Roma – un reportage

L’impiccato della Boccea

Un impiccato in un casale sulla Boccea. Uno dei presunti assassini di Torpignattara. Una brutta storia andata a finire “uno schifo” e che continua a proiettare un’immagine di Roma nauseabonda e feroce. Che corrisponde purtroppo a quello che è diventata questa città.
Mentre il furgone della “mortuaria” lascia il posto agli specialisti del Ris, a poca distanza un bar di periferia, a 50 metri dalla rampa di accesso al Grande raccordo anulare dove finisce la città e inizia un quartiere che sembra un paese, Casalotti. Un bar che oggi è chiuso. Riposo settimanale, e c’è da stare buoni, qui, per un giorno a settimana. Si, perché questo “baraccio” è uno dei punti di ritrovo notturni di pischelli e giovinotti belli della periferia fra Cassia e Aurelia. Lo avete mai visto un bar di periferia con un buttafuori all’ingresso? Uno di quelli che ti guardano torvi mentre ti prendi un caffè e una bomba al cioccolato “calla calla”? No? Alle porte di Casalotti c’è. Un posto aperto fino a tardi dove andare a fare il pieno, di alcol e ragazze, prima di uscire a “fa du zompi”. Dentro musica, folla di bella gente tamarra, bibbitoni colorati e tequila boom boom, fuori un paio di spacciatori nordafricani evidenti come il sole in una mattina d’agosto e litigi, spinte, ogni tanto pure di peggio. E il buttafuori all’ingresso a filtrare quelli più strafatti.
La polizia. Passa, rallenta. Se ne va. Si ferma solo se c’è scappato qualcosa peggio di “du pizze”. Funziona così. E nessuno sa spiegare perché. È tutto così evidente, alla luce del sole. Ma si vede che si preferisce reprimere e intervenire quando le cose sono finite “uno schifo” invece che capire. Anche l’evidenza.

Quel bar al Gasometro

L’evidenza che impedisce di agire in altri bar come quello a due passi dal Gasometro all’Ostiense, zona di locali e di coltello rinomata dove c’é scappato il morto davanti tre anni fa e tutti se lo sarebbero scordati se un’altra storia andata “uno schifo” non fosse succeda a neanche 50 metri da quell’ingresso insanguinato. Una povera edicolante rapinata “de cortello” in pieno giorno e morta di crepacuore. Qui, dove la vecchia zona industriale di Ostiense si trasforma nella zona della movida dei locali, il ferito, e il morto, ci scappa spesso. Funziona così. Lo sai e ci vai a tuo rischio e pericolo. E il pericolo fa parte della serata come la tequila scadente, la coca tagliata al 90% e le pasticche fatte in casa da qualche chimico dilettante. Bello, no? E le forze dell’ordine? Passano, rallentano, e poi vanno via. Ogni tanto acchiappano qualche pesce piccolo, un nordafricano con le palline di stagnola e coca a 20 euro nel pacchetto di sigarette. Ma i pesci grossi che ingrassano? Ci sono eccome. Ti devi spostare di qualche centinaio di metri per vederli. Anche questi evidenti che ti verrebbe da domandarti come sia possibile che nessuno intervenga.

Usura? Pizzo? Tutt’e due?

Un altro bar, verso la Piramide. Che davanti all’ora di chiusura è uno spettacolo per gli affezionati delle macchine di lusso. Giovedì scorso alle 20 si contavano 7 Mercedes, due Bmw e un Porche. I suv li teniamo fuori dal conto. Ti siedi a prendere un campari e vedi giri di contanti e assegni che sembra di essere in una banca. “Aooo, ma quello ha pagato?”. Il tipo del Porsche si tocca il cavallo dei calzoni. “None, m’ha mollato n’assegno postdatato”. Rutto di ordinanza. Risata. “Tanto ‘ndo scappa. Famo a fidasse”. Urlato. Evidente. Usura? Pizzo? Tutti e due? Chi lo sa. Qui si passa, si rallenta e poi si va via. Alla luce del sole. A due passi da una fermata dell’autobus che a quell’ora è piena di gente che torna a casa dopo una giornata di lavoro. Qui non ci sono pesci piccoli da piazzare in qualche cella sovraffollata in attesa di un processo per direttissima e di un decreto, per gli stranieri che sono la stragrande maggioranza dei fermati, di espulsione.
E allora ci torni a quel casale sulla Boccea dove è stato trovato impiccato uno di quelli, pare, che ha fatto un casino a Torpignattara. E te le fai domande, aspettando che domattina ci sia la conferenza stampa sul delitto di gennaio che va dimenticato in fretta. Te le fai con Aziz che taglia la carne del Kebab e ti riempie un panino e ti racconta che le rapine dei nordafricani a commercianti cinesi sono centinaia ogni anno in tutta la città. Perché i cinesi girano con un sacco di contanti e poi non denunciano. “E’ la loro specialità”. E a nessuno importa nulla. “Si fanno fuori fra loro”.

