Due emigranti. “Benvenuti a Milano!”

La prima persona che ho conosciuto, a parte i miei datori di lavoro, è stato lo Chef, Islam, che veniva dal Bangladesh aveva i capelli neri, gli occhi dello stesso colore, era in carne e cucinava da Dio

Poi, quasi a scoprire che anche lui era entrato in un ruolo difficile, portato involontariamente dalla vita e dal suo senso di protezione, si era zittito nuovamente, aveva continuato la guida. La mamma nel frattempo era là, silente, che non capiva neanche lei che stava succedendo. Ma stava ad ascoltare come preparata a sostenere una battaglia tragicomica ma durissima: quella della mia sopravvivenza, e di quella del figlio, in un mondo che normalmente non accetta nessun cambiamento dello statusquo di una famiglia.

Comunque, da quel giorno ho sentito, in maniera forte, dentro di me di avere trovato in Fabio quel fratello che mi era mancato nei fatti, e in suo padre il padre che mi era mancato dopo la morte di mio nonno Luciano. Insomma ci eravamo partecipati la famiglia. E non sapevamo ancora per quale destinazione stavamo viaggiando.

Passarono così alcuni anni. I primi cinque del nostro tempo in comune. Avevo preso il diploma di qualifica come “operatore sala bar” all’Alberghiero di Giarre, che guarda caso si chiama “Giovanni Falcone”.

Per così dire eravamo passati da varie fasi, dall’accoglienza interpretata, al tran tran giornaliero che fa i conti con la memoria, con la vita reale, con le differenze, con le ostilità piccole o molto pesanti, con i condizionamenti che silenziosamente vengono dall’esterno, e che prepotentemente ti mettono nella condizione di cambiare.

Il primo dei condizionamenti, era quello del lavoro che qui non riuscivamo a trovare. Così viene il tempo improvviso delle scelte; che poi è il tempo di andar via, di emigrare, di trovare lavoro altrove.

Cosi parto la primissima volta a Parigi, poi in un paesino della Germania. Ritorno un paio di volte, perché tutte e due volte non trovo stabilità.

Soldi non ce ne sono, e io vorrei continuare la scuola; parte Fabio allora per un lavoro di cameriere in un paesino della Toscana, che con lui fa circa trentatre abitanti . Mi ricordo che era anche il periodo del “Grande fratello”, in televisione. Fabio, invece, il mio ”piccolo fratello” ci scriveva allora da Bagno Vignoni; era un posto bello e dagli spazi urbani dove la città medievale era rimasta identica nei secoli, forse anche io avrei potuto andarci a vivere, però poi insorgono altri problemi. E anche lui ritorna a casa.

E’ un anno in cui non riesco a studiare, così qualche mese dopo, a Marzo del 2001, mi cerco di nuovo il lavoro. Mi offrono di andare a lavorare nella provincia di Livorno.

Sono partito così per lavorare in un ristorante a San Vincenzo, e per sei mesi io e Fabio ci siamo separati; il ristorante dove lavoravo era sulla spiaggia; dalla finestra della sala del ristorante, nelle belle giornate, si vedeva l’isola d’Elba.

La prima persona che ho conosciuto, a parte i miei datori di lavoro, è stato lo Chef, Islam, che veniva dal Bangladesh aveva i capelli neri, gli occhi dello stesso colore, era in carne e cucinava da Dio.

Con lui ho fatto subito amicizia. Con lui ho festeggiato il giorno del mio venticinquesimo compleanno (gli altri camerieri, gli italiani per intenderci, avevano disertato alla serata ). Sentite che mi disse quella sera:

– Luciano, andiamo a festeggiare con una bottiglia di Champagne, offro io.

“ Chef ma che fai ? Tu non sei musulmano?”

– Sì, ma beviamocelo lo stesso!”.

Restai lì fino alla fine della stagione estiva.

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