Passeggiando per Librino

Le parole di un vecchio e la storia di un ospedale a metà

Carmelo aveva i capelli grigi, gli occhi castani, le spalle larghe, le mani ruvide e callose. Lo incontrai in una delle mie passeggiate a borgo Librino, la parte più vecchia del quartiere e gli dissi: “Scusi, lei ha vissuto sempre qui?”, e lui: “Iu cettu, sempri cà aia statu“.

“Ma com’era prima Librino?” chiesi ancora, lui mi rispose: “Era un posto meraviglioso, c’era tanta campagna, poi agli inizi degli anni Settanta progettarono il nuovo Librino”.

“E che accadde?”.

Lui sembrò riflettere un attimo, poi riprese: “Devi sapere che io lavoravo nella muratura, guidavo le ruspe e ho fatto tanto danno in questo posto. Per portare il pane a casa, alla mia famiglia, ho sbancato intere colline…”. Quindi tacque. Poi, indicandomi con l’indice una collina, disse: “Vedi quella collina che c’è lì davanti a te, quella non è altro che materiale di risulta che io prendevo da un’altra collina e la buttavo lì, dove la vedi adesso”.

Poi, girandosi verso il lato opposto, mi disse: “Vedi questa stradina che scende verso quelle case nuove laggiù? Bene, non ci crederai, ma quello una volta era un torrente; sì, lì c’era davvero un torrente, poi un giorno qualcuno ha avuto la felice idea di farci una strada, hanno scaricato una colata di cemento e il torrente è sparito!”.

Io, che fra quelle colline c’ero nato, al suo racconto cominciai a sentire crescere un miscuglio di rabbia e stupore e chiesi ancora: “Ma lei lo sa che qui, proprio qui vicino dovrebbe nascere il nuovo ospedale?”, e lui: “Sì, certo, nascerà proprio lì – con la mano mi indicò uno spazio che qualcuno aveva già spianato -. Devi sapere che buona parte di quei terreni sono di proprietà di Mario Ciancio, lo sai quello che c’ha La Sicilia e tutte quelle televisioni che compra, fa fallire e poi chiude? Ecco, proprio lui!”.

Parlò ancora e io restai in silenzio ad ascoltarlo ancora un po’, quindi lo salutai e me ne andai. Appena a casa mi misi al computer e cominciai a cercare su internet tutto ciò che poteva darmi notizie su questa storia.

L’idea di un nuovo ospedale a Librino, scoprii, nacque nel 1986. Questo faceva parte del progetto “Prometeo” insieme agli ospedali Cannizzaro e Nuovo Garibaldi. L’8 gennaio del 1990 la ex USL 35, diventata successivamente Azienda Ospedaliera Policlinico, O.V.E. e Santo Bambino, bandì una gara d’appalto che fu aggiudicata alla Cogefar Impresit, società che in seguito ebbe problemi giudiziari. I lavori furono bloccati per molto tempo, finché, nel luglio del 2007, l’attuale azienda provvide a indire una nuova gara d’appalto sia per l’ospedale San Marco che per il Centro di Eccellenza Ortopedica che sarebbe dovuto nascere lì accanto, gara che venne stavolta aggiudicata al consorzio Uniter, società che vanta tra i suoi componenti anche la Tecnis di Mimmo Costanzo.

In questo passaggio di consegne da una società al’altra avvennero strani cambiamenti: i posti letto da 1.050 diventarono 720, il Centro di Eccellenza Ortopedica sparì del tutto, ma nessun cambiamento avvenne nei costi: 145 milioni erano, 145 milioni restavano.

L’ospedale San Marco era nato dall’idea di sostituire il vecchio Vittorio Emanuele (O.V.E.), situato in una zona trafficata. La consegna era prevista per la primavera del 2013, poi venne rinviata alla primavera del 2014 ma, a oggi, dell’ospedale San Marco esistono soltanto le strutture murarie.

Ma torniamo un attimo a quel Mimmo Costanzo, proprietario della Tecnis: già assessore della giunta Bianco negli anni Novanta, ha visto sospendere alla sua azienda, dalla Prefettura di Catania (è notizia di pochi giorni fa) la certificazione antimafia.

Sorge spontaneo domandarsi: cosa ne sarà dei sub-appalti già ottenuti dalla Tecnis insieme a quello relativo all’ospedale San Marco, ovvero l’Interporto alla zona industriale di Catania e il raddoppio ferroviario etneo? Per quanto tempo la città aspetterà la consegna di queste infrastrutture? Lasceremo le risposte ai nostri figli o saranno più fortunati i nostri nipoti?

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