Il porto delle promesse

Catania e il suo porto malato: una storia da riscrivere?

Il porto di Catania da anni è uno dei pochissimi a presentarsi recintato e invalicabile, spazio pubblico sì, ma vietato ai cittadini

Fino a qualche anno fa ci potevi trovare ristoranti, bar e chioschi frequentati nel week-end dai catanesi. Alle banchine dei due moli imbarcazioni di tutti i tipi. C’era anche la Canottieri Ionica, che ha formato tanti giovani nuotatori, canottieri e pallanuotisti.

Oggi il porto è un cantiere: progetto di fognatura, scavi qua e là, automezzi e gru frenetici da una parte all’altra, e container a non finire. Un luogo blindato. Le navi da crociera e gli yacht evitano il porto di Catania perché non possono rifornirsi, preferendo i porti di Messina e Siracusa, maggiormente attrezzati.

Marcello De Luise e Roberto Matteini fanno parte del “Comitato Cittadino Porto del Sole”, nato da un’iniziativa di partecipazione democratica. Li incontriamo al porto. All’ingresso notiamo le due barriere che a mo’ di passaggio a livello controllano gli accessi. Per entrare bisogna ritirare un biglietto, da convalidare all’uscita. Non è previsto alcun pedaggio, sebbene il sito dell’autorità portuale riporti tutte le istruzioni sull’uso di quell’ingresso. Chiediamo spiegazioni ai nostri accompagnatori: “Si tratta soltanto di una manovra dissuasiva per evitare l’ingresso indiscriminato di chicchessia − ci conforta De Luise − uscendo, infatti, nulla sarà chiesto in termini di pedaggio a chi, non lasciandosi impressionare dal ‘dissuasore psicologico’, sarà ugualmente entrato salutando il finanziere preposto”.

Oltre le barriere, una realtà che supera di molto la nostra immaginazione: dei bar di un tempo non vi è traccia, ne resiste soltanto uno alle cui spalle si trovano tre magazzini per le riparazioni delle barche: “Verranno smantellati – ci racconta Roberto Matteini − per far posto alla strada ferrata che in quel punto dovrebbe interrarsi, lasciando spazio a una passeggiata su un lungomare ancora da inventare. Si sposterebbe la stazione centrale laddove oggi è la vecchia stazione di Acquicella, da sempre adibita soltanto a scalo per treni-merci, riconvertendola in una struttura di ricezione e di ristorazione − secondo Matteini − mentre gli ‘archi della marina’ diverrebbero, eliminata la linea ferrata, una sorta di passeggiata, ospitando al loro interno delle botteghe artigianali che abbellirebbero questa parte della città”.

“Molti di questi mezzi appartengono a ditte in odore di mafia, ‘Ercolano-Santapaola’, più volte dissequestrati”

La vecchia dogana, riconvertita con un progetto di diversi milioni di euro in centro commerciale, oggi è fallita e in disuso. “Quello che era un porto mercantile destinato a diventare per metà un porto turistico − ci racconta De Luise − in realtà è diventato una specie d’interporto. Tir e container vengono parcheggiati senza alcun ordine. Rimangono così per mesi in attesa di essere imbarcati e scaricati altrove, quelli vuoti restano sulle banchine della nuova darsena e non possono essere ricollocati, visto che l’interporto non è utilizzato”. Sappiamo bene che non è fruibile per le note vicende giudiziarie occorse alla ditta appaltatrice Tecnis s.p.a., che hanno impedito l’ultimazione del Polo Intermodale rendendo tutta la struttura inutilizzabile.

“Molti di questi mezzi appartengono a ditte in odore di mafia, ‘Ercolano-Santapaola’, più volte dissequestrati − prosegue De Luise − servono a simulare esigenze commerciali che giustificherebbero il grande esborso di denaro impiegato per la costruzione della darsena”.

Superiamo i silos ormai in disuso da decenni che, non potendo essere smantellati per l’alto costo che l’operazione prevederebbe, sono stati di recente oggetto di un intervento artistico. L’azione pittorica non è stata gradita da molti catanesi: “L’avan’a gghittari ‘nterra e falli scumpariri sti cosi inutili − borbotta un passante appena fuori dal porto − in questo modo l’incapacità dei nostri amministratori è sotto gli occhi di tutti…”.

Proseguendo arriviamo alla nuova darsena. Una lunghissima recinzione parla chiaro: lavori in corso. “Qui è crollato un considerevole tratto di banchina − ci dice De Luise − non si capisce se per l’utilizzo di materiali scadenti o perché abbia ceduto il fondale sabbioso su cui poggia la darsena. Certo è − prosegue − che tutta questa parte della darsena è stata costruita sull’alveo del torrente Acquicella, il cui percorso è stato deviato, ma sappiamo bene che la natura poco concorda con l’uomo e segue il suo corso senza badare ai progetti umani”.

“Il porto − racconta De Luise – secondo il commissario portuale sarebbe dovuto essere suddiviso in due parti, una prima area mercantile che partirebbe dal centro storico di Catania e finirebbe oltre al faro Biscari e un’area turistica per le imbarcazioni da diporto poco più in là”. De Luise racconta inoltre degli enormi e costosi sbancamenti sulla spiaggia della Plaja, privi delle autorizzazioni preventive del consiglio comunale e dell’altrettanto prescritta compatibilità con l’ancora vigente Piano Regolatore di Catania, abbiano finito col deviare la foce del torrente Acquicella; una violazione (L.431/85) su cui sta indagando la magistratura.

 “Il porto deve essere ridato alla città − afferma Matteini − se questo accadesse, potrebbero essere creati oltre trentamila posti di lavoro per i nostri giovani, solo nell’indotto”.

I nostri ospiti continuano a raccontarci d’impegni e promesse, dichiarate dal sindaco Bianco, mai mantenute. Restiamo ad ascoltarli ancora per tutta la mattina e i nostri sospetti diventano certezze: se le promesse fossero state in parte realizzate, oggi il porto e l’indotto sarebbero fonte inesauribile di ricchezza per una Catania che vuole crescere e, soprattutto, vivere.

 

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