La famiglia Brembrilla in vacanza…

 

Alla fine la vicenda della candidatura di Bruna Brembilla al parlamento si è conclusa con la rinuncia dell’interessata. Ed è un bene. Bruna Brembilla, per chi non lo sapesse, è una consigliera provinciale del Pd milanese, già assessore provinciale all’Ambiente con Filippo Penati e prima ancora sindaco di Cesano Boscone, hinterland sud-ovest di Milano. La questione della sua candidatura era stata sollevata sulla stampa e nel partito democratico milanese per una ragione molto semplice.

La signora è stata a suo tempo intercettata dai Ros dei carabinieri mentre trattava voti e sostegni elettorali con personaggi vicinissimi a esponenti di spicco di quei clan calabresi che da decenni imperversano nella cintura sud milanese. Uno dei quali è stato definito “capitale sociale” della ‘ndrangheta in una recente ordinanza di custodia cautelare. Insomma, mentre alcuni suoi colleghi (e colleghe) di partito denunciavano, rischiando, le collusioni tra ‘ndrangheta e politica lei le alimentava. In qualsiasi democrazia questo dovrebbe bastare a chiudere il discorso.
Il discorso invece è stato tenuto aperto per intere settimane. Ed è ciò che stupisce al di là del suo esito finale (forse dovuto a una lettera aperta inviata a Bersani dagli esponenti antimafia del partito milanese). Perché vuol dire che alla nostra democrazia mancano ancora i cosiddetti “fondamentali” della virtù pubblica, o della questione morale. Basta vedere le argomentazioni addotte per respingere le obiezioni alla candidatura: non è stata condannata, è incensurata, tutto è stato archiviato (ma le intercettazioni sono vere…), il tempo della caccia alle streghe è finito nel medioevo (della serie: è la modernità, bellezza), non sapete nemmeno di cosa state parlando, sono cose vecchie, è tutta una montatura.

Una discussione surreale, dietro la quale c’è purtroppo una lunga storia di indifferenza, di aree grigie, di contiguità, di affarismo, di neutralità etica, di cene elettorali, di scambi di favori alla faccia del primato delle istituzioni. C’è una palude che resiste a farsi bonificare.
Oggi che il pericolo della ‘ndrangheta al nord è stato indicato nelle sue vere dimensioni, continuare ad aspettare le condanne penali invece di intervenire tempestivamente (e con radicalità) sui comportamenti pubblici significa farsi complici. Sempre che sia vero quel che i politici di sinistra dicono tra gli applausi nei convegni: che la mafia o la ‘ndrangheta non sono semplici forme di delinquenza organizzata, ma sono poteri, sistemi, economia e cultura. Cultura, appunto.

 

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