Due emigranti. “Benvenuti a Milano!”

Tutte le possibilità di trovare una casa fallivano miseramente

Cominciò la ricerca giornaliera del lavoro; ogni giorno telefonavo, ogni santo giorno a fare chilometri e a lasciare il foglio con i dati e a parlare per cercare di lavorare. Un giorno siamo arrivati fino a Cinisello Balsamo, fuori Milano di un ora di strada, per lavorare insieme in un ristorante. Ci chiesero di servire ai tavoli a pranzo. Il ristorante aveva tre sale, ed ognuno di noi lavorava in coppia, con uno dei camerieri titolari.

Mai avevo visto Luciano volare in sala come allora. Mai ero stato fiero del nostro mestiere che non ci avrebbe mai fatto stare senza lavoro. Ma invece della riuscita del servizio, ci eravamo ritrovati umiliati innanzi alla rozzezza degli altri camerieri. Non gli piacevamo non perché fossimo meridionali, ma perché ambigui nell’essere fratelli con cognome diverso. Noi infatti eravamo altro. Eravamo deboli, e soli. Ritornammo a casa, non ricordo neanche come, e io continuai a cercare, trovare e perdere lavori. “All’inizio, va così”, mi dicevano. Ma io, non mi perdevo d’animo. Alla fine avevo trovato come lavapiatti al centro. Si chiamava “la cantina di Manuela”. Dopo un poco ancora come cameriere al ristorante “La Dunia” al centro di Milano, nel quartiere di Brera.

Rimaneva il problema della casa. La condivisione della stanza in comune con l’amico catanese, era diventata una guerra giornaliera per lo spazio e per gli usi differenti di tutto ciò che era il nostro contesto. Eravamo tropo stanchi per stringere amicizia con gli altri catanesi che conoscevamo. Eravamo troppo depressi per giocare a fare i milanesi. Così le uniche nostre amicizie erano rivolte alle persone con cui condividevamo il lavoro e il pane. I nostri amici restavano ora le persone con cui parlavamo ogni giorno: una ragazza africana, per cui mio fratello stravedeva, e che ci aveva aiutato a mandare curricola a manca e al centro, e gli egiziani con cui lavoravo, a Brera. Questi erano: il cuoco del ristorante che aveva circa cinquanta anni, e che era una guida spirituale alla sua moschea, il figlioletto che faceva l’aiuto cuoco, il pizzaiolo che faceva delle pizze stupende e una, in special modo, che sembrava la lampada di Aladino; poi c’era un ragazzo che, come me, serviva ai tavoli, e poi c’era Sami che faceva il lavapiatti e che mi ha fatto capire come si lavora duramente in cucina senza lamenti.

Sami era diplomato come me, aveva preso un diploma in Egitto di scienze della comunicazione. Era un po’ più basso di me, aveva una corporatura atletica e la pelle dorata. Arrivava sempre primo, si occupava della legna della pizzeria, di accendere il forno a pietra e la cucina. In genere arrivavo infreddolito, mentre andavo in cucina a prendere una porzione di panna cotta, lo sentivo bestemmiare che per lui ero troppo capriccioso. “Per un egiziano, lo sai non c’è il giorno di riposo, e non c’è febbre”. Ma neanche io me ne ero preso di riposo in quel mese e mezzo di lavoro lì. Da solo, con l’aiuto dell’altro amico egiziano, mi occupavo del ristorante: dai cessi fino al conto pagato, la mattina e la sera fino a notte.

Ad inizio dicembre, la guerra per la stanza di via Vespri era terminata, e tutti eravamo rimasti perdenti. Fabio, il caro amico che ci aveva tollerato, ci aveva messo alle strette e mio fratello ed io, eravamo senza casa.

Tutte le possibilità di trovare una casa fallivano miseramente, e nessuna mano allora ci fu tesa, se non quella del cuoco del ristorante di Brera. “Vieni a casa mia”, mi aveva detto, mentre prendevo alcuni piatti da portare in sala. “Vi ospito io, finché posso, finché non trovi casa”. Siamo entrati a casa sua, che si trovava vicino al Politecnico, dopo essere stati a dormire in macchina per una notte, perché volevamo capire quanto avremmo potuto resistere. La casa dell’imam egiziano, lì ho scoperto cosa significhi essere ospitato da qualcuno altro. Lì abbiamo fatto esperienza di condivisione e di amicizia. “Intingi il pane dal mio stesso piatto”. E ancora: “alla fine del pranzo, beviamo questo the”. Bisognava che soltanto io stessi attento, a stendere la nostra biancheria, fuori nel terrazzo, poiché c’erano dei turni da rispettare. Mentre ricordo ancora come si dorme bene a terra, con le coperte e i piumoni prestati dagli amici, penso che da allora qualche cosa è cambiato dentro di noi. Ma non so cosa esattamente, sopratutto penso che lì, forse ho cominciato, anzi come mi dice Luciano “abbiamo cominciato a guardare il mondo come poveri”.

E siamo rimasti stupiti.

* * *

Un altro epilogo. Sono passati dieci anni da quell’ultimo mese, passato a Milano; dieci anni in cui, condividendo la stessa casa, abbiamo approfondito la consapevolezza di vivere il valore delle differenze.

Nel frattempo alcune cose sono cambiate. Siamo cambiati noi, più di ogni cosa. Siamo cambiati, o meglio abbiamo cercato di approfondire una scelta, che comunemente viene detta “antimafia”, ma che in realtà è solo uno degli aspetti di un’ esistenza dignitosa, che lotta contro la banalità dentro e fuori le nostre case.

Ci sono delle persone che non ci sono più. Ci sono delle persone che sono arrivate nella nostra vita, e ci rendono più forti. Luciano si sta creando una sua di famiglia; forse siamo diventati ancora più plebei nella condizione del lavoro; dopo l’ultimo licenziamento di ristorante, da tre anni facciamo i volantinatori (distribuiamo i volantini nelle vostre case per intenderci ).

Ci sono poi delle persone che ci hanno arricchito enormemente soltanto con la loro presenza; stiamo pensando ai ragazzi venuti dalla Tunisia, dal Cara di Mineo, a Medhi, a Zied, a Tarek, che hanno abitato con noi per qualche mese, nella nostra casa. E che abbiamo dovuto poi rimandare alle loro vite, e ai loro destini. Tarek sta nel sud, ancora in Italia, e qualche volta telefona a casa per dire che sta bene. Mehdi vive a Torino, invece ha smesso di telefonare, e speriamo che stia bene. Zied invece è tornato a casa in Tunisia dai suoi genitori. E per ora, da Catania è tutto.

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