Gli assembramenti di cui abbiamo bisogno 

 “Glovo, Uber, Just Eat sono multinazionali presenti in decine di paesi. Questi colossi grazie alla deregolamentazione del mercato della forza lavoro si sono serviti delle piattaforme digitali per introdurre un nuovo modello di sfruttamento.” 

“E io pedalo!”

Qualche giorno fa, infatti, la firma del nuovo contratto nazionale del lavoro tra Assodelivery, associazione delle principali compagnie di cibo a domicilio, come Glovo, Just eat e Deliveroo, e Ugl, è piaciuta talmente tanto ai riders di tutta Italia, che la loro gratitudine è stata immediata: “Non si tratta di un accordo, ma dell’ennesima imposizione di condizioni di precarietà e ricatto, ed è addirittura peggio della legge Catalfo – Di Maio dello scorso novembre.”

“Almeno i caschi dateceli buoni”

Tra un ordine e l’altro, tra la dignità e i tavoli, i riders sono scesi in piazza con le loro biciclette per tre giornate di sciopero, trenta, trentuno luglio e primo agosto, reclamando nient’altro che concretezza in mezzo a tanta precarietà

“Siamo riders o caporali?”

Siamo abituati ad associare il caporalato all’agricoltura: teste chine sui campi e mani logore sui pomodori. Eppure, l’ultima sentenza del tribunale di Milano ha disposto il commissariamento dell’azienda Uber Italy srl, proprio per sfruttamento. I riders interrogati, infatti, sembrano tutti ripetere lo stesso mantra “Io, Badini e Sidibe abbiamo percepito sempre e solo tre euro a consegna”, “La mia paga era sempre e solo di tre euro a consegna”, “..Danilo mi aveva detto che mi avrebbe pagato tre euro a consegna..”. Insomma, se non fosse ancora chiaro, il lavoro dei riders, a prescindere dai chilometri e dalle giornate, valeva non più di tre euro. Le teste sono sempre chine, però sulla strada, e le mani sono ancora logore, ma sui manubri delle bici.

Corri, ragazzo, corri!

“Forse aspettavano tutti il 4 maggio per ordinare da McDonald’s.” dichiarano i riders di Deliverance Project su Facebook. “Fatto sta che questa era la situazione in Via Livorno, come se questi due mesi di pandemia non avessero insegnato niente. Sono stati per più di un’ora accalcati in attesa e questa attesa ovviamente non verrà pagata per la regola del cottimo: come rischiare la propria salute per niente. Eppure, sarebbe così facile bloccare le ordinazioni quando diventano troppe e tutelare la salute dei lavoratori.”

La rivolta dei Riders di Milano: stop al delivery food.

“Resta il fatto che il business del cibo portato a casa consiste in sushi, hamburger e patatine, non è proprio essenziale. Fondamentali invece sono il diritto alla salute e il reddito per i lavoratori” afferma con decisione il collettivo.

Effetto Karoshi

Il lavoro in Giappone è valutato secondo la quantità e non secondo la qualità. Le promozioni non dipendono dai meriti, ma dall’età e dagli anni di servizio. In media si lavora dodici ore al giorno, di solito tutte di seguito. Un mare di sacrificio e di conformismo. La morte per troppo lavoro in Giappone ha un nome preciso: “karoshi”.

E la fabbrica? La portiamo in tasca.

“Ma sei libero, puoi scegliere tu quando lavorare”. Immaginate una fila di persone che aspettano davanti un cancello, tante mani alzate la mattina presto e uno col cappello che fa entrare i primi lì davanti: questo si chiama caporalato! “E il padrone?”, il padrone è quello che possiede l’applicazione.