Bologna. Strage e dopostrage. “Una cosa vecchia”

Un comizio “come gli altri”, trentotto anni dopo

All’ingresso della stazione di Bologna, continuamente superati dai passi rapidi di chi è diretto ai binari e dagli sguardi distratti dei passanti, ci sono un muro squarciato e una lista di nomi.

StazionediBologna

Ottantacinque nomi, da Antonio Montanari di anni ottantasei a Angela Fresu che di anni invece ne aveva solo tre, da Katia Bertasi che da anni lavorava nel ristorante della stazione a Margret, Eckhardt e Kai Mader, famiglia di turisti tedeschi.

C’è anche il nome di un ragazzo giapponese, Iwao Sekiguchi, studente all’Università di Tokyo, che aveva deciso di passare l’estate del 1980 in Italia. Iwao aveva un diario, dove riportava con maniacale dedizione ai dettagli quel che faceva durante la giornata.

Nell’ultima pagina era scritto: “2 agosto: sono alla stazione di Bologna. Telefono a Teresa ma non c’è. Decido quindi di andare a Venezia. Prendo il treno che parte alle 11:11. Ho preso un cestino da viaggio che ho pagato cinquemila lire. Dentro c’è carne, uova, patate, pane e vino. Mentre scrivo sto mangiando”.

Quarantasei minuti prima della partenza di quel treno un boato invade la sala d’aspetto, e poi fumo, urla e macerie. Iwao e gli altri ottantaquattro nomi della lapide non sopravvissero all’esplosione della bomba.

Il processo che seguì l’attentato, che ancora oggi non ha fatto piena luce sui mandanti, portò però alla condanna dei tre esecutori materiali, Luigi Ciavardini, Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, membri dei Nuclei Armati Rivoluzionari, un’organizzazione neofascista già ritenuta responsabile di numerosi omicidi, e a una serie di condanne accessorie ad altri membri dei NAR e di Terza Posizione, altro movimento neofascista dal quale gran parte dei membri dei NAR provenivano.

Il leader di Terza Posizione, Roberto Fiore, coinvolto nelle indagini, fugge latitante in Inghilterra. In sua assenza, viene condannato per banda armata e associazione sovversiva. In primo grado, in appello e in Cassazione, ma un giudice inglese respinge la richiesta di estradizione.

Fiore fa ritorno in Italia solo quasi vent’anni dopo, con la sua condanna caduta in prescrizione, e acquista fama come fondatore di Forza Nuova.

L’altro giorno, a quasi trentotto anni dalla strage di Bologna, è arrivato in città. Per tenere un comizio. Come candidato alle prossime elezioni politiche. Non so se sia arrivato in treno, e abbia passato quel muro squarciato come tutti gli altri passanti. Dove la bomba è esplosa, e dove Iwao stava scrivendo sul suo diario. Non so se vi abbia rivolto uno sguardo.

So che migliaia e migliaia di bolognesi hanno occupato la piazza per impedire che quel comizio si tenesse. Che Fiore tornasse nella città che in quell’agosto del 1980 era diventata l’inferno, per urlare i suoi slogan e fare i suoi saluti romani. E che quelle migliaia di persone hanno preso manganellate e lacrimogeni perché quella piazza venisse sgomberata.

Con il senno del giorno dopo, non è tanto Fiore che a me preoccupa. Ma tutti quelli che in piazza non ci sono scesi e che la bomba l’hanno dimenticata; i giornalisti attratti dalla pornografia degli scontri, e i titolisti in cerca di copie da vendere; il sindaco che cerca di contentare un po’ tutti e un po’ nessuno, quelli che minimizzano, parlano d’altro, dicono che in fondo un comizio non ha mai ammazzato nessuno, che l’antifascismo è una cosa vecchia.

E allora forse copritelo, quello squarcio sul muro, e poi passateci sopra due dita di intonaco. Toglietela, quella lapide e quei nomi scolpiti. Quello di Antonio Montanari, di Angela Fresu e di Katia Bertasi, di Iwao che scriveva il suo diario. Tanto in fondo li avete già dimenticati.

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