Il Brasile dopo Lula

Immagini di un paese che soffre povertà e ingiustizia

Sono arrivato di nuovo in Brasile, a San Paolo, sabato 5 maggio. Una città con una cappa di tristezza e di abbandono che si può leggere nella maggioranza delle persone che ho incontrato.

Il golpe parlamentare-giuridico – mediatico, appoggiato dai servizi Usa, ha chiuso l’orizzonte che aveva incontrato il sole con i governi Lula e Dilma, liberando 45 milioni di brasiliani dalla povertà.

favela

Nessuno sa dirmi con esattezza dove sta andando il Paese. Ci sono nuove leggi che prevedono impunità ai politici e ai 50.000 giudici. In questi giorni, il presidente golpista Temer è stato ancora una volta denunciato per aver preso un milione di dollari di tangente, ma non è preoccupato, controlla il Parlamento.

Intanto aumenta la violenza, le vittime sono come in un paese in guerra.

I poveri, adesso, lo sono molto di più per i tagli ai programmi sociali – oltre l’80 per cento – imposti dal governo golpista.

Il Brasile era uscito dalla fame, adesso c’è di nuovo dentro. Le sei persone più ricche del Paese possiedono l’equivalente di 100 milioni di brasiliani, quasi la metà della popolazione.

Il liberismo radicale che comanda ora produce fame e miseria. Nelle grandi città la violenza cresce in proporzione all’abbandono. Gli organi della sicurezza non vanno mai all’origine del problema, alla nefasta diseguaglianza sociale, all’ingiustizia sociale, storica e strutturale su cui è stata costruita la società brasiliana.

La diseguaglianza cresce a vista d’occhio. Senza giustizia – una giustizia che comprende la Riforma Agraria, Tributaria, Politica e dei sistemi di sicurezza – cresce la violenza in tutto il Paese. Un giorno – pensa qualcuno – le grandi periferie abbandonate potrebbero ribellarsi per la fame e assaltare i supermercati e i centri urbani; e là comincerebbe una violenza senza fine, e quindi la repressione dello stato golpista, appoggiato dai mass-media conservatori e da un esercito ai cui comandanti “prudono le mani”. E tutto ciò, alla fine, non cambierebbe niente.

La speranza, qui , è legata a un cambiamento profondo dell’economia. ”Non è la società che deve servire l’economia, ma l’economia la società” è il grido dei Movimenti popolari e dei partiti di sinistra. ”Portatori di speranza – ha detto in questi giorni l’anziano vescovo profeta, don Pedro Casaldaliga – sono quelli che camminano e si impegnano a superare le situazioni di barbarie. Questi cambiamenti mai verranno dall’alto né dall’attuale governo; verranno dal basso, dai movimenti sociali organizzati e con piccoli frammenti di partiti impegnati per il benessere del popolo”.

“Terra per produrre; Tetto per ripararsi; Trabalho (lavoro) per guadagnarsi la dignità lavorando”: sono le tre “T” di papa Francesco, quando ha incontrato i movimenti latino-americani a Santa Cruz de la Sierra in Bolivia. “Non aspettatevi nulla dall’alto – è la sua sfida – Siete voi stessi i profeti del nuovo, organizzate la produzione solidaristica, specialmente biologica, reinventatevi la democrazia e seguite questi tre punti fondamentali: economia per la vita e non per il mercato; giustizia sociale perché se questa mancherà non ci sarà pace sociale; e attenzione alla Casa Comune, la Madre Terra, senza la quale nessun progetto avrebbe senso”. E’ da questo impegno di trasformazione che nasce la speranza. Che non è una virtù qualunque, una delle tante, ma l’insieme di tutte. Capacità di pensare il nuovo, fantasia per sognare un altro mondo possibile, coraggio di progettare utopie; e se pur umiliati, rialzarsi per riprendere il cammino.

* * *

Sono le dieci e mezza del mattino, una massa di uomini è in fila all’angolo della strada. La fila continua per altri cento metri dove si apre una grande porta, provo a contarli, rinuncio. Siamo davanti al Centro San Martino da Porres, dove ogni giorno si preparano 350 colazioni-café de amanha, 900 pranzi e 400 merende. Vediamo una folla di uomini con sacchetti al seguito dove conservano le proprie cose. Parliamo con Carlos: un paio di ciabatte, una maglietta colorata e consunta, disoccupato da un anno, senza più casa; falegname. Ha ventisei anni e vive sotto il viadotto di Belem, a cinquecento metri dal centro. Sono un centinaio, accampati li. Lo provochiamo con una domanda “politica”. Risponde fermo e deciso. “Lula – scandisce –ha pensato ai poveri, a noi operai, ai poveri. Questo governo invece si disinteressa di tutto”.

Entriamo nel Centro dove ci attende il coordinatore Sandro, ci spiega che iniziano a dar da mangiare alle 10 e 30. Sei turni, 150 persone per volta. Finiscono alle 16, si fa per dire perché dopo mezz’ora inizia la merenda. L’associazione che vi opera, la Nossa Senhora do Bom Parto, è in continua lite col Comune che aiuta solo per 500 pasti al giorno. Sandro, rabbioso, indica la lunga fila all’esterno: “Come possiamo – esclama – dire a metà di loro che non sono contabilizzati dal Comune e non avrebbero diritto al pasto, quando il Comune stesso dovrebbe provvedere?”. “Con le istituzioni – fa ancora – è una lotta, ma con l’aiuto di tanti, riusciamo a sopperire a tutti questi bisogni. Tre volte la settimana tre psicologhe e due assistenti sociali passano ore e ore ad ascoltare e loro storie, nella stragrande maggioranza hanno perso il lavoro”.

In fondo alla grande sala dove si consumano i pasti c’è un’ambulanza attrezzata con una sedia odontoiatrica, dei medici dentisti (uno è un nostro amico) vi fanno volontariato a turno.

Accanto ci sono dei tavoli dove e i bambini hanno un posto riservato. Ci avviciniamo e facendo i buffoni richiamiamo l’attenzione di Chico. Ha quattro anni, la mamma si chiama Neury. “Da dove viene?” chiediamo. “Abbiamo perso la casa, io e Chico viviamo qui sotto il viadotto, mio marito è tornato nel nord-est dai parenti per cercare un lavoro”.

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