Frankenstein - I Siciliani Giovani

Frankenstein

Io, barone Viktor von Frankenstein, ora che la vita mi sta sfuggendo, raccolgo qui i miei ultimi pensieri perché voi che leggete possiate trarne insegnamento. Non cercate di destare i defunti, non cercate di dar vita a ciò che è oramai passato. Ero giovane quando, preso dall’ebbrezza di ridar gloria alla mia Terra, mi finsi che avrei potuto modellare un Essere ex novo, che fosse la sintesi de’ più illustri e competenti che ci avevano preceduto. Fu allora che pensai – me stolto! – alla possibilità di strappar il miglior pregio dei nostri antenati e, con questi frammenti scelti con cura, dar vita al salvatore della nostra Patria.

Per settimane m’aggirai nei cimiteri, tra tombe anonime e cenotafi dimenticati. Alla luce di una fioca torcia m’addentrai in cripte nelle quali regnavano sovrani ratti e ragni. Cercavo quei nomi, ormai ricoperti da polvere spessa e tenace, che ricordassero un’anima grande e allora – orrore solo a confessarlo! – scardinavo quelle antiche lapidi, divellevo quelle bare muffite e frugavo – sì, frugavo! – resti miserandi che raccoglievo e meco portavo nel mio laboratorio.

E lì, nel corso di lunghe e gelidi notti, costruivo l’essere perfetto, colui che avrebbe ridonato alla Patria il lustro meritato e dimenticato, prostituito da lustri di malgoverno e morali sconcezze. L’essere perfetto, sobrio e raziocinante, che ponderasse i pericoli e ingegnasse le soluzioni, questo cercavo – sì, questo cercavo! Non la ricchezza o la gloria, ma la salvezza della mia Terra – ma altro trovai.

Era una cupa notte di novembre, l’aria stuprata da violenti e accecanti lampi che riducevano a nulla la mia pur onesta lucerna, quando, richiamando tutte le energie che potei raggruppare, abbassai le leve che le convogliarono sull’Essere ancora inanimato.

Era questi il morto prodotto di morti resti di illustri e sobri morti. V’erano le spoglie del grande filosofo così come quelle del magno giurista e dell’economista insigne. Tutti sobri, ancorché morti, e, riuniti, avrebbero formato quell’Essere il cui governo avrebbe ridonato lustro alla Patria – così, folle! pensavo.

L’energia proruppe infine copiosa e quegl’esseri inanimati preser vita e divennero vivi e l’Essere parlò e disse “pensioni”. Un lampo, subito seguito da uno squassante tuono che fece tremare le pur solide mura del castello, mi diede l’ultima sua immagine che serbo. Strappando le solide catene, allentando le inossidabili maglie, si liberò dai vincoli, ahimè troppo fragili. Ritto accanto al letto dove speravo di averlo confinato emise un urlo belluino, che quasi sovrastò il tuono di poco prima. “Riforme” gridò e poi, gettandosi verso la finestra, frantumò i vetri e sparve nella notte.

Guadagnò la campagna, e principiò a vivere nei pressi degli isolati villaggi del contado da cui, nei mesi seguenti forti si levarono pianti e stridor di denti. Solo i nobili e i ricchi, ben protetti da munite mura, poterono salvarsi.

Questo io confesso, giunto al termine della mia vita terrena. Possa tu, ignoto lettore trarne giovamento. Lieve mi sia la terra.

Jack Daniel

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