Lucianeddu

Librino, periferia di Catania. Nella palestra del S.Teo­doro Liberato l’Iqbal Masih, con Orazio Condorelli, Lu­ciano Bruno (quello della foto) e altri compagni di lotta ha fatto una serata di festa e teatro popolare. Una resi­stenza, in quel quartiere, che dura da diciassette anni.

Per noi, teatro popolare contro la mafia è la vita di una persona, quando chi racconta e recita una storia è fuoriuscito dai lacci della costrizione, dei condiziona­menti che lo hanno oppresso, e lotta assieme ad altri non solo per la propria emancipazione, ma per il futuro stesso, la sopravvivenza morale di tutti.

Per noi teatro popolare contro la mafia è la possibili­tà di una persona di individuare nella sua storia, le tracce di una consapevolezza individuale, familiare, sociale e politica.

Per noi teatro popolare contro mafia è rimettersi a fianco di altri uomini e donne, di altri compagni, per­correre le strade dei quartieri. La strada è il luogo dove le persone si incontrano, si parlano, si confrontano, e anche dove si diffidano, si sparano, si fanno del male. Dove le persone concrete gridano, si disperano, denunciano la violenza, la povertà, l’indifferenza.

Allora il teatro diventa vita. Fuoriesce dai linguaggi generici e diventa voce. Una voce del popolo, densa e carica, che si porta dappresso con le proprie parole tutto un mondo.

Luciano, Lucianeddu, è il racconto di una storia, una storia comune fatta di pranzi e di cugini, di partita di calcio e di parole d’amore. Di abbracci, di memoria e di tormenti. Racconta pasta e famiglia, memoria propria e memoria collettiva.

Cosi questo monologo è tutt’altro che una voce indi­viduale. Porta al quartiere, al mondo. Diventa una voce collettiva, un frammento della nostra vita.

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