Due emigranti. “Benvenuti a Milano!”

Ci sono anche un sacco di altri volti, che mi ricordo, in quella stazione, mentre ci ritroviamo

A settembre, ero tornato a casa, ma nel frattempo Fabio, dopo una stagione estiva passata a lavorare nei ristoranti dei paesini etnei, aveva lasciato cane e casa paterna ed era partito per Milano.

Anch’ io così, ritornato, decido di ripartire. Non mi do neanche il tempo di godermi gli affetti e la mia Catania. Sentivo persino la mancanza della terra che cadeva dall’Etna, in questi mesi di continui terremoti e di nuove eruzioni, che portavano qui tanti turisti dal mondo. Dopo neanche una settimana, accetto un’offerta di lavoro e decido di ripartire per Monaco.

Qui si riprendono le tragicomiche.

A partire dall’intervento della mamma di Fabio che mi dice, complice con lo sguardo ansioso:

-Visto che vai a Monaco, passaci anche da Milano e portaci questi vestiti a Fabio.

“Come?” faccio io, poi mi arrendo a questa stranezza. “E va bene, ma’!”.

Parto così dalla stazione di Catania; il treno per Milano arrivato da Agrigento è stracolmo, perciò devo fare quasi tutto il viaggio in piedi, stretto con gli altri passeggeri, come sardine in una scatola; un viaggio in treni italiani per l’appunto. Ricordo che ad un certo punto di quel viaggio di fine settembre, mi è venuto sonno, tanto sonno.

Allora ho messo le valigie per lungo e mi sono buttato su di esse. Così sono arrivato alla stazione di destinazione mezzo morto. A Milano.

Là, c’è Fabio che mi aspetta. Sono sei mesi che non ci vediamo, e io mi chiedo se la nostra amicizia, resisterà e se qui sapremo essere fratelli.

Ma ci sono anche un sacco di altri volti, che mi ricordo, in quella stazione, mentre ci ritroviamo; sono i volti degli altri emigranti, degli altri viandanti che arrivano nella città di tutti, dei milanesi adottati dalla città, ci sono altre storie appunto, e lì incominciamo ad partecipare ad una coscienza diversa, ad una consapevolezza di accoglienza multietnica vissuta davvero, non interpretata, ma trovata nelle cose di ogni giorno.

Ci stiamo guardando dopo avere passato entrambi la stagione estiva dei ristoranti. Siamo tutti e due stanchi, e ubriachi di lavoro. Così ci basta un attimo per deciderci:

-Luciano, vai a Monaco?

“Tu che dici, Fa?”

-Ce la fai allora?

“Tu che dici, Fa?”

-Resta, va! Qui insieme, dovremmo riuscire meglio, possiamo farcela!

“Non so!”

-Sì, dai, benvenuto a Milano!

“E sì!”.

* * *

Un primo epilogo. Un epilogo di una storia vissuta un decennio fa, per trovare una conclusione mozzata, ad una memoria, a delle analogie di umanità, per darci degli strumenti di comprensione, per spiegarci, perché, davvero non lo capiamo, come in un paese civile, nel cuore dell’Europa, esista ancora una legge sull’immigrazione clandestina, una integrazione forzata, e non una legge che promuova l’accoglienza partecipata. Un epilogo che per ora mette una parentesi ad altre storie, ad altre stranezze, alle vite incontrate, poi, negli anni che sono passati.

* * *

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