I trenta morti della guera di mafia

Come a nessuno importa nulla di quei trenta morti nel 2011 per ha guerra di mafia in corso a Roma ma che nessun esponente del governo della città denuncia o almeno raccontata. “Si ammazzano fra loro”. Aziz, amico mio, mettici la salsa piccante. E non ci pensare. Questa è la sicurezza da spot pubblicitari che tanto piace all’addetto stampa del Sindaco. Stai attenta questa sera quando esci stanotte dopo la chiusura. Non ti fermare. E quando arrivi a casa barricati dentro a doppia mandata.
E alla fine torni in centro con un taxi, che è arrivato con il tassametro che già segna 14 euro. L’autista parla al telefonino con un collega, alterato. Aria di mobilitazione fra i tassisti in tutta Italia, ma a Roma di più. Perché a Roma i tassisti in massa hanno votato Alemanno credendo a una serie di promesse e di garanzie che l’ex giovanotto emergente della destra a cavallo fra Msi e “altro” alla fine degli anni ’70 e gli inizi dei mirabolanti ’80 si è ben guardato dal mantenere. “Se ne becco uno che ce va a lavorà je spacco la faccia co’ le mani mia”. Guida veloce, continuando a parlare all’auricolare, cappello di lana, giaccone di pelle. E sul cruscotto, in bella mostra, una copia de L’Unità.

“Te lo raccomanno a quello”

“Te lo raccomanno a quello. Co’ tutti li voti che s’è acchiappato lo vojio proprio vedè venì a parlà co’ noi, mo’”. Finita la telefonata si parla. “Ho sentito che diceva che ha votato Alemanno. Ma che c’entra quello – e indico il giornale del Pd – con quel voto?”. Ride, il tassista. “E che c’entra la politica. Quello aveva promesso che bloccava le licenze nuove, e nun l’ha fatto. Aveva garantito il ritocco delle tariffe, e nun l’ha fatto. Se semo fatti tutti incantà e l’avemo votato. La pagnotta e la politica so’ du cose che nun vanno d’accordo”.

E alla fine ha votato Alemanno

E il giornale? “Mi padre era comunista, e pure io lo so’. Mi padre aveva conosciuto pure Petroselli che nelle borgate ce li metteva li piedi. Diceva sempre che era na brava persona, uno che manteneva le promesse”. E alla fine ha votato Alemanno. “Eccerto. Ma nun ce so’ annato ar Campidoglio a festeggià co’ li fascisti”. Te la raccomanno la coerenza.

 

