Da dove vengono gli immigrati

Erano siciliani, a quei tempi, i paesi da cui par­tivano gli emigranti. Adesso, Palma di Monte­chiaro è un paesino della Nigeria, o della Roma­nia, o della Costa d’Avorio, o del Pakistan

A Palma di Montechiaro l’indice di mortalità infantile è il più alto di tutta l’Europa. Il tifo, il tracoma, la scabbia gli eczemi ed infine la tubercolosi. dietro lo splendore degli occhi di tanti bambini c’è la fame, l’avidità, ma c’è soprattutto la febbre. Su cento bambini dieci non riesco­no a sopravvivere fino all’adolescen­za. Dei novanta che restano, almeno tren­ta non vanno mai a scuola e restano analfa­beti. Degli altri cinquanta, la metà abban­donano le aule a sette o otto anni e se ne vanno nelle campagne a caricare la loro parte di pietre, di fascine, di sacchi, raccolgono sterpi per il fuoco, governano gli animali, raccolgono le immondizie per la strada, chiedono la elemosina. Le cause della povertà.

Muoiono molti bambini, ma l’indice del­la natalità è frenetico, anch’esso il più alto d’Europa. Questa piccola, tragica po­polazione si propaga sulla faccia della ter­ra con la stessa rapidità con cui a lei si propagano le mosche, gli escrementi, i cani, la miseria. In questa landa che po­trebbe dare stentatamente da vivere ad ap­pena cinque o seimila persone, se ne ad­densano almeno ventimila: la base del­la tragedia è questa. L’agricoltura è misera­bile; alle spalle del paese ci sono le mon­tagne aride, senza un albero, un mandorlo un ulivo, un filo d’acqua.

Solo mille hanno lavoro

Facciamo conto che, su ventimila esse­ri umani, gli individui validi al lavoro siano ottomila. Di costoro un centinaio sono ar­tigiani, un altro centinaio com­mercianti, duecento sono i borghesi, cioè gli impie­gati, i carabinieri, i maestri ele­mentari, l’esattore delle tasse, i medici condotti, e cinquecento gli agricoltori, cioè coloro che hanno la proprietà della terra. Gli altri settemila individui sono braccianti e ma­novali. Soltanto mille di costoro hanno la­voro; altri duemila vivo­no con gli assegni di disoccupazione e sono i più vecchi, gli ammalati, i rasse­gnati, i vinti.

I cinquemila che restano sono emigrati, lavorano nelle miniere di ferro in Germa­nia, nelle miniere di car­bone del Belgio, nelle campagne della Francia. Se non fos­sero emigrati, un giorno o l’altro la gente qui avrebbe co­minciato a scannarsi, poi­ché l’essere umano sopporta le mosche che si posano sugli occhi, gli escrementi dentro l bu­gliolo, persino le malattie e la morte, ma la fame no!

Vive di questi emigranti

Palma di Montechiaro praticamente vive con le rimesse di questi cinquemila uomini dispersi sulla faccia della terra, i quali inviano ogni mese una media di cin­quemila lire a testa, cioè complessivamen­te trecento milioni. Tutta l’economia vive su quei trecento milioni che servono a pa­gare i bottegai, gli artigiani, le tasse, i cibi, i vestiti, l’acqua. Ogni tanto qual­cuno degli emigranti, i più anziani o stanchi se ne torna con un piccolo gruz­zolo, acquista una piccola casa, lugubre e fetida come tutte le altre, senza servizi igienici poiché fognature non ce ne sono, senza acqua perché la rete idrica non esi­ste. Se gli ri­mane un po’ di denaro, con una tragica ca­parbietà torna ad investirlo nell’acquisto di un pezzo di terra.Il cer­chio – che la sua volontà di sopravvivere aveva spezzato per un anno o per cinque – si chiude di nuovo su questo essere umano.

La salvezza dell’uomo qui è an­che la sua condanna; il destino di nascere a Pal­ma di Montechiaro, patire febbri, stenti, malattia, ignoranza, umiliazione, si può spezzare soltanto cercando altrove per il modo la maniera di sopravvivere.

(da “Processo alla Sicilia”, 1967)

 

La Fondazione Fava

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Il sito “I Siciliani di Giuseppe Fava”

Pubblica tesi su Giuseppe Fava e i Siciliani, a partire da quelle di Luca Salici e Rocco Rossitto, che ne sono i curatori. E’ articolato nelle seguenti sezioni:

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“I Siciliani di Giuseppe Fava” è un archivio – anzi un deposito operativo – della prima generazione dei Siciliani. Senza retorica, senza celebrazioni, semplicemente uno strumento di lavoro. Serio, concreto e utile: nel nostro stile.

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