Il grande imbroglio del porto di Catania - I Siciliani Giovani

Il grande imbroglio del porto di Catania

500 milioni l’anno. Questa è la sbalorditiva cifra che il “Megafono” ed il sindaco Bianco hanno promessi ai lettori de “La Sicilia” qualche giorno fa, senza dire nulla però in quali casse finiranno e di quanti ne beneficerà Catania

Chi li crede destinati all’abbattimento dell’attuale pesante carico di imposte comunali ai cittadini rimarrà probabilmente deluso: andranno infatti ad aumentare gli stessi sperperi e la stessa cattiva gestione che hanno portato al commissariamento il Porto di Catania già nel 2012.

Lo conferma lo stesso articolo di stampa nel precisare che i 500 milioni sono destinati anche alle attività ricettive delle crociere, senza però specificare che questo settore risulta del tutto secondario in un porto che finora ha giustificato gli altissimi costi di esercizio a carico dei contribuenti solamente per il trasporto mercantile, pur essendo, quello catanese, l’ultimo nella classifica nazionale per trasporto merci.

E così alcuni giorni fa, in un convegno partecipato da autorevoli esponenti politici, dedicato esclusivamente alle funzioni turistiche, si è accuratamente evitato di entrare nel merito della disastrosa gestione dell’Autorità Portuale, rappresentata dalla favola del grande porto mercantile. Una favola talmente grande da giustificare un investimento di 150 milioni di euro per la realizzazione di una darsena commerciale tanto inutile quanto illegale, mancando del tutto degli obbligatori processi di valutazione di impatto ambientale richiesti dalla legge.

Adesso, dopo oltre un decennio dalla presentazione di un corposo dossier alla Commissione Nazionale Antimafia, in quello che fu definito il “porto delle nebbie” ci si è ridotti a confondere persino i ruoli, i confini e le competenze relative ad uno dei beni comuni della città, ma con un solo vincitore sicuro: l’Autorità Portuale.

Se è infatti sin troppo ovvio ritenere che l’incremento dell’attività crocieristica porterebbe dei benefici anche per la città, non si capisce per quale ragione -e a che titolo- il comune, già in condizioni di estrema difficoltà finanziaria e costretto per questo a tartassare i cittadini con una pressione fiscale insopportabile, dovrebbe incentivare tale attività, contribuendo con fondi propri a ridurre i costi dei servizi, per rendere più conveniente la scelta dello scalo etneo per le stesse compagnie. Per attrarre il turismo crocieristico, infatti, il comune e l’autorità portuale dovrebbero integrare piuttosto le proprie rispettive competenze. Il che non significa supplire alle mancanze e agli errori altrui con l’inevitabile effetto di far pagare un conto doppio ad una cittadinanza già esangue.

Il comune potrebbe organizzare itinerari tematici, servizi di accoglienza turistica di qualità, navette verso le principali attrazioni turistico-monumentali, ma non può certo svolgere anche l’unico compito che spetta all’autorità, quello cioè di intrattenere rapporti con le compagnie rendendo efficienti ed economicamente competitivi i costi dei servizi.

A Catania, invece, si vuole che sia il Comune a intervenire anche su questo, ma allo stesso tempo, chissà perché, quegli stessi esponenti politici che propugnano questo intervento vorrebbero anche che si approvasse in fretta e furia una riforma del sistema portuale che rafforzi i poteri e l’autonomia delle autorità portuali, sia rispetto al ruolo nella pianificazione portuale, sia rispetto a questioni che interessano molto di più la politica, come i meccanismi di nomina di presidenti e consigli d’amministrazione, tanto potenti nei porti, quanto asserviti al ceto politico di governo che ne designa la nomina.

Rispetto a questo scenario del pagatore ignavo e del gaudente inerte, bisogna avere la forza, per il bene della nostra città, di chiedere verità e coerenza.

Chi ha commesso tragici errori di gestione e pianificazione, ne prenda umilmente atto e si faccia da parte. Chi invece continua a sostenere di adoperarsi in tutti i modi per il bene della comunità da cui è stato eletto, abbia la determinazione di chiedere al governo di intervenire sull’inaccettabile situazione del porto di Catania e di modificare in profondità una proposta di riforma legislativa che colpisce mortalmente la stessa essenza della potestà municipale: il governo del territorio a garanzia di tutti i cittadini.

Abbia la forza e la determinazione il sindaco Enzo Bianco di raccontare come, se il disegno di legge attualmente in discussione al Senato fosse stato in vigore dieci anni fa, il porto di Catania si ritroverebbe oggi seppellito sotto un milione e mezzo di metri cubi di cemento, con buona pace degli ex presidenti dell’autorità portuale che, persino loro, hanno ammesso gli eccessi di un piano che voleva fare del porto un ennesimo quartiere di Catania.

Un quartiere non al servizio dei cittadini ma al servizio di speculazioni finanziarie immobiliari come è emerso nel tempo.

Abbia la forza e la determinazione il sindaco Enzo Bianco di ribadire, come fece in occasione della nomina di Santo Castiglione a presidente dell’Autorità Portuale, che quel ruolo necessita di elevate competenze nei settori dell’economia dei trasporti e portuale e non di una generica competenza nella “materia oggetto della legge” che renderebbe ancor più agevole nominare medici e ragionieri alla guida di porti di rilevo internazionale, purché siano amici fedeli o sodali politici dell’ennesimo “esponente politico di peso”.

Ad oggi emerge per il solo 2013 il danno collettivo in “500 milioni” persi da Catania per una amministrazione portuale incapace di contenere le proprie spese e le proprie tariffe.

Emergerà un giorno il danno complessivo finanziario , occupazionale ed urbanistico, sofferto dai cittadini a partire dal 1994 anno di costituzione della autorità portuale ? 

Un pensiero su “Il grande imbroglio del porto di Catania

  • 29/01/2014 in 15:23
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    Il danno complessivo per Catania ? Basta moltiplicare i “500 milioni” per i venti anni dal 1994 anno di fondazione di tale ente portuale di nomina politica; totale = dieci miliardi di Euro perduti per ammissione degli stessi politici che non hanno mosso un dito per non farli perdere e continuano a non vergognarsene.

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