E la fabbrica? La portiamo in tasca.

Non serve più stare in cento dentro un capannone perché siamo diecimila dentro un’applicazione.

“Ma sei libero, puoi scegliere tu quando lavorare”. Immaginate una fila di persone che aspettano davanti un cancello, tante mani alzate la mattina presto e uno col cappello che fa entrare i primi lì davanti: questo si chiama caporalato! “E il padrone?”, il padrone è quello che possiede l’applicazione. Non lo vediamo, ma lui vede noi come tanti puntini sulla mappa: alcuni passano i semafori, fanno le consegne sotto la pioggia e la neve, altri si fermano per sempre come Antonello, Pablo, Artyk, Maurizio. Sono morte persone facendo questo lavoro, colpite da un infarto oppure schiantate contro un SUV. Ed eravamo preparati, sapevamo cosa significa lavorare a cottimo, è un’Italia che si vedeva nei film o veniva dalle periferie del Sud, ma ora torna al centro, corre nelle vie delle metropoli, colorata, legale. Tocca capire in fretta da che parte stare: noi siamo per chi si mette lo zaino, si mette il casco e va a lavorare.

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