha coinvolto Gino (pseudonimo), da trentasette anni impiegato all’ODA come autista, oggi a casa licenziato:

“A fine giugno di quest’anno è arrivato un ordine di servizio con quindici giorni di ferie di ufficio” -racconta Gino -, “Ci dissero che veniva momentaneamente interrotto il servizio trasporto utenti. Mentre ero in ferie ho ricevuto una telefonata dal direttore dell’istituto ODA di San Giovanni La Punta, dicendomi di venire in ufficio centro  a firmare una conciliazione. Io non ne sapevo nulla. Quando andai all’incontro mi presentarono un certo Vincenzo Cunsolo, rappresentante della Confsal, in qualità di conciliatore. Io non lo conoscevo, non conoscevo l’oggetto della conciliazione e non mi avevano messo in condizioni di avere un rappresentante sindacale. Nell’accordo sindacale che avevano già firmato io ero il primo in graduatoria per anzianità, e sarei dovuto rimanere a fare l’autista insieme ad altri tre colleghi per gli utenti dei paesi etnei. Mentre gli altri autisti sarebbero stati collocati in altre mansioni.

Mi chiesi perché firmare una conciliazione per rimanere nella stessa mansione. La verità è che nella conciliazione era previsto un demansionamento con l’aggiunta della mansione di accompagnatore, ruolo che non avevo mai ricoperto e per cui non ho le competenze professionali. Mi intimarono di firmare, dicendomi di far saltare l’intero accordo anche per gli altri colleghi se non avessi accettato. Ma non firmai, non volevo accettare di essere demansionato, e l’accordo saltò. Quando capirono che non avrei firmato mi strapparono il foglio dalle mani.

Pochi giorni dopo arrivò una comunicazione di apertura di una nuova procedura. Fecero un nuovo accordo sindacale con Cgil-Cisl-Uil, dal quale uscì un’altra graduatoria, questa volta calcolata anche per carico familiare, oltre che per anzianità di servizio. Ogni due anni di servizio valevano un punto, ogni carico familiare ne valeva dieci. Così facendo la graduatoria cambiò del tutto, e dal primo posto per anzianità della precedente graduatoria passai al sesto posto, perdendo la mansione di autista che svolgevo da più di trent’anni. Mi scrissero che avevo trenta giorni di tempo per accettare il demansionamento o sarei stato licenziato, io non ho accettato. Ho anche chiesto in sede di conciliazione l’accompagnamento alla pensione, visto che ho trentasette anni di servizio alle spalle, ma dissero che non avevo titolo per concertare con loro. E con chi dovrebbero parlare se non con i lavoratori?” – si chiede Gino con un velo di rabbia -.

“Secondo me avrebbero potuto sistemare la situazione del servizio pullman, ma non gli interessava. Il trasporto che adesso forniscono le cooperative del comune arranca, e con il comune in dissesto presto il servizio cadrà e molti utenti rimarranno a casa.

Mi hanno messo in croce, essendo l’unico a non aver firmato la conciliazione. I colleghi mi evitavano come la peste, perché per loro ero quello che aveva creato il problema. Non hanno capito che il mio gesto voleva dare un segnale per risolvere la situazione.”

Anche Maria (pseudonimo), dipendente ODA, parla della sua esperienza: “C’è un clima di paura, di tensione, c’è paura di chiedere anche quando arriva lo stipendio. Se si prova a chiedere a qualche amministratore la situazione degli stipendi dicono che è meglio non parlare perché si rischia di essere licenziati. Per venticinque anni all’ODA ho fatto servizio domiciliare, con la mia macchina. Negli ultimi tempi, a causa della crisi, spesso ritardavano a pagare il rimborso della benzina. Io sono stata tra le poche a protestare apertamente per questi ritardi, che gravavano sulla mia famiglia e sul mio stipendio. Improvvisamente qualche mese fa mi è arrivato un ordine di servizio, con cui mi hanno tolto dal servizio domiciliare e messo nel servizio interno in istituto, dicendomi che avevano bisogno di una terapista brava e con esperienza come me all’interno dell’istituto. Io sono sicura che mi hanno tolto dal servizio domiciliare perché protestavo troppo.

Poi questa estate ho ricevuto un provvedimento disciplinare perché mi hanno accusato di aver fumato una sigaretta dentro l’istituto. In realtà avevo acceso la sigaretta un passo dentro la porta, a causa del vento, e sono subito uscita fuori. Io ho impugnato questo provvedimento e ho vinto grazie alle testimonianze delle mie colleghe. Poche settimane dopo ho rilasciato un’intervista alla Rai, durante una manifestazione delle famiglie di utenti dell’ODA a Catania, che protestavano per la sospensione del servizio pullman decisa da Landi. Mi ritrovai una sospensione lavorativa per il contenuto delle mie dichiarazioni, che ho impugnato all’ufficio del lavoro. Ogni giorno subisco un clima tremendo, mi sento controllata a vista.”

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