Il mio paese

Nascere in un piccolo paese, volergli bene, proiettare nel grande mondo tutte le piccole cose che abbiamo imparato ed amato lì…

Io conosco ogni angolo, ogni pietra di questo luogo, le scalinate segrete che si infilano tra le case e sbucano sull’alto del monte, i minuscoli cortili, le antiche strade settecentesche, le fontane… Questa è la Piazza della Matrice, chiusa tra due piccole colline: da una parte la Chiesa Madre con la grande facciata e dall’altra la basilica di S. Paolo, tutta gremita di archi, colonne, e coronata in cima dalle statue degli apostoli.
Tutt’intorno, il fianco della montagna si apre dolcemente come una conchiglia: strade, terrazze, case, tetti, balconi, orti, scalinate, alberi, scendono in declivio fino a questa grande piazza deserta. I ricordi: il silenzio dei brevi pomeriggi d’inverno, le partite a calcio…
Ecco questo è il corso del paese, la strada più amabile che io conosca. Fiancheggiata da piccoli palazzi dell’800, esca scende dapprima in lievissimo declivio formando un’ampia curva e poi ricomincia a salire, sempre più ripida in rettifilo fin quasi alla cima della montagna. Le facciate dei palazzi sono verdi, azzurre e rosse, ma di quei colori antichi che la luce, il vento, la pioggia e il muschio hanno modulato per centinaia di anni e perciò si sono fatti tenui come un’ombra. Balconi ed architravi sono di pietra bianca e scolpita, ma anche sculture, ormai, levigate dal tempo, hanno assunto altre forme, più misteriose e sfuggenti. Sui grandi marciapiedi si aprono i negozi, i bar, i circoli. Ogni sera, un’ora dopo il crepuscolo, la strada si anima improvvisamente di migliaia di persone che passeggiano quietamente come un rito, le ragazze più belle sottobraccio, i tavoli dei bar affollati di studenti… Talvolta poi andavamo a mangiare salsiccia e ulive in una delle bettole sotto la cupola di San Michele.
Di là incomincia il quartiere più affascinante e segreto: interminabili scalinate che salgono, scompaiono sul fianco della collina, tra piccole case antiche, palazzi sgretolati, la vecchia torre dell’orologio in equilibrio sulla cima, i vicoli invisibili… Tutte le finestre hanno le tendine: i vasi di fiori sono disposti ovunque, sull’uscio delle case, sui davanzali, persino sulle tegole, le strade sono magicamente linde. Se incontrate qualcuno, sia uomo o donna, vi saluterà sempre, gentilmente per primo… Dove ora c’è quella tabaccheria sulla piazza c’era il circolo universitario. Questa era anche una delle piazze del veglione. I due veglioni di S. Paolo e S. Sebastiano.
Bisogna dire che ogni cosa si facesse in questo paese doveva essere fatta due volte e spesso l’una contro l’altra, come ci fossero nel paese due anime: l’una raccolta attorno alla vecchia chiesa di S. Paolo nel cuore della vallata, il quartiere più antico e decaduto, dove vivevano soprattutto le famiglie baronali e i contadini: l’altro sulla cima del monte, raccolto attorno alla chiesa di S. Sebastiano, nel quartiere nuovo dove c’era adunata la borghesia degli impiegati, negozianti, professionisti, dov’erano il corso, il bar, il municipio e il teatro.
Si combatteva per ogni cosa. Per esempio, il patrono era S. Paolo, nero, calvo, terribile, la spada balenante che aveva tagliato cento e una testa di cristiani, e lassù proclamarono un altro patrono, S. Sebastiano naturalmente, candido, bellissimo, intellettuale, legato ad un albero e trafitto da frecce d’argento, signore dei laureati, degli artigiani e degli studenti… Per cento anni infatti questa lotta rappresentò, nel microcosmo di questo paese siciliano, l’eco della evoluzione, e quindi di tutte le contrapposizioni della società italiana: l’antico e il nuovo, i nobili e gli artigiani, i borghesi contro i contadini finché l’accanimento cominciò ad acquietarsi, i baroni scomparvero, i figli dei contadini divennero medici ed avvocati, la violenza si trasformò in ironia e una sera di luglio del 1943 una tempesta di bombe anglo-americane fece egalitariamente strage sopra e sotto. Negli anni miserabili e affascinanti del secondo dopoguerra, dalle macerie, dai lutti, dalla fame germinò la gioia pazza di sentirsi vivi…
La passeggiata è finita. E’ quasi tramonto, il cielo è alto, rosso e luminoso ma il paese sembra dolcemente calare dentro l’ombra della montagna, bianco e grigio, con i colori della nostalgia, le grandi chiese, i palazzi antichi, le case pulite dei poveri. Cortese, dolce, amabile, gentile paese mio.

 

La Fondazione Fava

La fondazione nasce nel 2002 per mantenere vivi la memoria e l’esempio di Giuseppe Fava, con la raccolta e l’archiviazione di tutti i suoi scritti, la ripubblicazione dei suoi principali libri, l’educazione antimafia nelle scuole, la promozione di attività culturali che coinvolgano i giovani sollecitandoli a raccontare. Il sito permette la consultazione gratuita di tutti gli articoli di Giuseppe Fava sui Siciliani.
Per consultare gli archivi fotografico e teatrale, o altri testi, o acquistare i libri della Fondazione, scrivere a elenafava@fondazionefava.it o mariateresa.ciancio@virgilio.it

 

Il sito “I Siciliani di Giuseppe Fava”

Pubblica tesi su Giuseppe Fava e i Siciliani, da quelle di Luca Salici e Rocco Rossitto, che ne sono i curatori. E’ un archivio, anzi un deposito operativo, della prima generazione dei Siciliani.
Senza retorica, senza celebrazioni, semplicemente uno strumento di lavoro. Serio, concreto e utile: nel nostro stile.

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