Sensi di colpa

Un’isola di paradiso, fra pesci angelo e delfini. Nel mondo di domani vivremo tutti così…

Di tanto in tanto veniva colto da sen­si di colpa. Talvolta la mattina, appena svegliato, quando il sole dei tropici premeva contro la tendina della fine­stra. Oppure poco dopo, scendendo le scale del bungalow, diretto al patio per consumare la sua colazione circondato dalla spiaggia bianchissima, bagnata dal turchese dell’Oceano. 

A volte, invece, quel senso di colpa lo coglieva nel corso della giornata, magari mentre nuotava nella laguna del suo atol­lo verso la barriera corallina, in cima alla quale si appostava per ore perdendosi a guardare i pesci angelo che volteggiava­no sui coralli oppure a scorgere, nel blu, le ombre veloci dei delfini che passava­no. Persino in certe sere poteva provare quel disagio, un’ombra sulle sue cene in compagnia della donna più bella che avesse mai conosciuto e corteggiato. Non era stato facile vincere le sue resistenze, all’inizio, ma poi era riuscito a convin­cerla, allettandola con la prospettiva di vivere lì, in quel paradiso in terra, la maggior parte del tempo. 

Erano passati già due anni, volati come una sola settimana, da quando si erano trasferiti. Avevano a disposizione, solo per loro, un villaggio intero di bungalow e capanne mentre il personale di servizio, discretamente, abitava fuori dagli sguar­di, nascosto dal fitto dei palmeti. 

In fondo non era del tutto scontento di quel senso di colpa, era un’ulteriore pro­va del suo animo gentile. La sua vita era quella di un privilegiato, non poteva cer­to negarlo: per fortuna, abilità, intelligen­za, a lui era concesso ciò che gli altri po­tevano solo sognare. Gli altri, quel re­sto di umanità che popolava affollati dormit­ori, se non baracche di favelas, che si al­zava la mattina per andare a sprecare la giornata in occupazioni noiose e alienan­ti al solo scopo di guadagnare quel mini­mo di sostentamento per un’ulteriore giornata sprecata.

E così per tutti i giorni e tutti i mesi e tutti gli anni, senza speranza di un cam­biamento e col solo conforto di un’oretta di collegamento in realtà virtuale la mat­tina o la sera, sempre che le forze lo per­mettessero. Quell’ora di realtà virtuale, che concedeva il sogno e l’illusione di essere l’imperatore del mondo o un gran­de sportivo o un acclamato divo era l’unico conforto ad una povera esistenza.

Proprio pensando al resto dell’umanità, di tanto in tanto, veniva colto dai sensi di colpa, magari quando, come ora, ammi­rava la spuma bianca delle onde cavalca­re le acque cobalto. Anche se, a guardar bene, quel blu tendeva a scolorirsi men­tre una nebbia sembrava calare sul mare, densa, che annullava la differenza dei co­lori coprendo tutto di grigio. Il mormorio della risacca, un lieve sussurro poco pri­ma, cresceva di intensità, copriva la brez­za tra le palme e ad aumentava, ancora, sino a diventare un rumore, un frastuono, stridente, insopportabile, acuto, un urlo, quasi, una sirena.

Le sette. L’ora di realtà virtuale era ter­minata; aveva dieci minuti, non di più, per prepararsi, correre alla lurida metro­politana e precipitarsi nel suo cubicolo dove avrebbe sprecato le prossime ore affannandosi per nulla. Dodici ore, dove­va resistere dodici ore prima di poter tor­nare alla sua isola, nel suo atollo, tra i suoi pesci angelo che guizzano tra i co­ralli.

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