MEMORIA

DIMME CHE NOME HA ‘STA CITTÀ

Dimme come se fa. Ricordame che faccia ch’aveva sto quartiere quanno da ragazzini ce se giocavamo anime e ginocchia pe’ fasse vedè granni. E granni nun eravamo. Dimme che posto è questo, oggi, che se ne annamo via de prescia senza guardasse attorno, pe’ nun vedè sto schifo, sta solitudine, sto niente che ce taja er sorriso come na lama.
Dimme dove se so cacciati li sogni nostri, quelli che se raccontavamo ‘n piazza prima d’annasse a schierà davanti alle guardie. Che eravamo tanti e la paura diventava de meno quanno se facevamo stretti. Compagni, e lo eravamo pe’ davvero. Mica era ‘no scherzo. D’inverno, come è ora, insieme come non lo semo oggi. Dimme, amico mio, che te sei strappato pelle e sorriso quanno se la so presa sta città quelli che c’hanno ancora addosso er sangue de Walter e Valerio. Sputtanata, sta città, da du’ zozzi che c’hanno piantato un centro commerciale sulla campagna dove se scappava a vive lontani dall’occhi der monno. Dimme che fine hanno fatto le donne der quartiere che quanno ‘scivano de casa te facevano sognà na vita migliore. Dimme che fine ha fatto Mara co’ quell’occhi che te tojeveno er fiato e Vincenzo, l’omo, suo. E Brozio e Francesca, e poi Giampiero co’ quella testa de ricci e Rappa che se perdeva pe’ strada tutte le vorte che, de notte, se ne tornava a casa. Dimme, fratè, che c’entra sta morte pe’ la strada che pensavamo d’avesse lasciato alle spalle. Dimme andò so finite le famije nostre, li nostri sogni e le risate de quanno s’eravamo ripresi sta città. Prima er giorno. Poi la notte. Era nostra. Che senso c’ha sta monnezza co’ l’amici nostri barricati in casa pe’ la paura di chi te sta chienenno aiuto. Dimme perché mo’ se semo persi l’amore pe’ l’incroci, pe’ il vino bianco ammischiato co’ la gazzosa e il bianco che se fa tutt’uno cor nero. Poracci tutti, a dasse ‘na mano pe’ campà. Ora ognuno pe’ cazzi sua a ringhiasse addosso come cani. Dimme ndò sta l’amore pe’ le cose fatte ‘nsieme e do’ è finito er sinnaco nostro che scenneva ne li quartieri in manica de camicia. Nun me basta che ch’abbiano dato er nome de na strada. Nun me po’ bastá. Petroselli ora ce se metterebbe de punta a capì come arisolverla sta storia qua. Che nun ce se capisce da ndò è partita e ndò vo’ annà a parà. Dimme che nome ha sta città. Io nun lo so più.
* * *
Mi ritrovo a scrivere nella lingua del quartiere dove sono cresciuto. Oggi. Dopo aver finito di scrivere un reportage sulla mia città affrontato come se si trattasse di un luogo sconosciuto. Ma sconosciuto non è.
Una settimana e passa di nausea. Nel vedere come è stata ridotta questa città da anni di sottovalutazione degli effetti che poteva avere il non apice come si stessero trasformando composizione, cultura, bisogni. E “finita” dalla peggiore amministrazione che io ricordi dopo quella disastrosa di Giubilo negli anni ’80. Mi ritrovo a scrivere, nella lingua del quartiere, per ritrovare almeno nella memoria una traccia di quello che eravamo riusciti a conquistarci. Roma.

 

SCHEDA

UNA STORIA CHE PUZZA

E proprio vero il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, così  fu col povero Peppino Impastato, coi 28 pakistani di Napoli… Al Pigneto, a piazza Vittorio, alla Maranella, in quasi tutta Roma, lo dicono tutti: il 4 dicembre nei confronti dei cinesi non c’è stata una rapina ma qualcos’altro.
Nel lontano 2001-2002 i negozi cinesi erano bersagliati da furti con scasso. Nei loro negozi si organizzarono, e attesero in venti per negozio armati di bastoni. Ricordo che si attribuiva la responsabilità agli albanesi. Così cessarono i furti.
Invece i Marocchini ,“vero terrore dei cinesi”, si sono sempre limitati ad aprirgli le macchine e a rubargli i portafogli. A rotazione, con regolarità, vengono arrestati, dato che sono famosi nei quartieri sia ai cinesi che alle forze dell’ordine.
La rapina del 4 dicembre, coi morti, è fuori da tutti gli schemi: un ladro che butta via tutti quegli euro dopo una rapina è assurdo.
E anche il posto dove è stato rinvenuto il cadavere suicida del presunto rapinatore è a dir poco equivoco: a Boccea, vicino Forte Braschi, dove si gioca alla guerra. Un posto poco familiare ai cinesi (se fosse stata una vendetta) e anche ai marocchini, per giocarvi a nascondino mentre li stanno cercando in tutta Italia.
Il governo Berlusconi,  prima di dimettersi, ha firmato svariati trattati con diversi stati: scambi culturali, tecnologici, doganali. Uno però parla di “collaborazione militare”, ed è stato firmato col governo marocchino (strano, visto che il Marocco è francofono). Contro chi bisognerebbe “collaborare”, è ancora tutto da capire.
Speriamo di non tornare ai tempi in cui c’era la bilateralità militare coi libici, che intanto giocavano al Far West a Roma.

Rudy Colongo
I “Blu”, associazione di immigrati a Roma

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